Kenya
Sembra che la necessaria stretta "anti-terrorismo" adottata da Nairobi venga anche usata come scusa per raggiungere altri scopi. Nel mirino del governo keniota sono finite le Ong e la stampa, accusate di minare la sicurezza del Paese. Il dibattito si accende, mentre la Chiesa resta in disparte.

Il governo del Kenya ha imposto ieri la chiusura di 501 Organizzazioni non governative (Ong), congelando i conti bancari, revocando i permessi di lavoro del personale e minacciando il sequestro dei beni.
Altre 15 – i cui nomi non sono stati rivelati per motivi di sicurezza – sono accusate di legami con il terrorismo. Secondo quanto annunciato ieri dal direttore dell’ufficio preposto al controllo delle Ong in Kenya, Henry Ochido, queste ultime – con sede per lo più al Nord e sulla Costa – sarebbero coinvolte direttamente in attività criminali, tra cui il finanziamento di gruppi terroristici nel Paese e nel Corno d’Africa. Quattro di loro, in particolare, sono accusate d’aver finanziato l’attacco all’ambasciata statunitense di Nairobi, nel 1998 e quello a Dar el Salam in Tanzania.
Ad altre 12 Ong, tra cui Medici senza frontiere (Msf), il governo ha dato, invece, 21 giorni di tempo per rendere conto del proprio stato finanziario.

Ufficialmente le organizzazioni sono state chiuse per non aver consegnato al governo il rapporto sul loro status economico, ma indirettamente, a livello politico, alcune di loro sono accusate di fare da tramite a non meglio specificati “poteri stranieri” per minare la leadership del governo, altre di aver manipolato alcuni testimoni contro il Presidente Uhuru Kenyatta e il suo vice, William Ruto, nel processo alla Corte penale internazionale (Cpi), altre ancora di essersi arricchite con i fondi dei donatori.

«Il peggiore giro di vite nel settore dell’assistenza gratuita alla popolazione nella storia del Kenya» scrive oggi il quotidiano nazionale Daily Nation. Un giro di vite che si inserisce nell’acceso dibattito Parlamentare, tuttora in corso dopo l’approvazione in seconda lettura, la scorsa settimana, di una serie di emendamenti, voluti dal partito del Presidente (Jubilee), alla legge sulla sicurezza.
Modifiche che attendono ora di essere approvate in via definitiva e che vengono duramente contestate dall’opposizione  come l’Orange democratic movement (Odm), dai gruppi della società civile, dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani e dalle Associazioni nazionali della stampa. Tutti accusano iI governo di voler utilizzare la lotta al terrorismo come scusa per imporre una stretta le libertà personali e a valori democratici sanciti dalla Costituzione, facendo ripiombare così il Paese negli anni bui della dittatura di Daniel Arap Moi.

Sorprendente, invece, la posizione di alcuni esponenti delle Chiese cattoliche e anglicane, che si sono schierati, apertamente e senza riserve, a sostegno della maggioranza di governo. Due giorni fa, nel corso di una conferenza stampa, l’Arcivescovo Eliud Wabukala della chiesa anglicana e il Cardinale John Njue della chiesa Cattolica, hanno unito le loro voci per dichiarare che queste nuove leggi «sono necessarie per porre fine all’insicurezza nel Paese» e per chiedere ai parlamentari di emanarle immediatamente. Dopo settimane di contestazioni, polemiche e dibattiti dentro e fuori le sede istituzionali, questa è stata, peraltro, l’unica pubblica presa di posizione da parte della chiesa Cattolica in Kenya.

In sostanza, la maggior parte degli emendamenti sono finalizzati a consegnare più ampi poteri alla polizia, consentendo, tra l’altro, l’arresto e la detenzione di sospetti terroristi fino ad un anno senza giudizio e l’intercettazione di comunicazioni telefoniche senza il permesso della magistratura.
Le modifiche alla legge sulla sicurezza, una volta approvate, imporranno, inoltre, ai giornalisti di richiedere ed ottenere dalla polizia i permessi per indagare e pubblicare articoli o servizi televisivi che riguardano la sicurezza interna e il terrorismo. Pena il carcere. I media, inoltre, non potranno diffondere immagini di vittime di attacchi terroristici senza il via libera delle forze di sicurezza.
Nuove misure, queste in particolare, approvate proprio nei giorni successivi allo scandalo scoppiato in seguito alla messa in onda, l’8 dicembre scorso, di un’inchiesta del canale televisivo Al Jazeera, “Inside Kenya’s Death Squads” che documenta l’esistenza di corpi speciali segreti, addestrati con la collaborazione del governo israeliano, unicamente per l’eliminazione fisica di sospetti terroristi. Secondo le testimonianze dirette di membri delle squadre stesse, tra gli omicidi compiuti vi sarebbero stati anche quelli di tre imam della moschea Masjid Musa a Mombasa: Aboud Rogo (agosto 2012), il suo successore, Ibrahim Omar (ottobre 2013) e il successore di quest’ultimo, Abubakar Shariff (aprile 2014), tutti accusati dagli Stati Uniti di sostegno diretto ai jihadisti somali di Al Shabaab.
Rivelazioni che hanno decisamente infastidito i leader del partito di maggioranza e lo stesso Presidente Kenyatta, il quale, dopo aver negato ogni addebito, ha reagito minacciando il canale televisivo ed il giornalista autore dell’inchiesta, di ricorrere alla magistratura. Minacce rimaste tali. Finora. 

Nella foto in alto due poliziotti accovacciati durante uno scontro a fuoco con dei rapinatori a Nairobi lo scorso giugno. (Fonte: africanewsposts.com)