Africa, affari e petrolio
All’assemblea degli azionisti, incalzata da Global Witness e Re:Common, la multinazionale ha giocato in difesa. Il dopo-Scaroni lascia aperti interrogativi sulle vicende nigeriane di presunta corruzione e nega responsabilità sugli sversamenti nel Delta del Niger. Intanto ha patteggiato Tullio Orsi, ex presidente di Saipem Algeria, accusato di corruzione internazionale.

Quella tenutasi ieri sarà ricordata come l’assemblea degli azionisti dell’Eni “scombussolata” dal ciclone Beppe Grillo. Ma anche come la prima della coppia Emma Marcegaglia (presidente) e Claudio Descalzi (amministratore delegato), nominati l’anno scorso dal governo Renzi. Ma l’incontro che ha avuto luogo nella sede romana della multinazionale “a partecipazione statale” (circa il 30% delle azioni fa capo al ministero dell’economia e alla Cassa depositi e prestiti) andrà in archivio soprattutto per la grande opera di normalizzazione portata avanti dai vertici societari, intenzionati a rinverdire l’immagine della societa’ toccata da diverse indagini per corruzione in corso.

L’assemblea degli azionisti si è aperta proprio sul tema corruzione, una spina nel fianco evidente per la nuova gestione della società. Sui dossier più scottanti l’Eni si è difesa strenuamente, quando non poteva fare altrimenti trincerandosi dietro un solido no comment. Sul presunto caso di corruzione in Nigeria per l’aggiudicazione del giacimento OPL 245 pagato 1,1 miliardi di dollari, l’ex numero uno di Confindustria Marcegaglia ha glissato quasi del tutto, nascondendosi dietro la foglia di fico delle indagini ancora in corso presso la procura di Milano. Per la verità il presidente ha dichiarato che l’azienda «ha fatto scelte che segnano una chiara discontinuità rispetto al passato non solo sulle strategie ma anche sulla governance». Ma non solo «per OPL 245 il collegio sindacale, congiuntamente con l’organismo di vigilanza – ha spiegato – ha incaricato uno studio legale indipendente americano di verificare la condotta della società nell’operazione. Tali verifiche sono state recentemente completate e non evidenziano allo stato illeciti penali». Garante del nuovo sistema interno di controllo e della presunta “discontinuità” sarebbe proprio Emma Marcegaglia. In attesa di novità sul versante milanese della vicenda, vanno forse interpretate meglio le parole sulla presunta “discontinuità”. Non proprio una excusatio non petita, ma una parziale ammissione di colpa su un modus operandi non proprio impeccabile negli anni dell’ex Paolo Scaroni.

Nemmeno a farlo apposta, proprio mentre la Marcegaglia negava qualsiasi rinvio a giudizio di manager Eni, sull’altro fronte caldo in materia di mazzette, l’Algeria, arrivava la notizia del patteggiamento dell’ex presidente di Saipem Algeria, Tullio Orsi. La difesa di Orsi, accusato di corruzione internazionale, ha quindi trovato un accordo con i pm di Milano per una pena a due anni e 10 mesi e la confisca di 1,3 milioni di franchi. Scaroni, anche egli accusato di corruzione internazionale, ha invece accettato di parlare con gli inquirenti il prossimo 12 giugno, mentre si attendono sviluppi sull’eventuale processo a carico di Alessandro Bernini, ex direttore finanziario prima di Saipem poi di Eni, Pietro Tali, ex Presidente e AD di Saipem, Antonio Vella, già responsabile di Eni per il nord Africa, Farid Noureddine Bedjaoui, fiduciario dell’allora ministro dell’energia dell’Algeria, e infine Samyr Ouraied, uomo di fiducia di Bedjaoui.

Certo, la tanto sbandierata “inversione di tendenza” appare un po’ relativa quando si pensa che negli anni del presunto malaffare nel Delta del Niger e in Algeria il numero due dell’Eni nonché responsabile per le attività estrattive era proprio Claudio Descalzi, l’attuale amministratore delegato. Tutte le numerose domande che lo hanno riguardato non hanno trovato risposta, in particolare se fosse vero che Eni sapeva di violare le normative nigeriane perché aveva concluso l’affare con un pagamento in un conto del governo nigeriano diverso dal “federation account” del petrolio come richiesto dalla Costituzione del paese. Soldi che poi sono statio girati subito dal governo, che avrebbe agito da intermediario, alla societa’ privata Malabu. E’ stato anche chiesto, senza risposta, se lo stesso Descalzi avesse avuto contatti telefonici con il faccendiere Bisignani per concludere il contratto. A rivolgere le domande sarebbero dovuti essere gli esponenti di Global Witness, da anni impegnati nel caso insieme all’altra organizzazione inglese The Cornerhouse e all’italiana Re:Common, ma una oscura regola procedurale ha impedito agli attivisti, nonostante fossero provvisti di regolari azioni, di poter parlare in assemblea. Le loro domande sono state lette proprio dai colleghi di Re:Common.

Chiosa finale sugli impatti socio-ambientali, su cui hanno svolto la loro opera di azionariato critico ormai pluriennale la Fondazione Culturale Responsabilità Etica e Amnesty Italia. Già alcuni mesi fa, l’organizzazione per la difesa dei diritti umani aveva infatti comunicato che nel 2014 gli incidenti occorsi nel Delta del Niger riconducibili all’italiana Eni erano stati a ben 349, almeno in base a quanto riferito dalle stesse compagnie. In totale, stiamo parlando di circa 5 milioni di litri di greggio dispersi sul territorio del Delta. Una stima che si teme sia addirittura troppo conservativa.

Anche qui fronte compatto della società, che nega che la causa degli sversamenti siano le tubature vecchie e corrose, ma parla «nel 99% dei casi» di furti e attività di sabotaggio. Così è, se vi pare…

Sopra Claudio Descalzi, Amministratore Delegato di Eni dal 9 maggio 2014.