Ebola / Africa Occidentale
Non è ancora stata sconfitta ma solo arginata l'epidemia di ebola che ha provocato più di 9600 morti principalmente in Sierra leone, Liberia e Guinea. Oltre alla situazione sanitaria, ora a destare preoccupazione ci sono anche quella economica e alimentare. L'occidente tira il fiato e guarda altrove, ma ci sono altre battaglie da combattere.

Ebola continua a rappresentare un dramma e un’emergenza, per i tre paesi più colpiti dell’Africa Occidentale: Guinea, Liberia e Sierra Leone. L’epidemia rallenta, ma dietro di se lascia un deserto economico e sociale. I sistemi sanitari dei tre paesi sono al collasso e devono essere ricostruiti. La Banca Mondiale ha dovuto rivedere i tassi di crescita del Pil dei tre paesi per il 2014:  dal 5,9% al 2,2% in Liberia, dall’11,3% al 4% in Sierra Leone e dal 4,5% allo 0,5% in Guinea. In tutto ciò l’Occidente, ormai, non si preoccupa più di quello che sta accadendo o meglio, di ciò che “non” sta accadendo, perché non viene raccontato.

Arginata l’epidemia, anche se non ancora sconfitta, la preoccupazione della comunità internazionale segna il passo. Nel mondo sviluppato si tira il fiato perché il pericolo che il terribile virus possa arrivare da noi è sembra essere scongiurato.

Ciò che auspicavamo sempre da queste colonne era che a ebola potesse seguire una ricostruzione dei paesi che ridesse fiato all’economia e ai rapporti sociali e che potesse esserci l’impegno forte per la ricostruzione di sistemi sanitari degni di questo nome, ma tutto sembra essere svanito nel nulla. Le missioni internazionali, piano piano, si ritirano, i fondi vengono meno e tutto viene lasciato nelle mani di sistemi statuali che, anche prima che scoppiasse l’epidemia, non erano in grado di garantire una dignità accettabile ai loro cittadini. Gli Stati Uniti, infatti, hanno messo fine all’operazione militare in Liberia organizzata per contribuire alla lotta contro il virus. Sul campo rimangono, spesso con una generosità straordinaria, solo le organizzazioni non governative e le congregazioni missionarie.

Alla fine del mese di febbraio si sono avuti un centinaio di nuovi casi, un numero più basso rispetto ai livelli dell’anno scorso, ma sempre preoccupante perché i nuovi pazienti non provengono da catene di trasmissione sconosciute. A segnalarlo è l’Organizzazione mondiale della sanità. Ciò sta a significare che, nonostante gli sforzi messi in campo, risulta insufficiente l’intervento preventivo e, in particolare, che la guardia deve essere tenuta alta.
Resta poi il problema delle sepolture non effettuate in sicurezza. Per questo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha voluto ricordare che «più della metà dei nuovi casi si è verificata in persone che non sono state a contatto con pazienti conosciuti e che anche una singola sepoltura non sicura può infettare fino a 30 persone».
Secondo uno degli ultimi bollettini dell’Oms, dall’inizio dell’epidemia, i casi sono stati 24 mila circa e i morti 9600. Il paese più colpito è la Sierra Leone, dove i progressi degli ultimi mesi sembrano essere finiti e sono stati segnalati 63 nuovi casi, segue poi la Guinea con 35 e la Liberia dove c’è stato solo un caso.

«Riuscire a coinvolgere efficacemente le comunità rimane una sfida in diverse aree geografiche. – si legge nel bollettino dell’Oms – Quasi un terzo delle prefetture in Guinea hanno riportato almeno un incidente di sicurezza nella settimana fino al 22 febbraio. Un totale di 16 nuovi casi sono stati individuati in Guinea e Sierra Leone dopo i test post mortem di individui che sono morti nelle comunità, e questo indica che un numero significativo di persone è ancora impossibilitato o riluttante a cercare un trattamento». Un problema culturale, questo, che deve essere affrontato radicalmente.
È notizia di ieri poi che il vice presidente della Sierra Leone, Sam Sumana, ha deciso volontariamente di mettersi in quarantena per i prossimi 21 giorni. Decisione presa dopo la morte di una delle sue guardie del corpo proprio a causa del virus. In seguito ha esortato tutti coloro che sono entrati in contatto con questa persona a fare altrettanto.

Il presidente della Liberia, invece, ha deciso di togliere il coprifuoco e di riaprire le frontiere terrestri. Un modo per cercare di ridare fiato all’economia del paese ormai in ginocchio. Si tratta di un sistema che si basa, soprattutto sul commercio, che l’epidemia di ebola ha fatto crollare, con conseguenze gravi, soprattutto sul reperimento di derrate alimentari. Non a caso il Programma alimentare mondiale(Pam) e l’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) parlano di “emergenza fame”, affermando che in marzo il numero di persone che in quelle aree soffriranno di una grave insicurezza  alimentare raggiungerà i 2,56 milioni contro i 2 milioni di novembre 2014.
una preoccupazione tale che venerdì l’Ong britannica Oxfam ha lanciato la proposta di dar vita a un piano Marshall per sostenere le nazioni più colpite da ebola. Finanziamenti di alcuni milioni di dollari dovrebbero aiutare a ricostruire le economie di Sierra Leone, Guinea e Liberia. Di questo piano si dovrebbe parlare nel summit con i donatori che i tre Paesi organizzeranno in marzo a Bruxelles. 

Le speranze di una ripresa sono state espresse dal colonnello Gmakoon Monger, dell’ufficio immigrazione: «Gli effetti sull’economia sono stati pesanti. Ora che le frontiere hanno riaperto credo che l’emergenza ebola sia terminata. Anche se è pur vero che non ce ne siamo liberati al cento per cento». Affermazioni, forse, un po’ troppo ottimistiche. Anche se ridare fiducia alle popolazioni, consentendo gli spostamenti necessari per poter tornare ai campi e dedicarsi ai commerci, è fondamentale per sconfiggere la paura del virus.

Nella foto in alto una donna vicino all’ingresso di un ospedale a Kailahun, in Sierra Leone. (Fonte: Afp)