Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di luglio – agosto 2026.
Ha dieci anni ed è un album storico. Si chiama Les Filles de Illighadad, che è anche il nome del gruppo musicale che lo ha realizzato. A fondarlo è stata Fatou Seidi Ghali, frontwoman della band ed esponente femminile di spicco del Desert Blues, un genere che fonde le melodie tradizionali nomadi e nordafricane con il blues occidentale e il rock.
Lei è considerata la prima chitarrista donna di una tradizione musicale e di un popolo – quello tuareg – dove le donne hanno sempre suonato invece un tipo di tamburo tradizionale, il tende, fatto da una pelle d’animale tesa su un mortaio. Ma lei era attratta dalla chitarra. Comincia a suonare quella del fratello, di nascosto e da autodidatta, fino a che il suo talento diventa un bene prezioso. Lei e quella chitarra blu un po’ piegata a causa delle condizioni climatiche estreme.
Da subito la band vuole rendere omaggio alla piccola città natale delle componenti del gruppo, Illighadad, nella regione del Niger occidentale, ma anche sfatare i pregiudizi secondo cui le donne non avrebbero avuto un posto nella scena blues del deserto. Della prima formazione faceva già parte Alamnou Akrouni, alla voce e all’hari-gassù, zucca percussiva semisepolta nell’acqua, comunemente water drum, e l’ex membro Mariama Salah Aswan.
Nel 2017, andata via Aswan, si sono aggiunti Amaria Hamadalher, figura di spicco della scena chitarristica di Agadez, e Abdoulaye Madassane, chitarrista ritmico e fratello di Ghali. L’album viene registrato in uno studio a cielo aperto nel deserto. Scelta che è poi stata mantenuta in seguito facendo di quell’atmosfera, di quei suoni, delle voci delle donne e dell’accompagnamento ritmico delle loro mani, elementi peculiari dei loro lavori.
Certo non tutto è stato facile all’inizio. Lo racconterà in seguito la stessa Ghali. Il padre le ricordava che il suo compito era badare alle mucche (in realtà, di mucche, con i proventi della sua musica, Ghali ne ha acquistate poi molte altre).
Per fortuna non la pensa così Christopher Kirkley, un dirigente statunitense che nel 2010 fonda l’etichetta Sahel Sounds proprio allo scopo di dare la visibilità che merita alla fiorente scena musicale sahariana. Non è un caso che molti dei concerti della band siano stati ospitati negli States. Sbarcati nel mondo globalizzato, i suoni del deserto non hanno perso il loro valore né le loro peculiarità: essere musica comunitaria che nasce per stare insieme, intrattenere la gente, fondersi con l’ambiente, persino confortare i malati.
Il ruolo di Ghali come prima chitarrista tuareg donna è rivoluzionario, ma altrettanto interessante è la sua direzione musicale. In un luogo dove le norme di genere hanno creato due generi musicali divergenti, Ghali e Les Filles de Illighadad riaffermano il ruolo del tende unendolo in una bella commistione al suono della chitarra. Al posto del djembe o della batteria, la band ha incorporato il tamburo tradizionale e l’hari-gassù. Ispirazione e nuova forma di sperimentazione.
Insomma, si afferma il potere delle donne di innovare attingendo alle radici della tradizione. Oggi sono molte le figure femminili emergenti o già centrali nel panorama musicale africano. Negli ultimi anni, è accaduto soprattutto nell’Africa occidentale e proprio nell’area del Sahel. Quel Sahel minacciato dall’islamismo radicale che distrugge tra le altre cose la cultura e tutti i benefici che questa rappresenta anche per le popolazioni più remote: quelle del deserto, appunto.
La discografia
Sono tre gli album pubblicati da Les Filles de Illighadad. Tutti dall’etichetta Sahel Sounds. Il primo è omonimo della band tuareg del Niger guidata dalla pionieristica chitarrista Fatou Seidi Ghali, che fonde i canti corali tradizionali con la chitarra del deserto: Les Filles de Illighadad (2016). L’album di debutto ha introdotto il rivoluzionario sound folk del deserto della band, fondendo i ritmi ipnotici delle percussioni tende con la chitarra ishumar.
Eghass Malan (2017) è il secondo album, che consolida la loro singolare interpretazione acustica del blues sahariano. At Pioneer Works (2021) è, infine, un album dal vivo registrato durante un concerto a Brooklyn, che cattura l’energia ipnotica dei loro tour internazionali. Sui social la casa discografica ha annunciato l’uscita di un nuovo lavoro. I fans della band non vedono l’ora.