Rapporto di Small Arms Survey
Un rapporto pubblicato nei giorni scorsi da Small Arms Survey denuncia il fallimento degli accodi di pace del 2006 tra Khartoum e la popolazione delle regioni del Sudan Orientale. Nulla è cambiato da allora. La regione resta povera e marginalizzata. Una nuova crisi sta montando.

Il 9 dicembre del 2014 un ex combattente dell’Eastern Front (Ef) si è dato fuoco davanti agli uffici del governo locale di Port Sudan, nel Sudan orientale, per protestare contro il trattamento discriminatorio del governo, in un atto che ricorda il suicidio di Mohammed Bouazizi, che ha innescato le proteste e i cambiamenti di regime in Tunisia, Egitto e in altri paesi del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2010 e 2011
Così inizia il  Development Deferred: Eastern Sudan after the ESPA, un rapporto pubblicato nei giorni scorsi, da Small Arms Survey, l’organizzazione specializzata nel monitoraggio della diffusione e commercializzazione delle armi di piccole dimensioni, in cui si denuncia il fallimento di fatto dell’ Eastern Sudan Peace Agreement, Espa, firmato ad Asmara con la mediazione del governo eritreo nell’ottobre del 2006. L’accordo, tra il governo di Khartoum e l’Eastern Front (Ef) formato dai due movimenti rappresentativi della popolazione locale, il Beja Congress nato nel 1953 per i Beja e il più recente Free Lions per i Rashaida, avrebbe dovuto fermare il conflitto, che durava ormai da una decina d’anni anche nel Sudan orientale, mettendone in moto lo sviluppo. Il corposo documento analizza gli avvenimenti che portarono all’accordo, i termini dell’accordo stesso e la sua implementazione.

Cos’è l’Espa
L’Espa è meno noto di altri trattati di pace dello stesso periodo tra i movimenti di liberazione attivi in diverse aree del Sudan e il governo di Khartoum (il Cpa, ad esempio, che l’anno precedente aveva messo fine alla guerra con il Sud), ma è di fondamentale importanza per la stabilizzazione di una vasta regione composta da tre stati federali (Kassala, Red Sea e Gedaref) abitati complessivamente da più di 4 milioni e mezzo di persone, e per gli equilibri geopolitici nell’intero Corno d’Africa. L’Est Sudan confina infatti con l’Eritrea, l’Etiopia e l’Egitto (con il quale è aperta una contesa di confine, che si acutizza periodicamente, per il territorio di Halaib), ma soprattutto costituisce lo sbocco al mare del paese, comprendendo la costa del Mar Rosso e l’unico porto sudanese che è anche il terminal per le esportazioni del greggio. Inoltre si affaccia sulla Penisola Arabica e sull’intero Medio Oriente, cosa che ne fa uno dei luoghi più strategicamente importanti del mondo.

Regione disastrata
I dati prodotti nel rapporto dimostrano che, a quasi dieci anni dall’accordo, ben poco è cambiato nella vasta regione che rimane, dopo il Darfur perennemente in conflitto, la più povera e marginalizzata del paese, nonostante la grande importanza economica (Port Sudan è la seconda città del paese, unico terminal petrolifero e uno dei porti più rilevanti del Mar Rosso, probabilmente il secondo dopo Gibuti) e le enormi potenzialità di sviluppo in diversi settori. Il rapporto si sofferma anche sul livello di corruzione rampante che non fa che aumentare il risentimento verso le autorità locali e il governo centrale.

Clima incerto
Dal punto di vista politico, nello scorso decennio la leadership dell’Eastern Front si è divisa tra chi è diventato di fatto organico al regime di Khartoum, perdendo moltissima presa tra la popolazione che dice di rappresentare, e chi ha formato piccoli partiti, alcuni confluiti nell’United People’s Front for Liberation and Justice (Upfli), una coalizione di movimenti politici locali di opposizione e formazioni della società civile anche della diaspora che, nell’ottobre del 2013, si è unita al Sudan Revolutionary Front, Srf, il coordinamento delle maggiori forze di opposizione armata del paese di cui fanno parte l’Splm-N e diversi movimenti darfuriani.
La situazione economica e politica bloccata ha generato varie forme di resistenza. Small Arms Survey sostiene che le armi sono molto diffuse e che solo gli ottimi rapporti tra il governo sudanese e quello eritreo, e il controllo della frontiera tra i due paesi, hanno impedito finora lo scoppio di un nuovo conflitto. Tuttavia sembra che richieste di appoggio al governo di Asmara siano già state avanzate, e siano state, per ora, declinate. Ma gli equilibri potrebbero cambiare in qualsiasi momento, come è già successo anche in anni non lontani. Sono inoltre sempre più frequenti le voci che il Beja Congress si prepari a chiedere di nuovo pubblicamente il diritto di autodeterminazione, cioè, di fatto, la secessione del Sudan Orientale.

Fallimento e possibili conseguenze
Il rapporto si conclude con la constatazione che l’Espa non è riuscito a incidere sulla riduzione della marginalizzazione della regione, o meglio, è mancata la capacità politica della leadership locale e la volontà politica del governo nazionale di metterne in moto seriamente il processo di sviluppo e di condivisione del potere. Dunque tutte le cause che avevano causato il primo conflitto sono ancora presenti, e questo porta a non escludere l’insorgenza di una nuova crisi.  

Questa analisi non può che essere accompagnata da alcune osservazioni.  La prima riguarda le politiche del governo del National Congress Party, Ncp, del presidente Omar el Bashir, che rischiano di portare all’implosione del paese, per altro paventata da diversi analisti politici dopo la secessione del Sud Sudan. Di autodeterminazione parla ormai molto apertamente anche l’Splm-N per il Sud Kordofan e il Blue Nile, pur con la precisazione che l’obiettivo da raggiungere è l’autonomia regionale.
Un’altra nota riguarda i flussi migratori dal Corno d’Africa che hanno il loro epicentro nel Sudan Orientale: i profughi eritrei, etiopici e somali passano i confini degli stati di Kassala, Red Sea e Gedaref prima di mettersi in viaggio verso la costa del Mediterraneo. Si può facilmente immaginare l’impossibilità di operare per un ordinato controllo e il dovuto sostegno secondo i dettami delle convenzioni internazionali in una situazione di grande instabilità e di corruzione pervasiva.
L’ultima riguarda la possibilità delle influenze dell’islam radicale, facilitate dal senso di marginalizzazione e di oggettiva povertà, come in altre parti dell’Africa e del Medio Oriente. D’altra parte, la posizione geografica è straordinariamente favorevole mentre una rapida evoluzione del costume in senso rigorista risulta evidente a chi abbia frequentato la zona negli ultimi 15 anni. Inoltre non si può non ricordare che l’Est Sudan è stata la base di addestramento e reclutamento di Bin Laden, prima di essere costretto a lasciare il paese per rifugiarsi tra i monti dell’Afghanistan. 

Nella foto in alto un giovane combattente del Beja Congress. (Fonte: Christopher Milner) Sudan, 2007.