Valorizzazione dei biorifiuti / Studio dell’Università di Siena

Ha coinvolto Egitto, Ghana, Kenya, Marocco, Sudafrica e ha dimostrato la sostenibilità ambientale ed economica di trasformare in biocombustibili e fertilizzanti gli scarti e i rifiuti agricoli. Creando posti di lavoro. Si tratta di un progetto finanziato dall’Ue, che ha consentito anche il trasferimento di conoscenze.

Si è concluso il 30 settembre scorso il progetto Biowaste4SP (Turning biowaste into sustainable products: development of appropriate conversion technologies applicable in developing countries), finanziato dall’Unione europea. Si tratta dello studio di fattibilità di processi sostenibili per la conversione di scarti e rifiuti provenienti dall’agricoltura e dall’industria alimentare di alcuni paesi africani in biocombustibili, fertilizzanti, mangime per animali e altri prodotti con un potenziale valore di mercato.

Lanciato il 1 ottobre del 2012, il progetto ha visto la collaborazione di sedici partner provenienti da dieci paesi diversi: Egitto, Ghana, Kenya, Marocco, Sudafrica (i cinque paesi africani oggetto dello studio), Danimarca, Svezia, Italia, Turchia e Malesia. Le diverse competenze messe in campo hanno contribuito all’esplorazione della possibilità di sviluppare delle filiere produttive per la trasformazione della frazione biodegradabile di rifiuti agricoli e alimentari in energia e fertilizzanti.

Il progetto si è, infatti, sviluppato sulla base dei dati riguardanti l’ampia disponibilità di biorifiuti che caratterizza il continente africano (l’80% sul totale dei rifiuti prodotti). Basti pensare che nelle piantagioni sudafricane di banane circa il 10% del raccolto viene lasciato sul campo perché non adatto per la commercializzazione (per un totale di circa 25.000 tonnellate all’anno), mentre in Marocco l’allevamento di mucche da latte genera circa 14,5 milioni di tonnellate di letame all’anno (vedi tabella).

Un’accurata indagine sulla produzione dei rifiuti organici nei cinque paesi africani presi in esame ha portato alla redazione di un catalogo che annovera circa 50 tipologie di biorifiuti potenzialmente utilizzabili per la produzione di bioetanolo e biomateriali da un lato e di fertilizzanti e biogas dall’altro. La classificazione dei residui organici riguarda, infatti, due tipi di rifiuto: il primo ricco di zuccheri e quindi adatto per la produzione di bioetanolo mediante processi di saccarificazione e fermentazione; il secondo meno ricco di zuccheri ma con elevato contenuto di nutrienti… (…)

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