Algeria. Le scelte del movimento
Comincia a calare il numero di partecipanti alle proteste del venerdì ad Algeri. Oltre alla prevedibile stanchezza di un movimento che continua a manifestare ininterrottamente dal 22 febbraio 2019, si affacciano anche le prime divisioni interne. E lo scontro con il potere ha portato a un progressivo restringimento degli spazi politici: un’ottantina i manifestanti detenuti.

A poco meno di un anno dall’inizio del movimento di protesta che ha sconvolto la vita politica algerina, i tentativi di normalizzazione da parte delle autorità proseguono spediti.

Il riflusso politico, iniziato con la tenuta delle elezioni presidenziali dello scorso 12 dicembre, ha avuto il suo culmine con la morte del capo di stato maggiore dell’Armée nationale populaire (Anp, l’esercito algerino) il generale Ahmed Gaïd Salah che ha segnato un passaggio decisivo negli sviluppi politico-istituzionali dell’Algeria contemporanea.

Tenutisi il 25 dicembre 2019, i funerali di stato hanno confermato il ruolo principale riservato al capo dell’esercito nell’era post-Bouteflika. Costringendo l’ex presidente alle dimissioni, Salah era divenuto in poco tempo il leader di fatto del paese, complice anche una campagna anticorruzione che ha eliminato gran parte del clan presidenziale dalla vita politica algerina.

La fine dell’èra Bouteflika ha consentito all’Anp di recuperare quegli spazi politici che l’ex presidente aveva gradualmente ristretto, a tutto vantaggio di un apparato politico-affaristico che ha contribuito a una gestione oligopolistica del potere.

Accompagnata da una lotta senza quartiere contro la “gang” responsabile del declino politico ed economico, la strategia di Salah puntava alla creazione di una facciata civile nelle istituzioni per nascondere lo “stato profondo”, vero detentore del potere. L’immediata successione di Abdelkader Bensalah a Bouteflika, così come la conferma di Noureddine Bedoui quale primo ministro, è stata accompagnata da un’incessante campagna per la tenuta delle elezioni nei tempi stabiliti, al fine di evitare un pericoloso vuoto costituzionale.

Tale campagna ha incontrato la forte resistenza dell’Hirak, il movimento di protesta sceso in piazza il 22 febbraio 2019 per chiedere la fine del regime. Da allora, le manifestazioni si sono estese a tutto il territorio, con tassi di partecipazione elevatissimi, specie a ridosso delle contestate elezioni presidenziali. I risultati ottenuti sono stati considerevoli: dopo aver ottenuto la rinuncia alla candidatura da parte di Bouteflika, il movimento di protesta ha mantenuto una pressione costante sulle tre ‘B’ (Bensalah, Bedoui ed il presidente della corte costituzionale Tayeb Belaziz), ottenendone le dimissioni o la progressiva irrilevanza.

La denuncia di Human Right Watch

Tuttavia, lo scontro tra le conflittuali pretese dell’esercito e dei manifestanti ha portato a un progressivo restringimento degli spazi politici. Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) gli attivisti e i manifestanti ancora in detenzione sono circa 80, e nuovi arresti sono stati effettuati ad Algeri lo scorso 17 gennaio, nell’occasione della 48ª protesta settimanale dell’Hirak.

La nuova stretta è arrivata poco dopo il rilascio di più di 70 detenuti (tra i quali Hakim Addad, fondatore del movimento di opposizione Rassemblement action jeunesse (Raj), il moudjhaid Lakhdar Bouregga, il poeta Mohammed Tadjadit e il segretario generale dell’Associazione nazionale per la lotta contro la corruzione Halim Feddal) lo scorso 2 gennaio. Il giorno stesso il presidente, Abdelmajid Tebboune, annunciava la composizione del nuovo governo, affidando la carica di primo ministro ad Abdelaziz Djerad e nominando ministri diversi funzionari dell’era Bouteflika.

Tentativo di fiaccare i movimenti

Il simultaneo rilascio dei detenuti d’opinione e la nomina del nuovo governo suggeriscono un’accurata strategia elaborata dal potere per fiaccare i movimenti di opposizione. Solo in questa maniera si può interpretare l’offerta di dialogo di Tebboune e l’istituzione di un comitato di esperti per la revisione della Costituzione.

In effetti, molti dei punti di discussione proposti da Tebboune al suddetto comitato (rafforzamento dei diritti e delle libertà civili, separazione ed equilibrio dei poteri, maggiori poteri per il parlamento, indipendenza del potere giudiziario) sono volti a soddisfare le domande dei manifestanti. Tuttavia, la nomina presidenziale dei membri del comitato sembra seguire un approccio top-down che solleva numerosi dubbi nell’Hirak, movimento orizzontale per eccellenza.

Nonostante il promesso coinvolgimento di tutti i principali attori sociali, il processo di revisione costituzionale si terrà su un terreno prevedibilmente accidentato, come dimostrato dai non incoraggianti precedenti. La precedente riforma costituzionale del 2016 aveva infatti riportato il limite dei mandati presidenziali a due, salvo poi sorvolare sulla candidatura di Bouteflika a un quinto mandato tre anni dopo.

Oltretutto, i rapporti tra l’esercito e l’Hirak risultano ancora non definiti. E ciò non solo per la prevedibile incertezza sugli equilibri di potere che ha accompagnato la scomparsa di Salah, nonostante il suo successore, Saïd Chengriha, sembra non discostarsi molto dalla strategia finora adottata. La morte di Salah ha infatti indebolito maggiormente l’Hirak, come dimostrato dalla forte commozione popolare che ha accompagnato i funerali dell’ex capo di stato maggiore. Accreditato per l’indubbio merito di aver evitato che le proteste del 2019 degenerassero in un bagno di sangue, Salah ha rinsaldato il legame tra l’Anp e il popolo, a tutto vantaggio dell’esercito.

Attenzione che scema

Per recuperare il terreno perso, l’Hirak deve non solo mantenere alta una pressione che sembra scemare con il passare del tempo, come dimostrato dal sempre più esiguo numero di partecipanti alle proteste. Oltre alla prevedibile stanchezza di un movimento che continua a manifestare ininterrottamente per quasi un anno, si affacciano anche le prime divisioni interne, alle quali la riunione del 25 gennaio scorso ad Algeri del Pacte pour l’alternative démocratique (PAD) ha cercato di porre rimedio.

I dubbi sull’accettare o meno l’offerta di dialogo delle autorità suggeriscono la necessità di una nuova strategia, che tenga conto non solo dei considerevoli risultati raggiunti e del contributo dato all’inizio di una nuova epoca per l’Algeria, ma elabori al tempo stesso proposte concrete e concorrenti a quelle predisposte da regime interessato esclusivamente a preservare sé stesso.