Sudan / Il dissidente in pericolo di vita
In carcere da ormai quasi due mesi senza alcuna accusa formale, legato, picchiato e torturato. Cresce la preoccupazione per la sorte del sessantenne Mudawi Ibrahim Adam, noto attivista sudanese per la difesa dei diritti umani, da una settimana in sciopero della fame. Per la sua liberazione è aperta una petizione online.

C’è massima preoccupazione per la salute, e la vita stessa, di Mudawi Ibrahim Adam, noto attivista sudanese per la difesa dei diritti umani, arrestato per motivi ignoti all’inizio dello scorso dicembre. Da domenica Mudawi ha iniziato lo sciopero della fame. Per convincerlo a desistere, i suoi aguzzini l’hanno incatenato per le mani e per i piedi alle pareti della sua cella. Queste tremende informazioni sono state diffuse da altri prigionieri politici detenuti nello steso carcere in Sudan e rilasciati all’inizio della settimana. Hanno lanciato l’allarme, affermando che è stato anche duramente malmenato e torturato. Mudawi è attorno ai sessant’anni e la sua salute è già stata minata da ripetuti arresti (l’ultimo nel 2010), da lunghi periodi in isolamento e da cicli di torture per la sua opposizione al regime di Khartoum e per il suo attivismo nella difesa dei diritti umani, in un paese che ne è un violatore seriale. Così il Sudan è stato definito da Human Rights Watch in un recente rapporto.

L’allarme è stato dato da Abdullah Abdel Gayoum, rilasciato con altri 30 detenuti politici, che ha descritto inenarrabili torture cui parecchi di loro sono stati sottoposti. Particolarmente duri, ha detto, i trattamenti a Mudawi e ad Hafiz Idris, un altro difensore dei diritti umani che si occupa soprattutto dei diritti violati degli sfollati in Darfur, incarcerato alla fine dello scorso novembre.

Mudawi era stato arrestato il 7 dicembre scorso all’università di Khartoum, dove insegna ingegneria meccanica. Da allora è detenuto a Kober, il famigerato carcere gestito dai servizi di sicurezza (Niss), dove vengono rinchiusi i prigionieri politici e di coscienza. Il 12 gennaio, dopo più di un mese di carcere senza accuse precise e senza aver potuto incontrare né gli avvocati, né la famiglia, né le autorità accademiche della sua facoltà che lo avevano richiesto, ha visto brevemente due dei suoi fratelli. Allora le sue condizioni di salute erano ancora discrete. 

Repressione preventiva 

L’arresto di Mudawi e di molti altri attivisti e di politici dell’opposizione ha coinciso con un’ondata di manifestazioni pacifiche di disobbedienza civile, dovute all’aumento dei prezzi, che stavano scivolando rapidamente verso una mobilitazione popolare per il cambiamento di regime. Nello stesso periodo sono state sequestrate anche molte edizioni di quotidiani che descrivevano la situazione, dando informazioni ben diverse da quelle ufficiali, che minimizzavano la partecipazione alle proteste.

Le violazioni dei diritti dei suoi stessi cittadini da parte del governo di Khartoum sono gravissime e quotidiane. L’ultima denuncia riguarda i sempre più numerosi attacchi premeditati agli studenti darfuriani, documentati da Amnesty International in un rapporto pubblicato la scorsa settimana Uninvestigated, unpunished: human rights violations against Darfuri students in Sudan. Contro di loro, i servizi di sicurezza, il già citato Niss, e gli studenti affiliati al partito di governo, il National Congres Party, che non hanno mai pagato per i loro crimini. D’altra parte lo stesso presidente, Omar al-Bashir, è ricercato dalla Corte penale internazionale per 10 capi d’accusa, di cui 3 per genocidio, per crimini commessi proprio in Darfur. E per ora gode dell’impunità più assoluta.

Se poi gli attivisti sono donne, gli attacchi assumono molto spesso la forma di violenze sessuali perché, nella sottocultura islamista degli aggressori, il loro posto è tra le mura domestiche. Quelle che scendono per la strada a mostrare le proprie opinioni sono, per ciò stesso, non degne di rispetto. Lo affermano con rabbia e disgusto moltissime militanti sudanesi, in numerosi rapporti e ricerche sociologiche.

Colpevole cecità internazionale

Nonostante tutto ciò, il governo sudanese, a lungo isolato, è ormai rientrato dalla porta principale nel consesso della comunità internazionale, dove fa valere la sua posizione chiave sulle rotte migratorie africane e il ruolo di stabilizzatore nelle crisi della regione, un ruolo per altro assolutamente di facciata.

Possiamo scommettere che gli arresti, la censura, le torture e il peggioramento complessivo della situazione interna dipendono in gran parte proprio dal miglioramento della posizione nelle relazioni internazionali di un governo a lungo elencato tra quelli “canaglia” che si fa ora forte della riguadagnata credibilità per appesantire il giogo sul suo stesso paese. 

Chiedi anche tu la liberazione di Mudawi. Firma la petizione 
Su Twitter: #FreeMudawi