Tunisia / Qualche diritto non fa primavera

Nel paese arabo più evoluto per la parità di genere, i movimenti femministi continuano a battersi contro le tante violenze e discriminazioni. E contro i rischi di passi indietro.

Amina Tyler, tunisina di diciannove anni, a metà marzo ha pubblicato su internet una propria foto a seno nudo, sul quale ha scritto “Il mio corpo mi appartiene, e non rappresenta l’onore di nessuno”, lanciando così in Tunisia il movimento femminista ucraino Femen. Ne è seguita l’ira del predicatore Almi Adel, capo della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione dal vizio, secondo cui Amina meritava non solo le 100 frustate in accordo con i precetti della shari’a, ma la morte per lapidazione. Legalmente, Amina avrebbe rischiato due anni di carcere e una multa, se le fotografie fossero state scattate in Tunisia.

Scomparsa per diversi giorni, racconta a Cristina Mastrandrea di la Repubblica di essere stata picchiata da due parenti, quindi la sua famiglia, che ha condannato il suo gesto, l’ha portata via da Tunisi, obbligata a prendere psicofarmaci e a leggere il Corano. Alla fine è scappata, e a inizio maggio ha pubblicato nuove foto in topless. Il 20 maggio, durante uno dei duri scontri tra salafiti e forze dell’ordine, Amina è stata arrestata a Kairouan. Secondo il governatore della città, Abdelmajid Laghouan, la giovane si sarebbe spogliata davanti a una moschea. Un video diffuso in seguito smentisce questa versione; pare invece che la polizia sia intervenuta per proteggerla dall’ira della gente del posto.

Già dai primi eventi seguiti alle foto incriminate, le Femen hanno lanciato la “Topless Jihad”, una mobilitazione internazionale per la liberazione di Amina. In contrapposizione, è nato il movimento “Donne musulmane contro le Femen”, che accusa le attiviste ucraine di avere un atteggiamento «coloniale, islamofobo e imperialista». In tutto il mondo, l’approccio delle Femen alla lotta per i diritti delle donne sta confondendo e dividendo i gruppi femministi (si veda su Rue89 l’articolo di Emile Brouze e Renée Greusard “Seins nus: les Femen, phénomène médiatique ou féministe?”). Divise sono anche le rappresentanti arabe delle lotte al femminile. La scrittrice libanese Joumana Haddad, in una conferenza sul tema al Salone del Libro di Torino ha affermato che la primavera araba è un «purgatorio», una transizione necessaria, ma che non produce effetti positivi in sé: la fase successiva alle dittature nel mondo arabo non è la democrazia, bensì l’islamismo. Soraya Ben Mustapha, caposervizio della redazione politica di Tunis Afrique Presse – intervistata da Gaetano Veninata di Public Policy – afferma «che è troppo presto per fare gesti del genere, siamo in una fase di transizione e questo incidente può essere usato dagli islamisti per dire alla gente semplice: “Ecco, vedete, questa è la Tunisia che vogliono i laici”».

Oltre all’appoggio o alla contrapposizione verso le Femen, il femminismo arabo si divide tra femminismo islamico e laico: il primo si batte contro i settori più integralisti del mondo musulmano, utilizzando come arma il Corano stesso, e mettendo in luce quelle che sono considerate interpretazioni maschiliste; il secondo, invece, non vede nell’islam una possibile via per la riduzione delle disuguaglianze. Tuttavia, al di là di queste divisioni, entrambi i movimenti chiedono l’uguaglianza di genere e una riforma della condizione della donna, storicamente sottomessa all’uomo nella famiglia e nella società…

 

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