Rifugiati Eritrei in Libia
L’annuncio è arrivato ieri, nel pomeriggio. Fonti libiche dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), hanno riferito d’aver firmato un accordo con il ministero del Lavoro a Tripoli per la liberazione dei rifugiati eritrei trasferiti dal carcere di Misrath a quello di Al-Biraq dopo che si erano rifiutati di compilare un documento di riconoscimento.

Il regime libico sembra dunque aver ceduto alle pressioni internazionali arrivando ad un compromesso: gli eritrei che compileranno il documento di riconoscimento saranno rilasciati, otterranno la residenza in Libia ma dovranno svolgere “lavoro socialmente utile in diversi comuni (shabìe)”.

 

In un comunicato diffuso oggi, il ministero degli Esteri libico annuncia l’avvio del “processo di regolarizzazione”, e parla di “circa 400 eritrei immigrati clandestini” individuati nei centri di detenzione in Libia. Tripoli dice di essere impegnata anche nel “garantire loro una vita dignitosa e l’accesso al lavoro secondo le loro capacità professionali” e che “l’ambasciata eritrea in Libia sta provvedendo al rilascio dei documenti di identità alle persone interessate”.

 

L’agenzia stampa di Stato, Jana, ha fatto sapere che già 140 di loro hanno accettato la proposta del governo libico. Ma la maggior parte ha paura.
Paura che dopo la loro identificazione il regime di Asmara colpisca i famigliari rimasti in patria. Paura che, una volta liberi e dopo che si saranno spenti i riflettori internazionali sulla loro vicenda, i servizi di sicurezza eritrei entrino in azione rimpatriandoli con procedure più “discrete”, andandoseli a prendere uno alla volta.

 

“Chiediamo protezione internazionale – dice uno di loro, raggiunto al telefono dal portale informativo Cnrmedia – perché la Libia non riconosce il diritto d’asilo. E in qualsiasi momento potremmo essere deportati in Eritrea”. E prosegue: “Tutti noi abbiamo già vissuto due, tre anni in questo paese e sappiamo che potremmo essere di nuovo messi in carcere tra un po’ di tempo. Se fossimo riportati nel nostro paese la nostra sorte sarebbe segnata: saremmo incarcerati in celle sotterranee. E’ già capitato ad altri di firmare dei permessi di lavoro libici con la promessa di essere liberati e poi di essere comunque deportati”.

 

Sempre ieri, intanto, alla Commissione Esteri del Senato, il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi ha evidenziato come si sia arrivati a questa conclusione anche grazie alla mediazione del governo italiano, al quale, peraltro, il Consiglio d’Europa aveva chiesto esplicitamente di intervenire. Governo italiano che ha responsabilità non secondarie in questa vicenda, stando almeno alle dichiarazioni dello stesso prigioniero eritreo raggiunto da Cnrmedia nel carcere di Al- Biraq: “Noi siamo circa 200, più della metà di noi durante lo scorso anno ha cercato di venire in Italia ma è stata respinta dalla guardia costiera senza che neanche ci venissero chiesti i documenti… Da quando siamo stati respinti dalle autorità italiane abbiamo affrontato torture e percosse in ogni prigione dove siamo stati rinchiusi fino ad arrivare qui, nel deserto, in una condizione disumana”.

Gli articoli 1 e 6 del “Trattato di amicizia” Italia-Libia prevedono il rispetto dei diritti umani fondamentali. Chi ha il compito di controllare che siano rispettati?