Da Nigrizia di dicembre 2011: Ellen Johnson-Sirleaf eletta per un secondo mandato
La corsa solitaria del neo Premio Nobel per la pace al secondo turno non rafforza la sua immagine. L’oppositore Tubman, che ha boicottato il voto, ha gridato alla farsa. Si profilano problemi di governabilità, visto che il partito della presidente non ha la maggioranza in parlamento. E restano gravi alcuni nodi irrisolti nel paese: povertà, corruzione, disoccupazione. Al di la delle sue manchevolezze, l’eletta resta comunque un elemento importante per la stabilità del paese.

Il 10 novembre, Ellen Johnson-Sirleaf è stata rieletta presidente della Liberia per un secondo mandato di 5 anni. Che tenesse alla vittoria, e ci contasse, lo aveva fatto capire in un discorso tenuto, nel giugno scorso, alla Chatham House di Londra (già Istituto reale per le relazioni internazionali), in cui aveva esposto un programma ambizioso: risollevare, nello spazio di una generazione, il paese dallo stato miserevole in cui è caduto; dimezzare il livello di povertà durante il secondo mandato; creare posti di lavoro e favorire una crescita economica a due cifre percentuali; dotare il paese delle necessarie infrastrutture e di servizi di base.

 

Il compito di trasformare questo sogno in realtà è stato reso molto più difficile di quanto lei potesse immaginare dalle violenze elettorali scoppiate prima del secondo turno delle elezioni presidenziali, l’8 novembre (il primo turno si era svolto l’11 ottobre).

 

Al ballottaggio, Johnson-Sirleaf, prima donna in Africa ad assurgere alla carica di capo di stato nel 2005, ha ottenuto il 90,6% dei voti. Ma la partecipazione è stata del 37,4% (dimezzata la percentuale rispetto al primo turno), in quanto i sostenitori dello sfidante, Winston Tubman (33% dei voti ottenuto al primo turno), molti dei quali ex guerriglieri rimasti senza lavoro, hanno disertato le urne, obbedendo all’invito al boicottaggio fatto dal loro candidato per presunti brogli commessi nel primo turno.

 

Tubman ha immediatamente rigettato la vittoria della Johnson-Sirleaf, adducendo il fatto che l’intero esercizio era stato falsato in favore del recente Premio Nobel per la pace: «È stata una farsa politica di prim’ordine». Ha quindi chiesto la ripetizione delle elezioni, cosa che difficilmente otterrà. Gli osservatori internazionali, la Comunità economica degli stati dell’Africa dell’ovest (Ecowas) e l’Unione africana hanno approvato, infatti, i risultati, giudicandoli «per lo più corretti».

 

A prescindere dall’accoglienza o meno del suo ricorso agli organi giudiziari, Tubman ha affermato che non coopererà mai con il governo della Johnson-Sirleaf, facendo intendere che ogni iniziativa presa dalla rieletta presidente avrà vita dura in parlamento, dove la formazione di governo, il Partito dell’Unità (Pu), non è riuscita a ottenere la maggioranza dei seggi nel voto di ottobre.

 

Questa situazione di stallo in parlamento tra il governo e l’opposizione sarà un serio intoppo per un paese che sta ancora lottando per ricostruirsi, dopo una guerra civile di 14 anni (dicembre 1989-agosto 2003) che ha distrutto ogni cosa e fatto sprofondare la popolazione nella povertà.

 

La pace riconquistata

Nonostante il suo passato di sanguinose lotte fratricide, negli ultimi otto anni la Liberia è riuscita a godere di una pace consistente. Il cessate-il-fuoco firmato nel 2003 è stato rispettato, grazie alla presenza di 8mila soldati della Missione delle Nazioni Unite in Liberia (Unimil), che hanno giocato un ruolo determinante nel mantenimento della pace. Il supporto offerto dalla comunità internazionale (in particolare dagli Stati Uniti) ha consentito – e tuttora consente – che l’ex esercito liberiano (oggi disarmato), le varie milizie e gli altri fronti armati non governativi non costituiscano un immediato pericolo per la sicurezza nazionale. Sono stati compiuti alcuni passi verso la reintegrazione nella società degli ex combattenti attraverso la Commissione per la verità e la riconciliazione, ma l’intera iniziativa ha ottenuto successi limitati.

 

La crisi registrata in Costa d’Avorio, in seguito alle elezioni presidenziali di ottobre-novembre 2010, ha causato un flusso di 10mila ivoriani in Liberia. Storicamente, l’instabilità a Monrovia è sovvertimenti in nazioni vicine, di destabilizzazioni gestite da fuori, e di poveri governi e fantomatiche istituzioni dentro i confini nazionali.

 

Dal 2005 in poi, la Liberia è stata una democrazia funzionante, ma il consenso iniziale goduto da Ellen Johnson-Sirleaf e dal Pu è andato scemando per i molti scandali di corruzione che li hanno contrassegnati e per la loro incapacità di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Il rimpasto del governo, nel novembre 2010, si è rivelato solo un debole tentativo di rispolverare le fortune del partito di governo.

 

Winston Tubman, ex rappresentante dell’Onu in Somalia, scelto come candidato presidenziale dal Congresso per il cambiamento democratico (Ccd), ha potuto contare sul seguito che George Weah, ex leader del partito e secondo classificato alle presidenziali del 2005, ancora gode nel paese, presentandolo come suo eventuale vicepresidente. Il binomio Tubman-Weah ha costituito una seria sfida per la Sirleaf, sia nelle elezioni parlamentari sia nelle “presidenziali”, ma difficilmente avrebbe vinto, con o senza il boicottaggio. La coalizione di governo, del resto, si era rafforzata con la fusione con il Partito dell’unificazione della Liberia e il Partito d’azione liberiano, siglata il 1° aprile 2009.

 

Nonostante le sue manchevolezze accusate nel primo mandato, la rielezione della Johnson-Sirleaf è un elemento importante per la stabilità del paese nei prossimi cinque anni. Benché 73enne, la presidente gode ottima salute e dà la netta sensazione di essere in grado di completare il nuovo mandato. Ha apertamente riconosciuto di «essere un po’ più lenta di una volta», ma è convinta di poter contare su una maggior saggezza e una più acuta capacità di vedute.

 

Intanto, ha detto di voler vedere mantenute le sanzioni dell’Onu contro gli ex sostenitori e “associati in affari” di Charles Taylor, l’ex capo di stato liberiano sotto processo dal gennaio 2008 presso la Corte penale internazionale dell’Aia per il ruolo avuto nella guerra civile combattuta in Sierra Leone dal 1991 al 2001, che causò circa 200mila morti e diverse migliaia di mutilati.

 

La presenza delle forze dell’Unimil rimane cruciale per il mantenimento della stabilità. Una diminuzione del numero delle forze impiegate potrebbe iniziare entro breve, ma il loro disimpegno in Liberia avverrà solo fra alcuni anni, poiché la capacità delle forze locali di sostituirle è ancora del tutto inadeguata. Circa 100mila ex combattenti sono stati disarmati, ma rimangono tuttora senza lavoro, perché senza alcuna preparazione professionale. Privi di prospettive di futuro, rappresentano un costante rischio, qualora si presentassero occasioni di darsi al banditismo e al saccheggio.

 

Il processo contro Taylor sta entrando nelle sue fasi conclusive. L’esito del procedimento è incerto. Molto probabilmente sarà assolto almeno da alcuni degli 11 capi d’accusa mossi contro di lui. Qualora fosse condannato, sconterà la pena in un carcere britannico. Tenuto conto del periodo trascorso in detenzione preventiva, potrebbe tornare libero entro meno di 10 anni. È vero che la sua liberazione e il suo rientro in patria potrebbero creare tensioni, ma è altrettanto vero che l’intera regione è oggi profondamente diversa da come era negli anni Novanta. Sarà difficile che Taylor possa trovare sostegno per destabilizzare di nuovo il paese.

 

Nel frattempo, la corruzione – endemica sia nel settore privato che in quello pubblico – continua a essere un grosso ostacolo per chi vuole investire in Liberia. Le elezioni hanno mostrato che i liberiani rimangono del tutto scettici circa la volontà politica di chiunque sia al potere a Monrovia di combattere questo male. Per quanto un presidente e la sua compagine governativa si dicano decisi a vederne la fine, la gente comune ritiene che nessun governo avrà mai la capacità di eliminare davvero le molte forme di malgoverno e frode istituzionale.

 

È tuttavia onesto dire che i provvedimenti presi dalla Sirleaf hanno ottenuto alcuni risultati positivi: nel 2005, la Liberia occupava il 151° posto (su 178 stati) nella classifica dell’Indice di corruzione percepita, stilata da Transparency International, con un valore di 2,2 (su un massimo di 10); nel 2010, è salita all’87° posto, con un valore del 3,3. La presidente si è regolarmente vantata dell’impegno profuso e dei risultati ottenuti dal suo governo in materia di trasparenza e rendicontazione finanziaria e criteri precisi di gestione nei rapporti con le multinazionali. La Liberia ha aderito all’Iniziativa sulla trasparenza nelle industrie estrattive.

 

Sfide economiche

Grazie al suo rigoroso impegno di attenersi, sin dal 2005, al protocollo che governa l’Iniziativa internazionale a favore dei paesi più poveri e indebitati, la Liberia si è vista cancellare 4,6 miliardi di dollari di debito nel giugno 2010 dal Fondo monetario internazione e dalla Banca mondiale. Un certo progresso economico può essere anche ascritto alla realizzazione di una strategia per la riduzione della povertà varata nel marzo 2008.

 

Tuttavia, nonostante queste riforme progressiste, la Liberia rimane uno dei paesi più poveri al mondo. I risultati delle varie manovre sono certamente avvertibili, ma l’economia nazionale è ancora lungi dall’essersi trasformata. Per funzionare efficacemente, deve ancora dipendere dagli aiuti finanziari della comunità internazionale. Monrovia ha registrato per anni il più alto tasso al mondo di investimenti stranieri rapportati al prodotto interno lordo. Nonostante gli storici legami del paese con gli Stati Uniti, oggi è la Cina il maggior donatore, con 20 milioni di dollari annui, condizionati all’acquisto e utilizzo dei suoi prodotti.

 

L’incapacità del paese di sviluppare progetti mirati alla formazione professionale, all’educazione e all’addestramento al lavoro – gli scempi di 14 anni di guerra civile non si cancellano in un batter d’occhio – ha portato all’apparizione di una generazione di giovani del tutto dequalificati. La maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Gli indici ufficiali di disoccupazione toccano il 95% (cifra che non calcola i tantissimi liberiani dediti al settore informale, l’unico mezzo loro rimasto per sbancare il lunario). L’economia rimane pesantemente dipendente da un’agricoltura che è ancora labour-intensive (cioè a forte intensità di lavoro) e troppo legata a fattori esterni (ad esempio, le piogge).

 

L’amministrazione sta riscrivendo i termini di concessione di attività economiche a imprese estrattive e agrarie: nella speranza di attrarre investimenti stranieri, ha decretato la riduzione delle imposte sulle società dal 35% al 25%. In vista di un rilancio della crescita, ha anche deciso un aumento della spesa pubblica (dal 30,4% del Pil del 2010 al 32,5% quest’anno), anche se molti hanno giudicato la mossa una mera strategia elettorale.

 

L’apertura agli investimenti stranieri diretti ha portato a un mercato locale più variegato, con nuove presenze internazionali: la comunità libanese domina il mercato dei servizi con piccole e medie imprese, mentre i cinesi sono intervenuti massicciamente nel settore estrattivo (presto saranno seguiti da altre compagnie asiatiche).

 

Queste misure di apertura economica hanno permesso alla Liberia di registrare una crescita economica del 6,3% nel 2010; le previsioni parlano di aumenti costanti per i prossimi due anni. Oggi il paese è una delle 20 economie nazionali con la più rapida crescita al mondo. I ripetuti sforzi fatti dalla Sirleaf nel corteggiare imprenditori internazionali hanno dato buoni risultati. Superata la bufera della crisi finanziaria globale del 2008, molte compagnie internazionali stanno riaprendo in Liberia le attività che avevano interrotto per tagli ai finanziamenti.

 

La stabilità è un ingrediente indispensabile della sicurezza dell’Africa Occidentale, una regione che sta riprendendosi da decenni di guerra civile e colpi di stato (vedi Costa d’Avorio e Sierra Leone). Il secondo mandato della presidente Johnson-Sirleaf si prospetta più difficile e complesso. Non potrà più contare su un sentimento da “luna di miele” goduto durante il primo mandato, subito dopo gli orrori della guerra civile. Il boicottaggio dell’opposizione le renderà il lavoro arduo e rallenterà di molto il ritmo con cui ha fino ad oggi varato riforme. È vero che è abituata a governare con una minoranza in parlamento. Oggi però i molti dubbi sulla legittimità della sua seconda vittoria renderanno l’opposizione oltremodo ostica nei suoi confronti, obbligandola a un processo legislativo oltremodo lento, forse addirittura a un arresto delle riforme.

 

Per quanto riguarda Winston Tubman, solo il tempo dirà se lui e il suo partito hanno sbagliato a boicottare il secondo turno delle presidenziali, forse spianando la strada ad altri candidati alla presidenza fra cinque anni.

 

Per la Johnson-Sirleaf, invece, una cosa resta chiara: i maggiori problemi del paese rimangono la povertà, la corruzione e la lentezza nel trasformare la crescita economica in nuovi posti di lavoro. Li dovrà porre in cima alla lista delle sue priorità e cercare di combatterli, se vorrà che i prossimi cinque anni di presidenza lascino al paese un’eredità degna di essere ricordata.

 


 



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