World Press Freedom Index 2017
I poteri forti minacciano sempre più la libertà della stampa, che ha subìto un generico deterioramento a livello globale negli ultimi 12 mesi. La libertà dei media nelle 180 nazioni esaminate nel rapporto annuale di Reporter sans frontières non è mai stata così minacciata e “l'indicatore globale” di censura non è mai stato così alto. Ma nel complesso, rispetto al passato, i paesi africani hanno migliorato le loro posizioni.

“Siamo in un mondo dove gli attacchi ai media e all’informazione sono ormai cosa comune e i poteri forti sono in crescita. È l’era della post-verità, della propaganda e della repressione delle libertà, specie nelle democrazie”. Inizia così la descrizione dei risultati del rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato da Reporters sans frontières (Rsf) a ridosso del World Press Freedom Day che è stato celebrato il 3 maggio.
I ricercatori lanciano l’allarme affermando che la libertà dei media nelle 180 nazioni esaminate non è mai stata così minacciata e “l’indicatore globale” di censura non è mai stato così alto. Quasi due terzi dei paesi ha fatto registrare un deterioramento della situazione nell’ultimo anno, mentre il numero di quelli in cui la libertà dei media si può definire buona è sceso del 2,3%.
L’Africa compie passi in avanti ma la sua situazione è ancora contraddistinta da una forte disparità tra paesi molto liberi e altri dove la libertà d’informazione è compromessa o assente.

Africa dai mille volti

Nonostante l’allarme lanciato a livello mondiale infatti, nel complesso gli stati africani hanno migliorato nettamente le loro posizioni rispetto agli anni precedenti. In tema di libertà di stampa il continente nella classifica delle macro-regioni ormai segue solo le Americhe (a distanza di poco più di 5 punti) e l’Europa (vedi schema).
Analizzando l’indice i miglioramenti sono tangibili. In cima alla classifica dei dieci paesi africani  più virtuosi troviamo la Namibia che occupa il 24° posto a livello mondiale, seguita da Ghana, Capo Verde, Sudafrica, Burkina Faso, Botswana, Mauritania, Mauritius, Madagascar e Senegal.
Rsf ha elogiato il Gambia in cui la libertà d’informazione torna a respirare dopo la caduta del dittatore Yahya Jammeh lo scorso 21 gennaio e scala la classifica di due posizioni piazzandosi al 143° posto .
Nel Nord Africa – accorpato al Medio Oriente come macro-regione e considerata ancora come la più pericolosa per i giornalisti – spicca la Tunisia che si piazza al primo posto nel Maghreb essendosi classificata al 97° posto, pur perdendo una posizione rispetto allo scorso anno.

Molta strada ancora da fare

La debolezza finanziaria dei media africani li rende facili prede dell’influenza politico-economica. In molti paesi si registrano poi casi di chiusure di giornali, arresti di cronisti e soprattutto frequenti tagli delle connessioni internet nell’ultimo anno. Non a caso Rsf ha constatato che in Africa “tagliare internet è divenuta un’abitudine durante i periodi elettorali e un mezzo per contrastare movimenti sociali non graditi”. 
L’ultimo è quello avvenuto in Camerun, che infatti ha perso quattro posizioni in classifica ed è al 130° posto. Il governo di Yaoundé ha sospeso l’accesso al web in due regioni del nord per tre mesi, dal 17 gennaio al 20 aprile scorso, dopo una serie di manifestazioni di protesta delle comunità anglofone che le abitano, le quali denunciano d’essere vittime di discriminazione e hanno mire secessioniste.  A questo va aggiunto il caso del giornalista di Radio France Internacional, Abba Ahmed, condannato la scorsa settimana a 10 anni di carcere dal tribunale militare di Yaoundé per la sua attività professionale. Rsf ha definito “scandalosa” la sentenza.

I fanalini di coda

In fondo alla graduatoria, per la prima volta dal 2007, non c’è più l’Eritrea che ora è penultima. Magra consolazione visto che a fare peggio ora c’è la Corea del Nord di Kim Jong-un, decritta come un paese che “continua a far vivere la sua popolazione nell’ignoranza e nel terrore”. Situazione non dissimile da ciò che accade ad Asmara, dove tutti i media sono controllati dal regime. Altre situazioni critiche sono state individuate in Rd Congo (perse due posizioni, ora al 154° posto) e Burundi (perse quattro posizioni, ora 160°) dove i media hanno subìto molti attacchi da parte del potere a causa delle crisi politiche che stanno vivendo. Molto male anche il Sudan (174° e penultimo nella classifica africana) e Gibuti, dove ormai non sarebbero più presenti media indipendenti, secondo Rsf (posizione 172 su 180).

Bavaglio in Tanzania

Una brutta sorpresa in negativo, purtroppo, è arrivata dalla Tanzania, considerata fino a poco tempo fa un paese virtuoso. Il governo del presidente John Magufuli, eletto nel ottobre del 2015 e soprannominato “bulldozer” per la sua lotta contro la corruzione, ultimamente ha iniziato ad usare il pugno duro soprattutto contro l’informazione e minacciato più volte la stampa che critica il suo programma politico, arrestando giornalisti e bloggers. Una serie di leggi come il Cyber Security Act, il Media Services Act e lo Statistics Act mettono inoltre a rischio la libertà di stampa nel paese, specie sul web. La nazione dell’Africa orientale ha perso 12 posizioni in classifica e ora è all’83° posto. Peggio ha fatto solo il Nicaragua di Daniel Ortega ( -17 posizioni).

Occidente non più cristallino

In occidente invece, l’ossessione per la sorveglianza e le violazioni dei diritti, hanno contribuito a un continuo declino anche in paesi precedentemente ritenuti virtuosi. Tra questi sono inclusi anche gli Stati Uniti e il Regno Unito, entrambi scesi di due posizioni. Secondo Rsf, l’ascesa di Trump e la campagna per la Brexit sono responsabili di una “bastonata” ai media, e di una campagna tossica contro i media stessi che ha portato “all’era della post-verità, della disinformazione e delle fake news”. Molto negative le situazioni  in Ungheria, Turchia, Polonia e Russia.
A livello globale nell’indice si evidenzia la libertà d’informazione in paesi come Norvegia (prima), Svezia (seconda) e Finlandia (quest’anno terza dopo sei anni di dominio in classifica). L’Italia è in risalita: dal 77esimo posto del 2016 all’attuale 52esimo, ma restano criticità legate a pressioni e intimidazioni da parte delle organizzazioni criminali oltre all’accusa rivolta al leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo. 

L’indice realizzato da Reporters sans Frontières si basa su alcuni criteri che sono: il pluralismo dei media, l’indipendenza, la qualità del quadro giuridico e la sicurezza dei giornalisti in 180 paesi del mondo. È stilato mediante la compilazione di un questionario in 20 lingue, inviato a esperti di tutto il mondo. Nell’indice minore è il punteggio, maggiore è la libertà di stampa nel paese.
Clicca qui per consultare la classifica mondiale redatta da Rsf.