Libertà di stampa: al Sindacato dei giornalisti sudanesi il premio UNESCO
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Il riconoscimento internazionale è andato all’organizzazione che fa parte del Sudan Media Forum. Dall’inizio del conflitto nel 2023 nel paese uccisi 34 reporter
Libertà di stampa: al Sindacato dei giornalisti sudanesi il premio UNESCO
Informazione sempre più digitale in molti paesi africani, dove però la radio resiste, secondo la nuova analisi di Afrobarometer
06 Maggio 2026
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 6 minuti
(Credit: UNESCO/Mustafa Saeed)

Dall’inizio della guerra in Sudan, il 15 aprile 2023, fare il giornalista nel paese dell’Africa orientale è diventato un mestiere ancora più pericoloso. A documentarlo è stata l’organizzazione Sudan Media Forum in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa del 3 maggio.

Per la ricorrenza proprio al Sindacato dei giornalisti sudanesi, membro del Sudan Media Forum, è stato assegnato dall’UNESCO il Premio internazionale per la libertà di stampa “Guillermo Cano”, dedicato a Guillermo Cano Isaza, giornalista colombiano assassinato di fronte agli uffici della redazione del suo giornale, El Espectador, a Bogotà, in Colombia, il 17 dicembre 1986.   

In Sudan, oggi classificato al 161esimo posto nell’indice mondiale della libertà di stampa su 180 paesi censiti e con sette posizioni perse nell’ultimo anno, i giornalisti che provano a fare in maniera indipendente il proprio lavoro rischiano ogni giorno la vita. Sono soggetti a tentativi di omicidio e attacchi mirati, a detenzioni arbitrarie e sparizioni, vengono costantemente minacciati e intimiditi, molti hanno perso la loro casa, tanti sono stati costretti a fuggire all’estero.

Tanto nelle aree controllate dalle forze armate del generale al-Burhan quanto in quelle in mano alle Forze di supporto rapido di Mohamed Dagalo, i media sono stati imbavagliati, il 90% delle infrastrutture mediatiche – comprese le sedi di molte testate giornalistiche – è stato distrutto, il blocco sempre più frequente all’accesso a Internet e alle telecomunicazioni impedisce di dare conto in modo puntuale all’estero di quanto sta realmente accadendo nel paese.

I numeri riportati dal Sudan Media Forum sono allarmanti. Sono almeno 34 i giornalisti uccisi dall’inizio degli scontri armati nel 2023, oltre 680 le violazioni di vario tipo registrate, tra cui la confisca delle attrezzature per lavorare, almeno mille i giornalisti scappati in aree più sicure all’interno del paese e oltre 500 quelli andati all’estero.

Per venire in loro soccorso l’UNESCO, in collaborazione con Media in Cooperation and Transition (MiCT), ha attivato due spazi sicuri per i giornalisti a Port Sudan dove ad oggi sono stati 49 quelli che hanno ricevuto un supporto.

Il report di Afrobarometer: radio in testa

In un paese come il Sudan in cui i giornalisti indipendenti sono sempre meno, con la connessione a Internet spesso precaria se non del tutto assente, ampie fasce della popolazione vivono sospese in un enorme vuoto informativo, bersagliate dalla disinformazione e dalla propaganda di guerra alimentata ogni giorno dalle parti in conflitto.

Allo stato dell’informazione nel continente africano Afrobarometer ha dedicato un approfondimento pubblicato il 27 aprile e incentrato su come gli africani stanno cambiando il loro modo di aggiornarsi.

Dall’analisi, condotta partendo dalle indagini del network panafricano indipendente in 38 paesi del continente tra 2024 e 2025, emergono una serie di elementi interessanti.

La radio si conferma la fonte di informazione più comune con sei cittadini su dieci (59%) che la prediligono rispetto alla tv (53%), ai social media (50%), a internet (38%) e alla carta stampata (13%).

Nonostante resti il media più accessibile – arrivando a coprire anche le zone rurali, venendo ascoltata da molte donne, da chi appartiene a classi sociali più povere o da chi ha un livello di istruzione basso – la radio viene usata però meno rispetto a dieci anni fa. A rallentare è anche la fruizione di informazione dai media digitali dopo la loro forte espansione registrata a partire dalla fine degli anni Dieci del Duemila.

Collegarsi a Internet attraverso un computer, un tablet o uno smartphone resta una condizione che, seppur sempre più diffusa, non è alla portata economica di tutti.

Le percentuali oscillano dal 13% del Madagascar al 79% del Marocco, con i social media che si confermano sempre più come fonte diretta da cui prendere informazioni, soprattutto nei paesi francofoni: in Senegal +49%, in Gabon +47%, alle Mauritius +44%, in Camerun +43%, in Benin +40%, in Costa d’Avorio +40%.  

Media e democrazia

Un altro elemento interessante riguarda l’interazione tra gli africani e i media. Solo il 6% ha dichiarato di aver contattato la stazione radio che ascolta, il giornale che legge o il canale televisivo che guarda. La stessa percentuale ha detto di aver pubblicato sui social commenti riguardanti questioni politiche o di altro genere relative al proprio paese.

In questo livello di partecipazione si riscontrano alcune delle più profonde spaccature presenti nelle società africane: gli uomini hanno il doppio delle probabilità di interagire con i media rispetto alle donne (8% contro 4%) e lo stesso scarto si riscontra tra chi vive nelle aree urbane rispetto a chi risiede nelle aree rurali (7% contro 4%), tra chi è ricco e chi è povero (7% contro 4%), tra i giovani e gli anziani.

Il 72% degli africani ritiene che i media dovrebbero denunciare gli errori dei governi. Il sostegno al ruolo di controllo dei media registra un picco nelle Mauritius (86%), in Nigeria (83%), Uganda (82%), Ghana (82%), Congo-Brazzaville (81%) e Ciad (81%).

I paesi in cui i media vengono considerati meno liberi sono Repubblica del Congo (16%), Comore (28%), Camerun (31%) ed Eswatini (31%). L’aumento più considerevole di questa percezione si è registrato in Guinea (34 punti percentuali in meno) dove, con la salita al potere nel 2021 del golpista Mamadi Doumbouya, c’è stato non a caso un rapido deterioramento della libertà di stampa.

Da evidenziare anche la percentuale registrata in Mali relativa al sostegno alla stampa indipendente, pari solo al 27%, effetto evidentemente della propaganda della giunta militare al potere, avversa ai media stranieri o che sfuggono al controllo del regime.

Sebbene gli africani si mostrino contrari alle restrizioni alla libertà di stampa, pensano al contempo che sia necessario porvi dei paletti per arginare la polarizzazione politica, la disinformazione e l’incontrollata divulgazione di contenuti inappropriati per i minori.

In prospettiva, l’analisi di Afrobarometer sottolinea che, al netto delle difficoltà in molti casi enormi in cui si trovano a lavorare quotidianamente i giornalisti, gli operatori dell’informazione sono chiamati a trovare un equilibrio tra le responsabilità etiche e professionali connesse allo svolgimento del loro mestiere – l’informazione da garantire a tutti i cittadini, la promozione della trasparenza, del pluralismo e del dialogo – e il mantenimento di un certo grado di autonomia rispetto a pressioni, restrizioni e censure che arrivano da molti governi del continente.

Un’ambizione condivisibile, difficile però da perseguire in paesi in guerra come il Sudan, dove i giornalisti indipendenti non godono più di alcuna protezione, lasciati soli a raccontare un conflitto che non accenna a placarsi.

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