Libia

“Ci impegniamo a un cessate il fuoco e ad astenerci da qualsiasi uso della forza armata per qualsiasi scopo che non costituisca rigorosamente la lotta al terrorismo”. Questa la dichiarazione congiunta del primo ministro libico Fayez al-Sarraj e di Khalifa Haftar, rivale comandante militare che controlla l’est del paese, riuniti ieri a Parigi sotto l’egida del presidente Emmanuel Macron. I due hanno firmato un documento in 10 punti nel quale si impegnano, tra l’altro, a indire le elezioni – che potrebbero tenersi già nel 2018, secondo la Bbc – e a “costruire lo stato di diritto”.

Impegni non certo semplici da realizzare nella libia di oggi, un paese estremamente frammentato, con ampie zone del territorio gestite da milizie claniche e da ogni sorta di criminali armati che si sono spartiti il dominio dei traffici e delle risorse, grazie al vuoto di potere lasciato dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi nel 2011, ultimo atto di un conflitto innescato proprio dall’intervento militare della Francia (assieme alla Gran Bretagna) solo poche ore dopo l’avvallo delle Nazioni Unite. Un conflitto che ha cambiato – e sta ancora modificando – gli equilibri dell’intero Medio Oriente.
Solo in seguito si scoprì che i bombardamenti dell’allora presidente Nicolas Sarkozy erano in realtà motivati da ben precisi interessi di dominio economico e geopolitico della Francia, che intendeva affossare il progetto di Gheddafi di realizzare una valuta panafricana legata al dinaro d’oro libico, che avrebbe consentito ai 14 paesi francofoni africani di sganciarsi dal franco francese Cfa. (Redazione)

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