Libia: un altro attacco con drone a un deposito petrolifero a Tripoli
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Tensione sulle infrastrutture strategiche
Libia: un altro attacco con drone a un deposito petrolifero a Tripoli
Nuovo capitolo di una sequenza iniziata ad agosto, quando in soli cinque giorni sei incursioni hanno colpito siti strategici nell’area di Zawiya. Nel frattempo blackout, carenze di carburante e proteste aggravano la crisi. Sullo sfondo anche il nodo delle forniture di gas all’Italia e il ruolo di Eni
03 Settembre 2026
Articolo di Giba
Tempo di lettura 7 minuti
Credito: asharq al-awsat

L’ennesimo attacco di droni a un deposito petrolifero in Libia. Nelle prime ore di oggi, 3 settembre, il velivolo è caduto nell’area vicina a uno dei serbatoi di stoccaggio ritenuti vitali per l’approvvigionamento di Tripoli.

Secondo quanto riferito dalla Brega Oil Marketing Company (la società statale libica incaricata della commercializzazione, distribuzione e trasporto dei prodotti petroliferi sul mercato interno) non si sono registrati feriti.

Le autorità locali hanno subito comunicato che il sito è stato messo in sicurezza. La società ha rassicurato la popolazione sul fatto che le consegne programmate alle stazioni di servizio della capitale e delle aree circostanti non subiranno ripercussioni dirette.

L’attacco è tuttavia avvenuto a un’infrastruttura vitale per l’economia nazionale, e Brega ha chiesto un’indagine immediata.

Un episodio ancora da chiarire

Le prime informazioni indicano che il velivolo potrebbe essere stato un drone FPV o comunque un apparecchio di tipo simile a quelli utilizzati negli attacchi avvenuti ad agosto contro le infrastrutture energetiche di Zawiya.

Tuttavia, le circostanze dell’episodio restano da chiarire.

La sequenza di attacchi a Zawiya

Il riferimento a Zawiya è importante. Tra il 10 e l’11 agosto il complesso petrolifero della città, circa 40 chilometri a ovest di Tripoli, era stato colpito ripetutamente da droni.

In uno degli attacchi un serbatoio contenente circa 4,5 milioni di litri di benzina aveva preso fuoco ed era poi crollato. Un altro attacco aveva colpito un serbatoio di diesel, provocando un nuovo incendio.

La National Oil Corporation (NOC) aveva parlato dell’attacco numero cinque contro il complesso e aveva minacciato, in caso di ulteriori incursioni, di dichiarare lo stato di forza maggiore e di fermare completamente le attività.

Colpite anche le infrastrutture elettriche

La raffica di attacchi non si era limitata ai serbatoi. Nei giorni successivi era stata colpita anche un’infrastruttura elettrica nei pressi di Zawiya, provocando un’ampia interruzione della corrente.

Secondo The National, quello del 12 agosto era il sesto attacco con drone in cinque giorni contro infrastrutture energetiche dell’area, dopo quelli contro serbatoi di carburante, un impianto di miscelazione petrolifera e un impianto di desalinizzazione.

Gli attacchi di Zawiya non avevano provocato vittime, ma avevano messo sotto pressione un sistema energetico già fragile e costretto le autorità a rafforzare le misure di sicurezza attorno agli impianti.

La NOC aveva inoltre avvertito che la prosecuzione delle incursioni avrebbe potuto compromettere la continuità delle attività petrolifere.

L’episodio di Tripoli arriva, dunque, poche settimane dopo quella sequenza e riporta in primo piano la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche libiche. E si inserisce in un quadro già segnato da forti tensioni sul fronte della distribuzione dei carburanti, dai blackout e dalle proteste contro la gestione del settore energetico.

La crisi dei carburanti e la stretta sui distributori

Parallelamente, sul fronte dei carburanti, il governo di Tripoli ha cercato di dare una risposta, seppure parziale, a un problema che si trascina da mesi.

Il ministro dell’interno, Emad al-Trabelsi, ha annunciato la chiusura di 490 stazioni di servizio ritenute coinvolte nel contrabbando, autorizzandone invece circa 365 sulla base delle necessità reali del territorio.

Una misura che rientra in un percorso già avviato: a giugno il ministro aveva disposto la chiusura di oltre 500 distributori non conformi. Al-Trabelsi ha inoltre attribuito parte dell’aggravarsi della crisi a difficoltà interne alla National Oil Corporation (NOC) e alle compagnie petrolifere.

Code chilometriche

Sul terreno, però, la situazione resta critica: code lunghe anche chilometri continuano a formarsi davanti ai distributori in diverse città, tanto che a Tripoli sono state introdotte stazioni mobili per alleggerire la pressione sulla rete di rifornimento. Le autorità assicurano che il carburante non manca fisicamente e che le forniture continuano.

Il nodo resta la distribuzione, resa ancora più difficile dalle interruzioni elettriche che impediscono ai distributori privi di generatore di funzionare regolarmente.

Blackout sulla costa occidentale

Proprio l’elettricità rimane il fulcro del malcontento più ampio. Da giorni le città della costa occidentale, in particolare Zuwara, Al-Jamil e Raqdalin, vivono blackout continui.

È in questo contesto che, il 1° settembre, gruppi di giovani provenienti da quelle stesse città hanno dato vita a un sit-in a tempo indeterminato davanti al complesso petrolifero e del gas di Mellitah, accompagnato in alcuni casi dalla chiusura degli accessi all’impianto.

Mellitah, il cuore della protesta

Il cuore della protesta resta Mellitah. Non è la prima volta che il sito diventa teatro di mobilitazione. Già il 28 luglio, in una precedente ondata di proteste contro i blackout, alcuni manifestanti erano entrati nel complesso e avevano interrotto le linee del gas, provocando l’arresto della produzione del giacimento di El Feel e una riduzione di quella di Wafa, con ripercussioni sulle forniture di gas alle centrali elettriche libiche.

L’impianto era stato poi messo in sicurezza e il flusso di gas era stato ripristinato. L’episodio aveva mostrato però quanto rapidamente una protesta locale potesse trasformarsi in un problema per l’intero sistema energetico.

Il paradosso del gas

La scelta di puntare proprio su Mellitah non è casuale. Si tratta di uno dei principali snodi energetici della Libia occidentale. Da qui parte il Greenstream, il gasdotto sottomarino che porta il gas libico fino a Gela, in Sicilia.

Allo stesso tempo, però, il gas trattato a Mellitah alimenta anche le centrali elettriche libiche. È proprio questa doppia funzione a rendere il sito un bersaglio simbolico.

Per chi protesta contro il buio nelle proprie case, vedere il gas continuare a fluire verso l’estero mentre le città restano senza corrente rappresenta una contraddizione difficile da accettare, sintetizzata in slogan che contrappongono le forniture destinate all’Italia alla popolazione libica lasciata senza energia.

Al tempo stesso, bloccare l’impianto comporta un rischio evidente: ridurre il gas destinato proprio alle centrali libiche, aggravando i blackout che la protesta stessa intende contestare.

Il ruolo di Eni

In questo scenario si inserisce anche il ruolo di Eni, presente a Mellitah attraverso la joint venture paritetica Mellitah Oil & Gas B.V. partecipata al 50% con la NOC.

Nei giorni scorsi era circolata la notizia di una presunta richiesta del colosso energetico italiano di aumentare del 20% le forniture verso l’Italia in vista dell’inverno. La società ha però smentito formalmente, il 1° settembre, di aver mai avanzato una richiesta simile, definendo falsa la lettera sulla quale si basavano le notizie circolate.

Resta invece confermato l’impegno di Eni nell’ampliamento della capacità produttiva libica: il 29 giugno è stato avviato, insieme alla NOC, il Sabratha Compression Project, che dovrebbe aggiungere circa 800 milioni di metri cubi di gas l’anno, volumi che la società descrive come destinati sia al sostegno della produzione elettrica interna sia al mantenimento delle esportazioni verso l’Italia.

La lettera di GECOL

Questa ambiguità di fondo non è nuova e affonda le radici in una vicenda precedente che aiuta a comprendere le tensioni attuali.

Il 4 giugno il direttore generale della compagnia elettrica statale GECOL, Abdullah Hamouda, aveva inviato una lettera al premier di Tripoli Dbeibah, al procuratore generale e all’Autorità di controllo amministrativo, denunciando una situazione critica della rete elettrica.

La carenza di gas e combustibili aveva già comportato la perdita di oltre 1.000 megawatt di capacità produttiva, con il rischio di ulteriori blackout nel corso dell’estate.

La richiesta era esplicita: sospendere temporaneamente le esportazioni verso l’Italia attraverso il Greenstream per destinare quei volumi al mercato interno. Secondo la ricostruzione di Nigrizia, la richiesta non ricevette risposta da parte del governo di Tripoli.

Una tensione che torna a galla

La questione del rapporto tra fabbisogno interno ed esportazioni è quindi precedente alla protesta di Mellitah. Il nodo è diventato ancora più sensibile nelle ultime settimane, mentre la crisi dei carburanti, i blackout e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno mostrato la fragilità dell’intero sistema.

Il Greenstream, pur avendo una capacità teorica di circa 10 miliardi di metri cubi l’anno, nel 2025 ha convogliato verso l’Italia meno di un miliardo di metri cubi, mentre circa l’80% della produzione di Eni in Libia resta destinato al mercato e alle attività nel paese.

L’attacco al deposito di Tripoli aggiunge ora un ulteriore elemento di instabilità. Dopo gli episodi di Zawiya e le proteste di Mellitah, anche i depositi di carburante della capitale entrano nel quadro delle infrastrutture energetiche esposte alla crescente pressione politica e securitaria.

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