Iniziato con la guerra civile del 2014, e ancor prima con la rivoluzione e l’intervento straniero che portò alla caduta di Muammar Gheddafi, il lento e inesorabile declino della Libia non sembra conoscere fine.
Il paese resta stretto tra un regime autoritario e repressivo guidato dal generale Khalifa Haftar – autoproclamatosi comandante dell’Esercito nazionali libico (LNA), con base a Bengasi – e un governo di unità nazionale con sede a Tripoli, riconosciuto legittimo dalla comunità internazionale ma di fatto sotto il controllo di milizie e potentati locali. Il deterioramento delle condizioni di sicurezza prosegue la sua parabola discendente, con nuovi focolai di tensione che nell’estate 2026 stanno colpendo i settori nevralgici del paese.
La firma del cessate il fuoco del 2020 aveva quantomeno arginato le spinte autodistruttive di un paese ormai allo sbando. Ma i segnali di insofferenza si fanno sempre più frequenti.
Attacchi aerei su Zawiya e crisi energetica
Gli attacchi aerei che a inizio agosto 2026 hanno colpito la zona di Zawiya – principale centro urbano lungo la strada costiera che collega la capitale al confine occidentale con la Tunisia – hanno danneggiato infrastrutture energetiche critiche, costringendo la compagnia petrolifera nazionale a dichiarare lo stato di emergenza.
I droni hanno colpito i depositi di carburante della National Oil Corporation (NOC) e della sua sussidiaria, la Brega Petroleum Marketing Company, sfiorando l’unica raffineria del paese, snodo centrale dei traffici leciti e, soprattutto, illeciti legati al gasolio.
Già da diversi mesi Zawiya era teatro di scontri frequenti tra milizie locali, eredità di una lotta atavica per il controllo di attività illegali che, oltre alla raffineria, coinvolgono anche il traffico di esseri umani.
Un attacco dalla paternità incerta
In attesa di un’attribuzione chiara delle responsabilità – che potrebbe non arrivare mai, data la natura ibrida dell’attacco – le ipotesi più diverse hanno chiamato in causa l’LNA, la Turchia e persino militari ucraini.
Va inoltre ricordato che la zona era già stata interessata da una campagna lanciata dal Governo di unità nazionale (GNU) contro il contrabbando di carburante, che aveva suscitato forti proteste tra la popolazione locale, per la quale queste attività illecite rappresentano una delle principali fonti di sostentamento.
Una crisi economica sempre più profonda
Questi traffici illeciti si inseriscono in un contesto economico fortemente critico, sostenuto artificialmente soltanto dagli alti prezzi del petrolio. Nonostante ciò, le proteste della popolazione libica contro il caro vita e il peggioramento dei servizi essenziali sono aumentate in modo esponenziale.
Le dimissioni del governatore della Banca centrale
Figlia della frammentazione politica e dell’assenza di condizioni di sicurezza adeguate, la crisi economica libica ha mietuto un’altra vittima eccellente: il governatore della Banca centrale, Naji Issa.
Rassegnando le dimissioni lo scorso 10 agosto, Issa non ha spiegato i motivi del suo abbandono, ma ha comunque chiamato in causa le due camere rivali del parlamento libico: la Camera dei rappresentanti (HoR), con sede a Bengasi, e l’Alto Consiglio di Stato (HCoS), con sede a Tripoli.
L’incapacità di questi due organi di lavorare in sincronia per affrontare le principali criticità economiche potrebbe essere stata la causa principale delle dimissioni. La stessa dinamica potrebbe anche spiegare la permanenza temporanea di Issa al suo posto, vista l’evidente difficoltà dei due organi nel trovare un accordo su un successore.
Il piano di pace americano tra illusioni e stallo
Di fronte a questi sviluppi, appare sempre più evidente come i progressi segnati dal piano di pace presentato dall’inviato speciale degli Stati Uniti per gli affari africani e arabi, Massad Boulos, risultino in gran parte illusori.
Il clamore suscitato dall’approvazione di un bilancio unificato per l’est e l’ovest della Libia, lo scorso aprile, non è bastato a impedire un progressivo deterioramento delle condizioni economiche, che ha infine portato alle dimissioni di Issa.
Resta da capire se questo gesto estremo possa fungere da stimolo per rilanciare i colloqui: i progressi continuano infatti a mancare anche sul più noto compromesso storico proposto da Boulos per la riunificazione effettiva della Libia, basato sulla formalizzazione dell’accordo informale tra i clan Dbeibah (a cui appartiene il primo ministro del GNU, Abdul Hamid Dbeibah) e Haftar.
Un’intesa già in atto da diversi anni – come testimoniano la nomina dello stesso Issa alla Banca centrale e la sostituzione di Saddek Elkaber alla guida della NOC – che riceverebbe ora una veste formale con la cosiddetta “formula Boulos”: la permanenza di Dbeibah al suo posto e l’ascesa di Saddam Haftar, figlio e delfino designato di Khalifa Haftar, alla presidenza del Consiglio presidenziale.
Un riassetto di potere che coinvolge anche la Cirenaica
Questa ridistribuzione delle carte, secondo la lettura semplificata sottesa alla proposta americana – che tra l’altro ha di fatto scavalcato il piano ONU a favore di una concezione personalistica e familistica del potere – potrebbe essere il filo conduttore dei recenti sviluppi in Libia, dove i diversi clan locali si contendono un posto al sole anche in Cirenaica, regione considerata più stabile rispetto alla volatile Tripolitania.
L’omicidio di Mansouri e i fantasmi di Bengasi
In questo contesto si inserisce anche l’uccisione, avvenuta il 10 agosto scorso, del capo dell’intelligence militare dell’LNA, Fawzi Mansouri, colpito da un’autobomba nel pieno centro di Bengasi. Considerato uno dei sodali più fidati di Khalifa Haftar, Mansouri potrebbe essere rimasto vittima di uno dei giochi di potere attualmente in corso in Libia, nella prospettiva di nuovi equilibri interni.
L’attentato, che ha risvegliato fantasmi del passato mai sopiti a Bengasi (teatro di scontri cruenti tra l’LNA e le principali forze rivoluzionarie ed islamiste durante le fasi più accese della guerra civile), funge anche da campanello di allarme per i principali decisori libici, posti di fronte ai dilemmi di una transizione in stallo da ormai diversi anni, ma troppo fragile per essere scossa dall’impeto di un cambiamento non più prorogabile.