Da Nigrizia di aprile 2011: una testimonianza dal paese
Una panoramica sui misfatti del regime di Gheddafi per comprendere le radici storiche della volontà di cambiamento.

La mia storia e quella della mia famiglia sono simili a quella di tantissimi altri libici. I racconti tramandati da una generazione all’altra offrono uno spaccato di un secolo di storia della Libia a partire dal 1911. Il silenzio e la disinformazione sul nostro paese sono sempre stati per noi incomprensibili e dolorosi. Molti, troppi gli italiani che non sanno quasi nulla di quella che pure fu colonia italiana dal 1911 al 1951. Il colonialismo italiano, sin dall’inizio, impegnò mezzi e metodi durissimi contro le inermi popolazioni locali. Nel villaggio di origine della mia famiglia, non lontano da Tripoli, gli anziani tramandano ancora le gesta eroiche di chi morì per fermare l’invasione. Il mio bisnonno fu impiccato dagli italiani durante la campagna del 1911.

 

Con l’avvento del fascismo, i metodi divennero ancora più cruenti: si crearono campi di concentramento e, nella fase finale, si utilizzarono gas letali per piegare la resistenza della Sanussiyya, la confraternita islamica presente in Cirenaica.

 

Pochissimi gli storici che, dal 1945 a oggi, hanno studiato quegli eventi in modo approfondito e con un approccio diverso da quello coloniale: un grave limite per la conoscenza generale dei fatti, molti dei quali ancora poco noti. Anche la storiografia italiana non ha affrontato in maniera critica il passato coloniale, sia per ostacoli di natura politica sia per remore psicologiche: è sempre fastidioso fare i conti con un passato scomodo. Non solo. Il mito degli “italiani brava gente” ha lasciato impuniti i responsabili dei crimini della “missione civilizzatrice italiana” e ha contribuito a rimuovere dalla coscienza nazionale italiana le migliaia di vittime del suo colonialismo. Recuperare questa memoria aiuterebbe a comprendere la Libia di oggi.

 

 

Nessun dissenso

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la legittimità del ruolo della Sanussiyya contro il colonialismo italiano fu riconosciuta dalle potenze europee vincitrici con la creazione di una monarchia e con la messa sul trono, nel 1951, di re Mohamed Idris Al-Sanussi. Ma l’invenzione di una corona, in un territorio dove non esisteva un’identità nazionale, era fragile sul nascere e destinata a non avere legittimazione.

 

La scoperta di importanti giacimenti petroliferi (fine anni ’50) sconvolse gli equilibri politici, sociali, economici, e diede inizio a un periodo di destabilizzazione e contestazione. Furono gli anni del panarabismo, delle rivoluzioni, dell’unità della causa araba nel conflitto arabo-israeliano, della lotta contro l’imperialismo, la corruzione dilagante e la svendita delle risorse nazionali alle compagnie petrolifere straniere.

 

I giovani scesero in piazza a Tripoli e a Bengasi, spinti dal vento del cambiamento. Tra questi c’erano mio padre e i suoi amici. Conservo foto di folle di manifestanti, di giganteschi ritratti di Gamal Abd El-Nasser, di volti sorridenti e carichi di speranza per un futuro migliore e di desiderio di partecipazione politica.

 

Per tutti il punto di riferimento era l’Egitto di Nasser. E fu proprio quel modello a dettare la natura del colpo di stato del 1° settembre 1969, orchestrato dai cosiddetti “liberi ufficiali”: senza trovare nessuna resistenza e in un clima di generale entusiasmo e appoggio popolare, Gheddafi and Co. presero il potere.

 

Purtroppo, la fiducia e l’entusiasmo iniziali hanno presto lasciato il posto alla disillusione e alla paura. Il socialismo arabo, lungi dal diventare equa distribuzione delle risorse, si è trasformato in controllo capillare di ogni aspetto della vita. È arrivata la censura, si sono bruciati i libri, e si è riscritta la storia libica, negando il ruolo della resistenza della Sanussiyya.

 

L’addestramento militare è diventato parte integrante dell’educazione pubblica. È iniziata una feroce repressione di ogni forma di dissenso, eliminando migliaia di persone, a partire dai più stretti collaboratori (i primi a sparire furono gli stessi “liberi ufficiali”), fino a studenti, medici, giornalisti, avvocati, diplomatici, monarchici, comunisti, religiosi…. La loro colpa? Il dissenso.

 

 

Impiccagioni

La repressione è stata sempre abilmente offuscata e taciuta. Nel 1996 nella prigione di Abu Selim furono barbaramente uccisi 1.300 prigionieri politici, colpevoli di aver chiesto migliori condizioni di vita nel carcere. E per anni, madri, mogli e sorelle non hanno potuto piangere i loro morti, che ufficialmente erano soltanto «scomparsi».

 

Anche allora, per il regime i dissidenti erano semplicemente «ratti da sterminare» o «cani randagi da abbattere». Sono stati gli anni bui delle scomparse, dei rapimenti per mano dei servizi segreti in alcuni paesi europei conniventi, tra i quali l’Italia.

 

Per me, nipote di un impiccato e figlia di un dissidente, sono stati anni di incubi notturni. Le immagini televisive dei processi sommari nello stadio di Tripoli, gestiti dai comitati rivoluzionari (elemento fondativo del “governo delle masse”) e delle impiccagioni dei “colpevoli” (tra cui molti amici di mio padre) tornavano a visitarmi la notte. Nel sogno, risentivo la folla che gridava: «A morte i traditori! Noi amiamo soltanto la nostra Guida».

 

Ogni volta che qualcuno suonava alla porta, temevamo che fossero i servizi segreti venuti per portarci via o eliminarci. Vivevamo nascosti, impauriti e indifesi in Italia, Germania, Libia, Gran Bretagna. Nessun luogo era più sicuro per noi. In casa o nella moschea, le pareti ascoltavano.

 

 

Islamismo? No

Durante i 42 anni “gheddafiani”, anche se il mondo occidentale non ne era informato, non sono mancati disordini e tentativi di rovesciare il regime. Tutti repressi nel sangue. Anche nella zona del Gebel Akhdar, la vecchia roccaforte della confraternita senussita, e nella Cirenaica. In occasione di quegli eventi, alcune fonti giornalistiche hanno parlato di fondamentalisti islamici. Analisti hanno scritto di quel pericolo come di un tempo di “deriva islamica”. Anche nelle settimane scorse, alcuni reporter hanno sottolineato la forte presenza tra i ribelli della Cirenaica di “personaggi barbuti”, come a dire: c’è il pericolo di una islamizzazione del paese. Dimenticando di far notare che la barba per gli uomini e il velo per lo donne possono anche rappresentare forme di dissenso, specie se sono proibite o non tollerate, come in Libia. La verità è che nelle piazze e per le vie della Libia è scesa la società civile in tutte le sue differenti componenti, trovando nella lotta contro il tiranno un motivo di coesione e di unità.

 

Concludo con alcuni versi di Abu Al-Qasim Ash-Shabi, poeta tunisino morto nel 1934 a soli 25 anni. Hanno per titolo “La voglia di vivere”. Sono stati scanditi in molte piazze arabe negli ultimi mesi.

 

«Se un giorno un popolo sceglierà di vivere,

il destino dovrà rispondergli in modo favorevole.

La notte sarà destinata a finire.

Di certo le catene si spezzeranno.

E chi non avrà abbracciato l’amore per la vita,

evaporerà nell’aria e sparirà».





Acquista l’intera rivista in versione digitale