C’è un momento in cui le grandi manovre diplomatiche e i traffici illeciti si incrociano. La Libia ne vive attualmente uno.
Da un lato circola una proposta che punta a ricucire la frattura tra est e ovest del paese. Dall’altro, un’organizzazione investigativa internazionale pubblica un rapporto che svela i meccanismi finanziari e criminali su cui si regge il potere della famiglia Haftar. Due notizie distinte. Un unico scenario.
La proposta americana
Mohammed Takala, presidente dell’Alto Consiglio di stato libico, ha rivelato i contorni di un piano che circola nei corridoi della diplomazia. La proposta sarebbe attribuita a Massad Boulos, consigliere del presidente degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è porre fine alla divisione politica che da anni paralizza la Libia, spaccata tra un governo a Tripoli e uno a Bengasi.
Unico governo
Il piano è semplice nella sua architettura, cinico nelle sue implicazioni. I due governi rivali verrebbero fusi in un unico esecutivo. Saddam Haftar, figlio del comandante militare Khalifa Haftar, salirebbe alla guida di un nuovo Consiglio presidenziale, prendendo il posto dell’attuale presidente Mohammed Menfi. Abdul Hamid Dbeibah manterrebbe invece la carica di primo ministro.
Un patto calato dall’alto
Alcune fonti indicano che persino l’inviata delle Nazioni Unite, Hanna Tetteh, potrebbe sostenere il piano, a patto che si raggiunga un consenso tra le parti libiche. Un “patto” tra élite, calato dall’alto, che lascia fuori la popolazione.
La proposta non è ancora ufficiale. Appare più una speranza o desiderio americano. Ma la sua semplice circolazione dice molto sullo stato della diplomazia libica. E dice molto su quanto peso abbia, in questo momento, la famiglia Haftar.
L’uomo nell’ombra
È in questo contesto che arriva il rapporto di The Sentry. L’organizzazione – nota per seguire il denaro sporco collegato a regimi autoritari e signori della guerra – pubblica un’inchiesta intitolata Eastern Libya’s Top Money Man. Il protagonista si chiama Ahmed Gadalla. Pochi lo conoscono. Nessuno lo ha ancora fermato.
Il facilitatore finanziario
Gadalla è descritto come il principale facilitatore finanziario del clan Haftar in Libia orientale. Non un comandante militare. Non un politico di primo piano. Qualcosa di più sottile e più pericoloso: l’uomo che muove i soldi, che costruisce le reti, che trasforma il potere delle armi in potere economico.
È noto anche come Ahmed Alushibe, o Ahmed al-Aashibi. Vive tra Dubai e Toronto. Vola su jet privati. Sfoggia orologi da mezzo milione di dollari. Nonostante sia indagato dal Procuratore generale libico, gode di una impunità totale.
Il prestito da 300 milioni e l’ombra di Wagner
La storia di Gadalla comincia – o almeno questa sua versione pubblica – nel 2019. Prima dell’assalto di Haftar su Tripoli dell’aprile di quell’anno, Gadalla costruisce un’operazione finanziaria complessa. Utilizza una serie di società con sede negli Emirati Arabi Uniti. Ottiene prestiti per 300 milioni di dollari dalla Arab Bank for Foreign Investment and Trade, la banca al-Masraf di Abu Dhabi.
Ufficialmente, quei soldi servono per il commercio di beni civili. In realtà, secondo The Sentry, vengono dirottati per finanziare lo sforzo bellico. L’offensiva su Tripoli costa. Le milizie costano. I mercenari costano ancora di più.
La garanzia dalla Banca centrale
Il dato più inquietante è la garanzia usata per ottenere quel prestito: un deposito della Libyan Foreign Bank, la banca centrale libica. In pratica, è il popolo libico a garantire quei 300 milioni. Ed è sempre il popolo libico a farne le spese quando i prestiti rimangono insoluti. Il che puntualmente avviene.
Una parte consistente di quei fondi, secondo il rapporto, sarebbe finita a pagare i mercenari russi del Gruppo Wagner, impegnati a fianco delle forze di Haftar. Gadalla non ha mai reso conto di nulla.
Le banche come armi
L’offensiva su Tripoli fallisce nel 2020. Le forze di Haftar non entrano in città. Ma Gadalla non arretra. Anzi, consolida la sua posizione.
Negli anni successivi diventa una forza dominante nell’economia della Libia orientale. Opera sotto la protezione di Saddam Haftar, il figlio del feldmaresciallo, che si avvia a diventare lui stesso un attore politico di primo piano – non a caso è la figura che compare al centro della proposta di unificazione americana.
Gadalla prende il controllo de facto della Bank of Commerce and Development, la BCD. Estende la sua influenza su altre istituzioni finanziarie: la Wahda Bank, la National Commercial Bank. Le usa come strumenti.
Crea valuta farsa
Il primo strumento è la valuta falsa. Miliardi di dinari libici stampati in Russia, dalla Goznak – la zecca di stato russa – vengono immessi nel sistema finanziario della Libia orientale. Una massa di carta senza copertura. Il risultato è la svalutazione progressiva della moneta locale. I costi li pagano i libici. I benefici li raccoglie chi controlla i canali di distribuzione.
Il secondo strumento sono le lettere di credito. Un meccanismo apparentemente tecnico. Le aziende controllate da Gadalla ottengono valuta pregiata – dollari americani – dal sistema bancario centrale, senza depositare i corrispondenti dinari. È una frode su larga scala. Drena le riserve statali. Impoverisce le istituzioni. Arricchisce chi gestisce lo schema.
Armi e droni
Ma il profilo di Gadalla non si esaurisce nella finanza. The Sentry documenta il suo coinvolgimento diretto nel traffico di armi, in violazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulla Libia.
Il primo caso è del 2024. Le autorità italiane intercettano un carico sospetto. Dentro i container ci sono componenti di droni da combattimento cinesi – il modello FL-1. Sul manifesto del carico sono dichiarati come “turbine eoliche”. Una società di Gadalla con sede a Dubai avrebbe pagato il trasporto marittimo. Il carico era diretto a Bengasi.
Affari in Spagna e Sudan
Il secondo caso riguarda la Spagna. Gadalla è implicato in un tentativo di acquistare droni e attrezzature militari per un valore di 14 milioni di euro. L’operazione fallisce, ma resta agli atti.
Il terzo caso porta in Sudan. Navi riconducibili a Gadalla – tra cui la Aya 1 – sono sospettate di aver trasportato veicoli blindati e munizioni dagli Emirati Arabi Uniti verso la Libia. Da lì, il materiale sarebbe stato smistato alle Rapid Support Forces, le RSF, coinvolte nel sanguinoso conflitto sudanese. Gadalla come anello di congiunzione tra la Libia orientale e una guerra parallela.
Ruolo dell’Italia
L’Italia emerge come uno snodo cruciale per i suoi traffici d’armi e come meta prediletta per la sua vita nel lusso.
L’episodio più eclatante che lega Gadalla al territorio italiano è avvenuto, come detto, nel giugno 2024 presso il porto di Gioia Tauro.
In quell’occasione, le autorità italiane hanno sequestrato componenti di droni da combattimento cinesi (FL-1). Il carico, destinato a Bengasi in violazione dell’embargo sulle armi dell’ONU, era stato abilmente camuffato all’interno di container dichiarati come contenenti turbine eoliche.
Secondo The Sentry, una delle società di Gadalla con sede a Dubai avrebbe pagato direttamente per il trasporto marittimo di questi droni.
L’indagine su questo traffico è stata seguita dal magistrato italiano Emanuele Crescenti di Palmi.
Operazioni militari e documenti riservati
L’Italia non è stata coinvolta solo nei sequestri a terra, ma anche nel monitoraggio delle rotte marittime. Nel luglio 2025, ancora l’Aya 1 è stata intercettata al largo di Creta da pattugliatori greci e italiani. La nave trasportava munizioni e circa 200 veicoli militari.
Un dato inquietante rivelato dall’inchiesta riguarda il possesso da parte di Gadalla di una lettera riservata datata 1° agosto 2025 e firmata da un contrammiraglio della Marina militare italiana assegnato all’operazione europea Irini, riguardante proprio l’ispezione della sua nave.
Rapine in via Morone e shopping nel Quadrilatero
Il rapporto documenta anche la frequente presenza fisica di Gadalla e della sua famiglia in Italia, spesso legata a uno stile di vita opulento. Il 1° agosto 2023, il finanziere è stato vittima di una rapina nel centro di Milano, vicino alla Scala, durante la quale gli è stato sottratto un orologio Richard Mille dal valore stimato di 500mila dollari.
Inoltre, i registri di volo del suo jet privato mostrano tappe regolari in città dell’Unione Europea, con fermate specifiche a Milano e Palermo.
Impunità di sistema
Perché l’uomo di Haftar può fare tutto questo? La risposta non è semplice. Per The Sentry non si tratta di un’anomalia. Gadalla è il prodotto di un sistema. Un sistema costruito sulla frammentazione istituzionale libica. Nessuno ha piena autorità. Nessuno ha piena responsabilità. In questo vuoto prosperano i facilitatori.
La protezione armata fa il resto. Chi ha dalla sua parte milizie e uomini armati non teme le inchieste giornalistiche, né quelle giudiziarie. Il Procuratore generale libico ha aperto un’indagine su Gadalla. Lui continua a volare tra Dubai e Toronto.
C’è poi la dimensione internazionale. I governi stranieri sanno. Ma sono riluttanti ad agire. Gli Haftar controllano i pozzi petroliferi della Libia orientale. Controllano le rotte migratorie. Sono percepiti come un argine discutibile, scomodo, ma utile. Sanzionare chi li finanzia significa complicare rapporti diplomatici già fragili.
Le raccomandazioni
The Sentry non si limita a denunciare. Avanza proposte precise. Chiede a Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Unione Europea di imporre sanzioni mirate contro Ahmed Gadalla, le sue società e i suoi associati.
L’obiettivo è colpire gli “abilitatori”. Non solo i comandanti militari visibili, ma chi lavora nell’ombra per trasformare il potere delle armi in denaro, e il denaro di nuovo in armi.
Senza sanzioni internazionali concertate, scrivono gli autori del report, la Libia continuerà a subire l’erosione delle sue basi economiche. E la cleptocrazia che oggi gestisce la Libia orientale si consoliderà ulteriormente.