Migranti: la Grecia e le navi da guerra al largo della Libia - Nigrizia
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Il governo di Tripoli convoca l'ambasciatore Garilis e denuncia "violazioni del diritto marittimo internazionale”
Migranti: la Grecia e le navi da guerra al largo della Libia
Oltre 800 persone hanno tentato di raggiungere Creta e Gavdos in pochi giorni. Von der Leyen accusa le autorità di Tobruk di aver «aperto il rubinetto dell'immigrazione: +173% degli arrivi dalla parte orientale del paese». La protesta libica all’ONU. Sullo sfondo, la battaglia per petrolio e gas nel Mediterraneo con la Turchia come terzo incomodo
25 Giugno 2025
Articolo di Giba
Tempo di lettura 8 minuti

Il Mediterraneo orientale è tornato al centro dell’emergenza migratoria europea. Negli ultimi giorni, più di 800 migranti hanno tentato di raggiungere le isole meridionali della Grecia – principalmente Creta e Gavdos – partendo dalle coste della Libia nord-orientale.

Un’ondata che ha spinto Atene ad annunciare il dispiegamento di due fregate e una nave di supporto al largo delle acque territoriali libiche per contrastare quello che il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha definito «un flusso allarmante di arrivi».

Il premier ha proposto l’iniziativa in occasione di una riunione del consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa: «Ho chiesto al ministro della difesa di garantire che le navi della marina greca vengano dispiegate per inviare preventivamente il messaggio che i trafficanti non avranno il controllo su chi entra nel nostro paese». Le tre navi hanno già lasciato i porti greci, secondo fonti governative.

La preoccupazione europea

La crisi ha attirato l’attenzione ai massimi livelli europei. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha lanciato accuse dirette e senza precedenti contro le autorità della Libia orientale, accusandole di aver fatto una «scelta strategica per aprire il rubinetto» dell’immigrazione dal porto di Tobruk verso l’Europa.

In una lettera indirizzata ai leader europei, von der Leyen ha criticato duramente la gestione del dossier migratorio da parte delle autorità libiche orientali, presentando dati allarmanti: «La Libia rappresenta il 93% delle operazioni di migrazione illegale e stiamo assistendo a un aumento del 173% del numero di migranti che arrivano in Grecia dalla Libia orientale».

Nuova missione europea in Libia

La presidente della Commissione ha annunciato il lancio di una nuova missione europea nel paese nordafricano, incaricando il commissario per le migrazioni Magnus Brunner di recarsi in Libia per incontrare le autorità sia orientali che occidentali. L’obiettivo, ha spiegato von der Leyen, è «gettare le basi per un nuovo capitolo di cooperazione per bloccare i flussi migratori irregolari», attraverso il rafforzamento della gestione delle frontiere, il contrasto al traffico di migranti e la gestione dei rimpatri volontari.

La reazione di Tripoli: “Violazione della sovranità”

La risposta libica non si è fatta attendere. Il ministero degli affari esteri del Governo di unità nazionale (GUN) ha convocato l’ambasciatore greco Nikolaos Garilis per protestare contro quelle che ha definito «misure unilaterali» adottate da Atene nelle zone marittime contese.

Tripoli ha condannato fermamente anche all’ONU il dispiegamento navale greco, definendolo «una violazione del diritto marittimo internazionale e una chiara violazione dei diritti sovrani della Libia».

Il governo di Tripoli ha confermato di aver «adottato le misure diplomatiche necessarie per preservare i propri diritti legali» in quelle aree marittime, riaccendendo così un conflitto che va ben oltre l’emergenza migratoria immediata e tocca questioni fondamentali di sovranità territoriale e diritti marittimi.

Le radici profonde del conflitto: energia e confini marittimi

La crisi attuale affonda le radici in tensioni geopolitiche molto più complesse che vedono protagonisti non solo Grecia e Libia, ma anche la Turchia in una partita per il controllo delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale.

Il punto di svolta risale al novembre 2019, quando Ankara e il Governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al-Sarraj firmarono due memorandum d’intesa che ridisegnavano la mappa del Mediterraneo orientale.

Memorandum libico-turco

Il primo accordo riguardava la cooperazione militare, il secondo – più controverso – definiva i confini marittimi tra Turchia e Libia, ignorando completamente la presenza delle isole greche, in particolare Creta, che si interpongono geograficamente tra i due paesi.

Questo memorandum è stato denunciato con veemenza sia da Atene che dal Cairo, ma ha aperto la strada a sviluppi ancora più significativi.

Piattaforme petrolifere turche nel Mediterraneo

Nel 2022, Turchia e Libia hanno firmato un accordo preliminare che consente alle piattaforme petrolifere turche di cercare idrocarburi sul suolo libico e nella Zona economica esclusiva del paese (ZEE, area del mare adiacente alle acque territoriali di uno stato costiero).

L’intesa rende la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) un attore di primo piano in un mercato precedentemente dominato da società francesi e italiane, e potenzialmente permette alla Turchia di ottenere concessioni per l’esplorazione di aree a sud di Creta, sfidando direttamente i diritti sovrani della Grecia.

 Il prezzo del sostegno militare

Questi accordi energetici non sono casuali ma rappresentano la “contropartita” per il sostegno militare che la Turchia ha fornito al governo di Tripoli durante la guerra civile libica. In cambio della delimitazione marittima del 2019, Ankara aveva salvato il governo di Tripoli dall’offensiva del maresciallo Khalifa Haftar, nel 2020.

La Turchia aveva inviato in Libia consiglieri militari e droni che inflissero pesanti sconfitte alle forze del generale di Bengasi alle porte della capitale, ribaltando gli equilibri di un conflitto che sembrava ormai deciso.

Haftar era sostenuto da Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con la Libia trasformata in un teatro di confronto regionale più ampio.

Il ministro degli Esteri greco dell’epoca aveva reagito con fermezza: «La Grecia ha diritti sovrani nell’area, che intende difendere con tutti i mezzi legali», ribadendo che il memorandum turco-libico era «illegale, non valido e inesistente».

Una posizione che Atene mantiene ancora oggi e che alimenta le tensioni attuali.

Il bando greco

Non solo. Il 12 giugno, la Grecia ha annunciato un bando di gara internazionale per licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi nelle aree marine a sud di Creta. Quest’area coincide con la Zona economica esclusiva dichiarata dalla Grecia in base al principio di equidistanza. Ma si sovrappone alla ZEE rivendicata dalla Libia, in base appunto al Memorandum d’intesa del 2019 con la Turchia.

Il 19 giugno il Governo di stabilità nazionale (GSN) di Bengasi e il GUN si sono fortemente opposti alla decisione della Grecia. In una dichiarazione, il GSN ha criticato la decisione definendola una “palese violazione” dei diritti sovrani della Libia, citando i confini marittimi irrisolti tra i due paesi. Ha espresso preoccupazione per il fatto che tali “azioni unilaterali” possano esacerbare le tensioni regionali e ha chiesto che le controversie siano risolte attraverso il dialogo legale e il rispetto reciproco.

La Libia divisa e i giochi di potere

La situazione è ulteriormente complicata dalla divisione interna della Libia. Da marzo 2022, due governi si contendono il potere nel paese: quello di Tripoli, nato nel 2021 nell’ambito di un processo di pace promosso dalle Nazioni Unite, e quello orientale di fatto controllato da Haftar.

È proprio questa frammentazione che, secondo von der Leyen, permette alle autorità orientali di utilizzare i flussi migratori come strumento di pressione.

L’approccio europeo: esternalizzazione e sicurezza

La strategia europea delineata da von der Leyen si inserisce nell’approccio di “esternalizzazione” del controllo delle frontiere che l’UE ha adottato negli ultimi anni. La presidente della Commissione ha fatto riferimento all’Alleanza globale per combattere il traffico di migranti, lanciata nel novembre 2023, che mira ad approfondire il coinvolgimento internazionale nella lotta al traffico di esseri umani.

Von der Leyen ha annunciato che ospiterà la seconda conferenza dell’iniziativa il 10 dicembre a Bruxelles, con la partecipazione di diversi leader europei per discutere i progressi compiuti. L’approccio prevede la collaborazione con «le parti libiche nell’ambito dell’approccio Team Europa», per rafforzare la gestione delle frontiere, contrastare il traffico di migranti, gestire i visti di lavoro e garantire i rimpatri volontari.

Un precedente che preoccupa

La Grecia non è nuova a crisi migratorie di questa portata. Dal 2015, quando quasi un milione di persone sbarcarono sulle sue isole causando una crisi umanitaria senza precedenti, Atene è stata considerata la “porta d’ingresso” privilegiata per migranti e rifugiati provenienti da Medioriente e Asia.

Da allora, i flussi dalla Turchia sono diminuiti significativamente grazie all’accordo UE-Turchia, ma negli ultimi anni si è assistito a un aumento degli arrivi dalla Libia.

Tra i migranti che tentano di raggiungere le isole greche ci sono sempre più cittadini sudanesi in fuga dall’Egitto a causa del conflitto che devasta il loro paese, oltre a egiziani e bengalesi. Questa diversificazione delle rotte migratorie riflette l’instabilità crescente nella regione e la complessità delle sfide che l’Europa deve affrontare.

Verso un’escalation inevitabile?

L’invio delle navi da guerra greche nelle acque internazionali al largo della Libia rappresenta un’escalation significativa che rischia di complicare ulteriormente una situazione già tesa.

Mentre Atene cerca di proteggere le proprie frontiere e riaffermare i propri diritti marittimi, la sua azione potrebbe provocare nuove tensioni non solo con la Libia, ma anche indirettamente con la Turchia.

Le accuse dirette di von der Leyen contro le autorità orientali libiche mostrano quanto sia deteriorato il clima diplomatico. In questo contesto, la questione migratoria non può essere separata dal più ampio scenario geopolitico che vede intrecciarsi interessi energetici, diritti marittimi ed equilibri di potere nel Mediterraneo orientale.

Il rischio è che il Mare nostrum diventi sempre più un teatro di confronti multipli, dove l’emergenza umanitaria si mescola pericolosamente con i calcoli geopolitici, rendendo ancora più difficile trovare soluzioni che rispettino sia i diritti umani che la stabilità regionale.

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