Denuncia dell’organizzazione internazionale
Secondo un documento diffuso oggi da Amnesty International, le forze libiche fedeli al colonnello Gheddafi sono responsabili di una campagna di sparizioni forzate destinate a indebolire l’opposizione. In audio l’intervista al portavoce di Amnesty in Italia, Riccardo Noury.

Nella Libia del colonnello Gheddafi gli oppositori sparivano anche prima che cominciasse la rivolta. Oggi un documento di Amnesty International, frutto di un lavoro di ricerca nell’est della Libia, presenta una trentina di casi di persone scomparse dall’inizio delle proteste: sono attivisti politici, sospetti ribelli o presunti simpatizzanti di questi ultimi.

Atef ‘Abd al-Qader al-Atrash, un noto blogger padre di due bambini, è stato visto l’ultima volta il 17 febbraio mentre partecipava a una riunione nei pressi del porto di Bengasi. Si ritiene sia stato portato via dalle forze di sicurezza. «Abbiamo provato a chiamarlo al telefono ma ha sempre squillato a vuoto – ha dichiarato un parente ad Amnesty International – fino a quando pochi giorni dopo un uomo dall’accento della Libia occidentale ha risposto dicendo “ecco quello che succede a chi ci tira i sassi”. Ma Atef non ha mai tirato i sassi a nessuno».

«A quanto pare – afferma Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International – è in vigore una politica sistematica di arrestare chiunque sia sospettato di opporsi al colonnello Gheddafi e trasferirlo nell’ovest del paese, ancora sotto il suo controllo. Date le circostanze in cui si sono verificate queste sparizioni forzate, vi sono tutte le ragioni per ritenere che le persone che ne sono vittime corrano seri rischi di subire torture e maltrattamenti. Gheddafi deve porre fine a questa vergognosa campagna e a ordinare alle sue forze di rispettare il diritto internazionale».

Dopo che i ribelli hanno preso il controllo di Bengasi, nel corso del ritiro le forze pro-Gheddafi pare abbiano arrestato alcuni manifestanti, compresi bambini. Amnesty International ha documentato una serie di casi di persone viste per l’ultima volta all’interno o nei pressi del complesso militare di Kateeba al-Fadheel il 20 febbraio. Sottolinea Amnesty: «Via via che il conflitto si è sviluppato, le sparizioni sono proseguite. Di alcune persone si sono perse le tracce a Ben Jawad o nei dintorni, lungo la linea del fronte. Si ritiene che alcuni siano guerriglieri, altri solamente civili arrivati nella zona per curare i feriti, altri erano semplicemente passanti».

Amnesty International ha chiesto al colonnello Gheddafi e alle forze a lui vicine di consentire subito visite di organismi indipendenti ai detenuti, in modo da accertarne le condizioni di salute e di proteggerli dalla tortura, nonché di informare urgentemente le loro famiglie circa il luogo di prigionia. L’organizzazione per i diritti umani ha inoltre sollecitato coloro che trattengono i detenuti a garantire che tutti i ribelli, o coloro che sono sospettati di esserlo, siano trattati umanamente secondo quanto prevede il diritto internazionale e sia dato loro immediato accesso al Comitato internazionale della Croce Rossa.

Sottolinea Smart: «Il colonnello Gheddafi potrebbe essere giudicato responsabile, in un processo internazionale, di ogni crimine commesso dalle sue forze durante questo conflitto. Chiunque sia detenuto solo per aver sostenuto pacificamente le proteste dev’essere rilasciato immediatamente e poter tornare a casa in condizioni di sicurezza».

Amnesty, nel ricordare che migliaia di casi irrisolti di sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali hanno contrassegnato la leadership di Gheddafi, puntualizza che «i casi riferiti rappresentano solo una piccola parte del totale delle persone arrestate o scomparse nelle mani delle forze leali al colonnello Gheddafi nelle ultime settimane. Il numero esatto è impossibile da stabilire, poiché di norma le autorità di Tripoli non forniscono informazioni sui detenuti e molte parti del paese non sono accessibili a osservatori indipendenti. Inoltre, alcuni parenti dei detenuti non intendono rendere noti i nomi di questi ultimi per timore di rappresaglie».

(In audio Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, intervistato da Michela Trevisan e Ismail Ali Farah nel programma radiofonico Focus)