Da Nigrizia di aprile 2011: implicazione economiche
Italia, Francia, Spagna, Regno Unito, Turchia. Ma anche Stati Uniti, Cina, India e Iran. Tutti in affari con il regime. Tutti temono ripercussioni.

La Libia è una enorme torta ricoperta di sabbia. Con il ripieno di petrolio. È al nono posto, tra i paesi produttori, per le riserve accertate e non ancora sfruttate di greggio e gas naturale. Basta questo per capire perché, negli ultimi anni, i “grandi” della terra sono tornati a Tripoli, richiamati dai petrodollari e dagli appalti facili. E Muammar Gheddafi è tornato a essere un amico dell’Occidente: un amico bizzarro, strambo quanto vi pare, ma da tenere buono, perché ha le tasche piene di soldi.

 

Chissà perché pochi giornalisti, fino a un mese fa, ricordavano il piccolo particolare che il colonnello è un dittatore salito al potere con un colpo di stato militare. Già: gli affari sono affari. A tracciare la strada della strategia di investimento dei libici, dopo la fine dell’embargo nel 2003, è stato, qualche tempo fa, Farhat Bengdara, governatore della Banca centrale libica, in un’intervista alla Associated Press: «Puntiamo ad acquisire tante piccole quote azionarie in differenti settori attraverso i mercati finanziari. Nel complesso, ci compreremo il 3% delle azioni quotate sui mercati finanziari mondiali». La Libyan Investment Authority (Lia), fondo sovrano nato dalle ceneri della vecchia Banca Lafico, fondato tre anni fa, aveva una dote da spendere di 65 miliardi di dollari (qualcuno parla di 100 miliardi) e guardava ai mercati europei, americani, asiatici e a quelli dei paesi emergenti. E a settori immuni dalla crisi, come farmaceutica, utility, telecomunicazioni, società petrolifere e agroalimentari.

 

La Libia, d’altronde, da qualche anno non era più nella lista nera degli Stati Uniti. La riabilitazione del paese – le sanzioni e l’embargo erano stati disposti dall’Ue nel 1986, dall’Onu nel 1992, e rinnovati più volte – si è conclusa, dopo che, nell’ottobre 2008, il governo di Gheddafi ha versato 1,5 miliardi di dollari per risarcire le famiglie delle vittime del terrorismo libico (Berlino 1986, Lockerbie 1988). Per questo, c’è stata una gara per accostarsi al banchetto libico e riuscire a mangiare una fetta di torta, in termini di partecipazioni azionarie in aziende occidentali e di appalti.

 

Ci sono tutti dentro: Italia, Francia e Spagna in prima fila. Ma anche gli inglesi che, pur di partecipare, sono arrivati al punto di autorizzare la liberazione di Abdel Al-Megrahi, agente libico condannato come esecutore materiale della strage di Lockerbie, perché si riteneva fosse malato terminale di cancro. L’ex ministro della giustizia della Libia, ora passato nelle file degli insorti, ha rivelato che fu proprio il colonnello Gheddafi a dare l’ordine di far saltare l’aereo americano. Al-Megrahi sembra che goda ottima salute. Prima della rivolta, le cronache raccontavano che non era raro vederlo sfrecciare a bordo di una Lamborghini lungo i viali di Tripoli.

 

Sono tornati gli americani, che aspettavano solo la fine dell’embargo, per gli appalti del petrolio. Nella capitale svetta già un nuovo modernissimo Marriott Hotel a 5 stelle: in gennaio, ha ospitato il vertice Europa-Africa. Sono arrivati i cinesi, i turchi, gli iraniani, gli indiani.

 

Gli affari del colonnello e le quotazioni di greggio, risalite prepotentemente con la rivolta libica, condizionano però le prospettive economiche della già debole ripresa. Tutti hanno paura del prezzo del petrolio.

 

 

Beni congelati

Dopo i massacri dei civili, la comunità internazionale ha bloccato i beni e le partecipazioni della Libia all’estero. Si stima che la Gheddafi Corporation in Occidente arrivi a 120 miliardi di dollari: un fiume di dollari. Hanno cominciano gli americani con 30 miliardi bloccati. Le attività del Fondo sovrano Lia sono state congelate, assieme ai beni di Gheddafi, in forza di un ordine esecutivo emesso da Barack Obama il 28 febbraio, dopo la risoluzione numero 1970 dell’Onu, approvata il giorno prima.

 

In Europa, i beni che si possono far risalire alla famiglia Gheddafi sono congelati dal 3 marzo: si parla di 40 miliardi di dollari. In Austria, la Banca nazionale ha congelato 1,2 miliardi di dollari in depositi libici. Londra ha bloccato le partecipazioni libiche nel capitale della casa editrice Pearson (il 3,27%), che pubblica il Financial Times. In Gran Bretagna il colonnello ha beni per 32,2 miliardi di dollari, tra conti bancari, fondi Fm Capital Partners e Dalia Advisory, centri commerciali (Portman House a Oxford Street), immobili e una casa da milionario ad Hampstead.

 

In Africa, la Libia è presente attraverso la finanziaria Laafico (Lybian Arab African Investment Company) in 24 paesi. Tra questi, Gabon (concessione per 400mila ettari di foresta), Congo (fabbrica di mobili e di legname), Burkina Faso, Mali, Niger, Guinea (fabbrica di succhi di frutta), Ciad, Uganda (Hotel Lake Victoria a Entebbe), Benin, Liberia (industria della gomma), Etiopia, Nigeria, Madagascar, Repubblica Centrafricana, Sudafrica (alberghi a Johannesburg), Eritrea, Zimbabwe, Zambia (52 ville a Lusaka), Rwanda, Gambia, Togo, Comore, Rd Congo (società di diamanti Oryx).

 

La situazione è di grande incertezza per molte aziende occidentali che sono esposte pesantemente con il regime di Tripoli. Sembra che quelle americane e inglesi siano garantite da un programma che fa capo alla Banca mondiale. Quelle messe peggio sono le aziende turche, che non hanno alcuna copertura assicurativa.

 

Anche molte aziende italiane che operano nel Nord Africa sono senza paracadute. Secondo i registri locali dell’Ice, le aziende italiane presenti in Libia, Tunisia ed Egitto sono 840: oltre 700 a Tunisi, un centinaio a Tripoli e una trentina al Cairo, tutte di medio-grandi dimensioni. La copertura assicurativa è molto bassa: l’export garantito dalla Sace in Tunisia, Egitto e Libia (fino a settembre 2010) è di appena 255 milioni su un valore totale di merci esportate per 9 miliardi di euro. Quest’anno le imprese italiane potrebbero pagare per le rivolte nord-africane, in termini di mancate esportazioni verso Egitto, Libia, Tunisia e Algeria, un conto da 8 miliardi di euro; si rischia di perdere tra il 50 e il 70% del totale dell’export.





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