Trattative di pace
Firmato domenica scorsa tra due rappresentanti dei parlamenti rivali di Tobruk e Tripoli, l’accordo è già stato rinnegato dalla maggioranza dei deputati di Tobruk. La fretta della Tunisia, le preoccupazioni di Egitto e Algeria, le difficoltà dell’Onu, l’iniziativa dell’Italia.

L’intesa raggiunta a Tunisi domenica 6 dicembre tra gli esponenti dei due parlamenti rivali, quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli, è già fallita ancor prima di essere verificata.
Una novantina di deputati della Camera dei rappresentanti, la maggioranza del parlamento di Tobruk si è detta sorpresa per l’annuncio, e si è espressa contro l’accordo, che avrebbe dovuto ottenere l’approvazione dei due parlamenti. L’intesa prevedeva un Comitato di 10 persone, formato da esponenti dei due parlamenti, con il compito di designare un primo ministro e due vice-primi ministri.
L’accordo di Tunisi si pone al di fuori del quadro dei negoziati in corso sotto l’egida dell’Onu, con Martin Kobler nelle vesti di negoziatore. A questi negoziati si riferiscono le reazioni dei deputati di Tobruk, ma anche quelle dei paesi dell’area come l’Algeria e l’Egitto, e soprattutto di Europa e Stati Uniti.

Preoccupazioni dei vicini
A sponsorizzare l’accordo, “senza ingerenze straniere”, è stata senza dubbio la Tunisia che ha interesse affinché un patto sul futuro della Libia sia raggiunto al più presto possibile, visto che il vicino è diventato il principale fattore di destabilizzazione del paese. E i negoziati all’Onu erano in una fase di stallo, malgrado gli sforzi del nuovo mediatore, Martin Kobler. Il presidente Essebsi ha fornito non solo la sede dell’incontro, ma ha anche ricevuto i due esponenti dei rispettivi parlamenti che hanno sottoscritto l’accordo.
Freddezza e preoccupazione si registrano anche in altri due paesi confinanti con la Libia, l’Egitto e l’Algeria. Appare loro, come alla maggioranza degli osservatori, che un accordo senza il coinvolgimento della comunità internazionale che possa garantirne il rispetto e soprattutto i mezzi finanziari per la ricostruzione del paese, sembri quanto mai fragile, tenuto conto anche della complessità della situazione.

Latta all’Isis, chiave di dialogo
È vero che il collante rappresentato dalla lotta alla marea montante del gruppo Stato islamico (Isis) in Libia, che sembra considerare il paese come il terreno privilegiato del suo riposizionamento nel mondo musulmano, incita tutte le parti a trovare un’intesa, ma non sarà facile conciliare rivalità politiche e rivendicazioni tribali.
Come in tutte le transizioni, particolarmente difficile sarà la fase del disarmo delle diverse milizie armate che operano sul territorio e la loro integrazione in un esercito nazionale, quello che dovrà essere in prima linea per contrastare il sedicente Stato islamico.
A disegnare un contesto generale nel quale trovino un proprio tornaconto gli opposti schieramenti della Libia, ci prova ora l’Italia. Già domani a Roma con l’apertura del “Forum Med-Dialoghi mediterranei”, organizzato dalla Farnesina e dall’Ispi, e con la partecipazione di numerosi leader politici della regione, si potrà fare il punto sulle prospettive di un Mediterraneo in preda alle peggiori convulsioni. Il ministro degli Esteri Gentiloni ha inoltre organizzato per il 13 dicembre una conferenza sulla Libia cui hanno dato l’adesione Onu, Usa e Unione Europea.  Il processo negoziale sta per riprendere il cammino, ma visti i precedenti è azzardato affermare che si è vicini ad una conclusione.