40 anni da raïs
Il 1° settembre del 1969 Gheddafi soverchia la monarchia feudale e instaura un regime, battezzato il “governo delle masse”. Il Colonnello vanta un legame di tipo carismatico con il popolo e una serie di successi in politica estera. Ma lo slancio rivoluzionario si è esaurito e le nuove generazioni guardano con disincanto l’evoluzione del paese.

È innegabile che Muammar Gheddafi abbia potuto celebrare nel migliore dei modi i suoi primi 40 anni di potere grazie soprattutto alla sovraesposizione mediatica sul piano internazionale. Nel volgere di pochi mesi, una rapida e felice successione di eventi – nomina a presidente dell’Unione africana (febbraio scorso), diversi incontri con leader occidentali, partecipazione al G8 dell’Aquila, con la storica stretta di mano con il presidente americano Barak Obama – ha segnato il suo definitivo ritorno nella comunità mondiale. Un risultato non scontato, visti i precedenti.

Ma sarebbe sbagliato non riconoscere che è stato a livello interno, cioè di politica nazionale, che il colonnello ha costruito la base della sua proiezione planetaria.

 

 

Controllo sociale

Dopo aver rovesciato re Idriss, la rivoluzione del 1° settembre 1969 si trova ad affrontare la pesante eredità di una monarchia feudale. Per legittimarsi, Gheddafi non ha altra strada che quella di una politica “rivoluzionaria” in grado di smantellare il sistema di potere su cui si reggeva la monarchia senussita. Un’interpretazione “modernista” dell’islam e l’ideologia del panarabismo di stampo nasseriano gli consentono di tenere insieme una società che ha perduto i propri riferimenti.

La lucida “follia” di Gheddafi sta proprio nel credere in una nuova alleanza con la società. La proclamazione della Jamahiriya (marzo 1997) segna, con un neologismo, il passaggio dal vecchio concetto di democrazia delegata a quello utopico di “governo delle masse”, che abolisce formalmente parlamento, ministeri e governo. La summa ideologica di questa alleanza è il celebre Libro verde, in cui si dà ragione del nuovo assetto istituzionale.

Aboliti i partiti politici e superata in breve la fase del partito unico, l’Unione socialista araba (creata nel 1971 e ispirata al socialismo arabo del raïs egiziano Gamal Abdel Nasser), tra il popolo e Gheddafi permane un legame di tipo carismatico: il colonnello, infatti, non ha alcuna carica formale, ma è semplicemente “il capo della rivoluzione”.

Il successo di questo metodo poggia su pochi ma decisivi elementi. Il primo è demografico: l’immenso territorio è scarsamente abitato; i 7 milioni di abitanti si concentrano in pochi agglomerati urbani. In queste condizioni è relativamente facile mantenere il controllo sociale con una oculata politica repressiva. Alla repressione poliziesca si affianca la censura dell’informazione. Più volte le opposizioni accusano il regime di manovrare persino la contestazione a sé stesso, pur di non perdere il controllo della situazione.

Il vero collante di questa politica è, tuttavia, di natura economica. La straordinaria rendita petrolifera consente di soddisfare i bisogni primari della popolazione. Le cure mediche, l’educazione e, in parte, l’alloggio sono assicurati gratuitamente. Lo stato garantisce anche l’assorbimento della disoccupazione. Non a caso, il regime gestisce puntualmente, con grande cinismo e pragmatismo, l’immigrazione straniera, indispensabile all’economia del paese, ma ancor più al regime, che la utilizza spesso come capro espiatorio delle tensioni sociali. La politica “rivoluzionaria” ha in questi elementi le ragioni del suo successo presso la popolazione.

Il prezzo pagato per instaurare questo sistema è costituito dalla corruzione, dal nepotismo, dai clan che hanno in parte sostituito le vecchie alleanze della monarchia. Lo stesso leader ha creato attorno a sé un centro di potere esclusivo con cui governare il paese, con i suoi simboli (dalla tenda alle amazzoni).

Consapevole dei limiti dell’amministrazione, Gheddafi ha più volte cercato, nell’ultimo trentennio, di rivitalizzare la rivoluzione attraverso il rinnovamento degli obiettivi, delle formule e degli slogan. Quelle che sembrano acrobazie funambolesche nascondono grande intelligenza e scaltrezza. Gli apparenti colpi di testa del colonnello sono gli strumenti attraverso cui egli mantiene alte l’attenzione e la tensione verso la propria leadership e, quindi, il consenso.

Non sono mancate resistenze. La più importante è quella dell’islam tradizionalista, destabilizzato dal discorso riformista di Gheddafi. La Libia è il solo paese musulmano dove il calendario non parte dell’Egira (622), ma dalla morte di Maometto (632). L’opposizione fondamentalista è costretta all’esilio, dove viene colpita duramente con una serie di attentati da parte di commandos. Diversi i leader liquidati, soprattutto negli anni ’80, in vari paesi, tra cui l’Italia. Il regime teme il fondamentalismo, come il solo atteggiamento in grado di fargli concorrenza sul piano sociale e rubargli parte delle simpatie della popolazione.

 

Pericolo militare

L’altro pericolo viene dalle forze armate. L’interventismo militare di Gheddafi, soprattutto negli anni ’70-’80 del secolo scorso, ha dato all’esercito un ruolo centrale nella strategia politica del leader libico. Gli esiti, però, sono stati deludenti, come insegna l’esperienza del Ciad (è del 1975 la prima invasione libica). Da qui lo sviluppo di tensioni all’interno delle forze armate.

Nel corso degli anni sono cresciuti i tentativi di ribellione, se non veri e propri colpi di stato. L’opacità del regime ha sempre reso difficile distinguere tra semplici voci e realtà.

L’idea di un regime debole, di un leader sull’orlo della crisi (anche psichica!) e infiacchito dall’embargo internazionale, è smentita, tuttavia, da 40 anni di potere indiscusso. Sul piano internazionale, la svolta porta la data dell’11 settembre 2001: Gheddafi è pronto a sostenere la reazione americana dopo il crollo delle Torri Gemelle; al pari di Bush, definisce il fondamentalismo islamico «il peggior nemico dell’umanità» e comincia a collaborare con i servizi segreti americani per stanare Bin Laden e Al-Qaida. Da allora il riavvicinamento è un continuo crescendo. Sullo sfondo di questa trasformazione radicale, tuttavia, ci sono le macerie di una politica estera fallimentare.

Il sogno panarabo della giovane rivoluzione si scontra immediatamente con le resistenze dei regimi arabi, a cominciare dall’Egitto post-nasseriano di Sadat. L’unione con Egitto, Sudan e Siria è la prima di una lunga serie di matrimoni mancati. Si tenterà anche quello con Marocco e Tunisia, passando per il Ciad, dove le ambizioni libiche s’infrangono contro la resistenza locale. La delusione, ovviamente, non è data solo dalle mancate unioni, ma anche dall’impossibilità di costruire l’unità del mondo arabo, a cominciare dalla spinosa questione palestinese.

 

 

Terrorismo di stato

Di fronte all’inerzia di quelli che considera come suoi alleati, a metà degli anni ’80 Gheddafi dà il via a un terrorismo di stato contro gli interessi occidentali. Agli atti dinamitardi in alcune città europee fanno seguito due attentati agli aerei della Pan-Am a Lockerbie (1988) e dell’Uta (1989) sopra il deserto del Ténéré.

La Libia viene subito a trovarsi al centro dell’attenzione mondiale. L’allora presidente americano Ronald Reagan s’impegna in una guerra di nervi, soprattutto nel golfo della Sirte, dove gli incidenti militari si moltiplicano. Dopo l’attentato alla discoteca di Berlino, frequentata dai militari americani, Reagan reagisce bombardando Bengasi e Tripoli (1986).

A partire dal 1992, con il varo delle sanzioni internazionali, il paese è messo progressivamente al bando anche dai vicini mediterranei. Tripoli viene così esclusa dal processo di Barcellona (1995), che dovrebbe disegnare i nuovi rapporti tra Europa e Mediterraneo.

Per uscire dall’isolamento, Gheddafi decide di rivolgere lo sguardo a sud, verso l’Africa. È del 1998 la creazione di una Comunità degli stati sahelo-sahariani, su iniziativa di Tripoli, come premessa della successiva svolta panafricana, in coincidenza con la trasformazione dell’Organizzazione per l’unità africana (Oua) in Unione africana (Au), propiziata proprio da un vertice straordinario in Libia.

La svolta decisiva della politica estera è rappresentato dall’annuncio, fatto da americani e inglesi, della rinuncia da parte della Libia alle armi di distruzione di massa (dicembre 2003). Preceduta dall’ammissione da parte del colonnello delle proprie responsabilità negli attentati ai due aerei e dalla dichiarata volontà di risarcire le vittime, la rinuncia si dimostra subito un sapiente calcolo politico. Le ispezioni internazionali mettono in evidenza che il paese è ben lontano dal rappresentare una minaccia in termini di armi chimiche e batteriologice. Del resto, una volta abbandonate le velleità d’invadere paesi e di usare la forza per imporre alleanze, tali armi non servono certo al più ambizioso disegno politico di diventare un protagonista della scena mondiale.

Costante è la progressione verso il palcoscenico più ambito, attraverso una serie di contatti bilaterali durante i quali, oltre all’aspetto politico, non viene mai trascurati quello economico e quello militare. Il passaggio dei migranti che attraversano il suo territorio per imbarcarsi verso l’Europa diventa – specialmente nei confronti dell’Italia – una sapiente moneta di scambio, esattamente come ha fatto in precedenza il Marocco con la Spagna.

L’unico limite a questa crescita è, ancora una volta, tutto interno. Le nuove generazioni, che non hanno conosciuto l’entusiasmo dei primi anni della rivoluzione, osservano con un certo disincanto l’evoluzione del proprio paese. Alla straordinaria apertura degli ultimi anni verso l’esterno non corrisponde neppure una parvenza di apertura verso l’interno.

Mentre si parla (non da oggi) di successione del 77enne leader libico, il problema fondamentale rimane la sua capacità di rinnovare il proprio slancio, di non esaurirsi, come nella quasi totalità dei leader africani, nella pura conservazione del potere. Probabilmente sarà la sua sfida più difficile.