Lo Stretto di Hormuz che si blocca. Il Qatar che sospende le partenze del gas naturale liquefatto. I prezzi che a ogni starnuto geopolitico ripartono verso l’alto. Il nervosismo sui mercati. L’estate 2026 ha già mostrato quanto sia sottile il filo su cui cammina la sicurezza energetica italiana. Anche se al momento, pare non esserci un problema di scorte.
Tuttavia, che accadrebbe se uno dei paesi da cui importiamo quel combustibile fossile decidesse di chiudere i rubinetti?
Non è un’ipotesi buttata lì per allarmismo. È una richiesta vera, formalizzata per iscritto. A metterla nero su bianco è stato Abdullah Hamouda, direttore generale della General Electricity Company of Libya (GECOL), la compagnia elettrica statale libica.
La lettera minacciosa
In una lettera, datata 4 giugno e indirizzata al premier del Governo di unità nazionale Abdulhamid Dbeibah, al Procuratore generale e al capo dell’Autorità di controllo amministrativo, ha avvertito che gli impianti elettrici libici hanno “raggiunto una fase critica” per la carenza cronica di gas naturale e di olio combustibile, con oltre mille megawatt di capacità produttiva già persi.
La lettera denuncia che i ritardi nelle forniture di carburante alle centrali avrebbero ampliato il deficit e moltiplicato le ore di razionamento in tutto il paese, con il rischio concreto di blackout parziali o totali proprio nei mesi più caldi.
E la GECOL, appunto, ha chiesto formalmente una sospensione temporanea delle esportazioni di gas verso l’Italia, per liberare volumi da destinare al fabbisogno interno durante l’estate. Una richiesta “ignorata” dal governo di Tripoli.
Il cortocircuito libico
Per capire perché una compagnia elettrica arrivi a chiedere di fermare le vendite all’estero di gas bisogna entrare nel cortocircuito libico, che è insieme energetico, politico e criminale.
La Libia siede su alcune delle riserve petrolifere più ricche d’Africa. Eppure buona parte del paese vive di blackout a rotazione. Quest’estate la situazione è degenerata. Il 14 luglio l’Autorità per i fiumi artificiali ha dovuto chiudere 92 pozzi idrici a Sarir, nel deserto della Cirenaica, per un guasto ai trasformatori, lasciando a secco impianti che producono oltre 600mila metri cubi d’acqua al giorno.
Un blockout totale
Nel weekend successivo, un blackout non programmato ha spento la corrente lungo tutta la fascia da Misurata al confine egiziano, con una perdita improvvisa di 1.350 megawatt. La rottura di una linea ad alta tensione tra Misurata e Khoms ha mandato in tilt l’intero sistema, provocando interruzioni a catena fino a Bengasi.
Dietro ai guasti tecnici, però, c’è una filiera di problemi più profonda. La domanda interna di elettricità cresce ogni anno, mentre la produzione di gas, il combustibile principale delle centrali, resta ferma o addirittura scende. Le infrastrutture sono quelle ereditate dall’era Gheddafi, mai davvero rinnovate, e quando il gas non basta le centrali dovrebbero compensare bruciando gasolio e olio combustibile.
Contrabbando di carburante
Proprio qui si inserisce il problema più insidioso di tutti, perché quel carburante, semplicemente, non arriva dove serve. A peggiorare lo scenario, infatti, è un fenomeno ormai diffuso e raccontato in più rapporti: il contrabbando di carburante. Ingenti quantità di gasolio e olio combustibile destinate a cittadini, industrie e alla stessa GECOL vengono sottratte e dirottate verso reti di contrabbando. Il paradosso è totale: la Libia importa più carburante che mai (a maggio ha toccato il record mensile), eppure le centrali restano a secco e la gente fa la fila ai distributori di benzina.
Intesa con l’Egitto
Per tamponare l’emergenza, il 20 luglio il ministro dell’elettricità del governo orientale, Awad Al-Badri, ha trovato un’intesa con Il Cairo per riattivare l’interconnessione elettrica libico-egiziana. L’Egitto fornirà inizialmente 70 megawatt, mentre Tripoli si è impegnata a saldare un debito arretrato di 140 milioni di dollari accumulato dal 2023 per le forniture passate. Una minima boccata d’ossigeno.
I danni di conflitti insonni
Ma a complicare ulteriormente il quadro s’intromette anche la violenza armata. In Libia scorrazzano bande criminali, spesso finanziate da politici o comunque da figure pubbliche, che alimentano i conflitti.
Gli scontri dell’8 maggio a Zawiyya (città a una cinquantina di km da Tripoli) hanno danneggiato sia la raffineria sia la centrale elettrica locale, con perdite di combustibile da tre serbatoi e la fuga dal paese degli ingegneri della statunitense GE che seguivano l’impianto.
Il risultato è una capacità mancante di circa 700 megawatt in una delle città più strategiche del paese.
La sfuriata contro GECOL
Il 18 luglio, durante una riunione di gabinetto trasmessa in tv, un furioso Dbeibah ha chiesto che i vertici di GECOL vengano incriminati, accusandoli di aver riportato il paese “al punto di partenza” dopo anni di miglioramenti.
GECOL ha risposto rendendo pubblica proprio la lettera del 4 giugno, rivendicando di aver avvertito per tempo e di essere stata ignorata.
Un rimpallo di responsabilità classico, in un paese dove il potere resta diviso tra governi, capibastone e milizie.
L’amico Dbeibah
Nei palazzi del potere romano la minaccia di GECOL è rimasta confinata nel recinto di un momentaneo sussulto di fastidio. Niente di più. Politicamente impensabile uno stop alle forniture libiche. Dbeibah è oggi, probabilmente, il leader non europeo più frequentato da Giorgia Meloni. L’asse Roma-Tripoli vive da anni una fase di attivismo diplomatico intenso tra crisi energetiche e gestione del fenomeno migratorio.
Il 7 maggio il premier libico è stato ricevuto, per l’ennesima volta, a Palazzo Chigi per un incontro dedicato proprio al rafforzamento della cooperazione energetica, in un momento in cui l’Italia cerca di diversificare le fonti a causa delle turbolenze nel Golfo.
L’incontro romano era stato preparato due giorni prima da un altro colloquio, quello a Tripoli tra il primo ministro libico e il numero uno di Eni, Claudio Descalzi, il vero deus ex machina degli equilibri energetici tra i due paesi.
Un pacchetto di investimento di 10 miliardi
Nel comunicato ufficiale post colloquio romano si confermava che “servono maggiori investimenti per consentire un aumento significativo della produzione di gas libico e, di conseguenza, delle esportazioni verso l’Italia”.
Il pacchetto energetico di investimenti è stimato da Roma in circa 10 miliardi di dollari tra progetti di compressione offshore (interventi per allungare la vita alle piattaforme), recupero del gas oggi bruciato in torcia e sviluppo di nuovi giacimenti nel Mediterraneo.
Il 6 maggio, ironia della sorte, è salpato da Ravenna un modulo offshore da oltre 5.200 tonnellate costruito da Rosetti Marino per conto di Saipem, diretto al giacimento di Bouri. Servirà a recuperare il gas oggi disperso nel flaring e rimetterlo in circolo, in un progetto da 1,565 miliardi di dollari. Eni ha anche annunciato due nuove scoperte, i giacimenti Bess 2 e Bess 3, vicino a Bahr Essalam, con oltre 28 miliardi di metri cubi di gas stimati.
Ulteriori conferme che nel mappamondo energetico di Palazzo Chigi, la Libia (non solo Tripoli) occupa una posizione strategica.
Recuperare una produzione in calo
Ma questo ritorno a investire arriva dopo che negli ultimi anni c’è stato un sensibile calo delle forniture libiche all’Italia. I dati del Bilancio mensile del gas naturale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dicono che gli arrivi sono passati da 1,406 miliardi di metri cubi nel 2024 a soli 959 milioni nel 2025, il risultato peggiore degli ultimi 22 anni.
Il gasdotto che collega Mellitah, a ovest di Tripoli, a Gela in Sicilia è il Green Stream. Si tratta un’arteria lunga 500 km sotto il Mediterraneo attiva dal 2004 e che ha una capacità teorica di 10 miliardi di metri cubi l’anno. Poco sfruttata, al momento. Oggi la Libia copre meno del 2% delle importazioni di gas italiane.
Infrastrutture datate
Le cause sono soprattutto interne: crescita della domanda libica, instabilità politica cronica dal 2011, infrastrutture di produzione e compressione ormai datate a monte del gasdotto e una produzione insufficiente nei due giacimenti chiave, Bahr Essalam e Wafa, gestiti dalla joint venture Mellitah Oil & Gas tra Eni e la libica NOC.
Ma arriva poco gas in Italia anche perché l’80 per cento della produzione del cane a sei zampe rimane nel paese.
Una lettera termometro del paese
La lettera di GECOL, in questo quadro, pesa più come sintomo che come minaccia concreta. È il termometro della febbre libica e dei contrasti di potere nel paese nordafricano.
Roma continuerà a scommettere sulla Libia (anche per il capitolo migranti) e sui miliardi di investimenti già avviati. Sapendo, tuttavia, che ogni megawatt in più a Tripoli passa, prima ancora che dai gasdotti, dalla capacità di evitare la polverizzazione di un paese che fatica persino a tenere accesa la luce di casa propria.