Quando Muammar Gheddafi minacciò di «ripulire la Libia casa per casa», nel 2011, la comunità internazionale reagì congelando i beni del suo regime. Da allora si è dato per scontato che quelle risorse fossero al sicuro, immobilizzate dalle sanzioni ONU.
Secondo l’ultimo rapporto di The Sentry, la realtà è ben diversa: emerge un sistema segnato da cattiva gestione, corruzione e dispersione di fondi pubblici legati agli investimenti della Libyan Investment Authority (LIA).
The Sentry è una organizzazione investigativa internazionale che indaga su corruzione, reti finanziarie opache, riciclaggio e flussi di denaro legati a guerre, élite politiche e criminalità transnazionale. È stata fondata nel 2016 negli Stati Uniti da George Clooney e John Prendergast.
LIA, un fondo conteso
Costituita nel 2006 per gestire la ricchezza petrolifera della Libia, la LIA è oggi una struttura gigantesca, con centinaia di asset in oltre 70 paesi. Formalmente risponde al governo di Tripoli, ma nella pratica è un’istituzione contesa, limitata dalle sanzioni internazionali e spesso regolata da contenziosi in tribunali esteri, soprattutto a Londra.
Gestisce solo una parte del suo patrimonio
Su un patrimonio stimato nel 2020 in 62,85 miliardi di dollari, gestisce attivamente circa la metà delle sue attività – tra i 30 e i 33 miliardi di dollari – grazie a una combinazione di beni non soggetti a sanzioni e licenze ottenute dalle autorità regolatrici.
Il dato più eloquente è che i fondi congelati sono cresciuti di valore, mentre quelli amministrati direttamente dalla LIA si sono deprezzati.
Londra: un palazzo vuoto e il genero del premier
Nel cuore del distretto finanziario di Londra, il Jardine House – acquistato nel 1991 per 35 milioni di sterline (oggi stimato 72 milioni di dollari) – è inutilizzato da oltre un decennio. La sua gestione ha causato una perdita stimata di circa 79 milioni di dollari in affitti mancati tra il 2014 e la fine del 2025.
A governare il dossier è Sabtina, la controllata britannica della LIA. Nel 2022 alla guida è stato nominato Hassan al-Maghrawi, genero del premier libico Abdelhamid Dbeibah, senza che emergessero qualifiche specifiche nel settore immobiliare. Sotto la sua direzione i costi della società sono aumentati mentre l’edificio continuava a deteriorarsi. La sua vicenda è utilizzata da The Sentry per dimostrare come i beni della LIA siano usati come merce di scambio politica per consolidare il potere dei clan vicini al governo di Tripoli.
Sudafrica: il fallimento nel “miglio più ricco d’Africa”
A Johannesburg, nel quartiere di Sandton (chiamato il “miglio quadrato più ricco d’Africa”), gli investimenti libici raccontano un fallimento ventennale.
L’iconico Michelangelo Hotel, uno degli asset più visibili del portafoglio sudafricano della LIA, è chiuso dal 2020. Nel frattempo una disputa legale rischia di costringere la Libia a cedere i propri investimenti a valori fortemente scontati, a vantaggio dei partner locali.
Pesa sullo sfondo anche un prestito da 110 milioni di dollari erogato nel 2006 dalla LAICO (Libyan Arab African Investment Company), una sussidiaria del fondo sovrano LIA, alla sua controllata sudafricana Ensemble Hotel Holdings. Sempre per finanziare lo sviluppo di Sandton e che prevedeva un complesso di uffici e negozi che ospitano alcuni dei marchi più lussuosi al mondo.
Quello che sulla carta doveva essere un investimento redditizio si è trasformato in un “buco nero” contabile. Il Libyan Audit Bureau (una specie di Corte dei conti libica), nel suo rapporto annuale del 2016, ha confermato che il debito non è mai stato saldato.
Sebbene il contratto prevedesse tre anni prima che iniziassero i rimborsi, la società Ensemble non ha mai versato né le rate del capitale né gli interessi maturati.
OLA Energy: un asset strategico piegato alle reti di potere
La LIA controlla anche OLA Energy, società di distribuzione di carburante attiva in 17 paesi africani. Nel 2021, nonostante risultati economici positivi, il vertice aziendale è stato sostituito con una figura legata a Mohamed Bahrun, detto “il topo”, influente leader di gruppi armati di Zawiyah.
Da quel momento i costi sono aumentati e le autorità marocchine hanno comminato alla società una multa da 10 milioni di dollari per insider trading e fissazione dei prezzi. Anche in questo caso, un asset potenzialmente redditizio è stato trasformato in strumento di scambio politico e spartizione di potere.
Liberia: tre casi, un solo schema
Il capitolo liberiano è forse il più rivelatore dell’intera inchiesta, perché mostra con chiarezza come gli investimenti libici abbiano finito per alimentare reti opache di potere e interessi privati, spesso in prossimità dell’entourage dell’ex presidente Ellen Johnson Sirleaf.
Il Ducor Hotel: 65 milioni per un rilancio mai partito
Tra i casi più emblematici c’è quello del Ducor Hotel di Monrovia, un tempo simbolo del paese e poi lasciato in rovina dopo la guerra civile. Nel 2011 la LAICO avrebbe dovuto rilanciarlo con un investimento complessivo da 65 milioni di dollari, insieme a un progetto industriale nel settore della gomma.
Il governo di Sirleaf cedette formalmente il sito alla società libica, ma il progetto non partì mai. Dopo la caduta di Gheddafi si persero le tracce sia della proprietà sia dei fondi investiti. Oggi il Ducor resta abbandonato: un investimento annunciato, mai realizzato e di fatto svanito.
Foya Rice: milioni dispersi e ombre sull’entourage presidenziale
Il secondo caso riguarda il progetto agricolo Foya Rice, presentato come iniziativa di sviluppo per la coltivazione del riso. A promuoverlo fu Wendell McIntosh, ex ambasciatore liberiano in Libia, con il sostegno finanziario di LAP Suisse. I fondi previsti erano 30 milioni di dollari.
Ma secondo l’audit libico i trasferimenti salirono a 38 milioni. Il progetto partì e arrivò a impiegare circa 200 persone, tanto da ricevere una visita ufficiale di Sirleaf, ma si fermò in pochi anni.
Secondo ricostruzioni giornalistiche liberiane, tra i soggetti coinvolti ci sarebbe stato anche il fratello della stessa Sirleaf.
L’Ufficio di revisione contabile libico ha parlato apertamente di corruzione, negligenza deliberata e spreco di fondi pubblici.
Oggi il progetto è fermo e gran parte del denaro risulta senza una destinazione chiara.
Pan African Plaza: 50 milioni di affitti ONU finiti nel nulla
Il terzo caso riguarda il Pan African Plaza, edificio di Monrovia utilizzato dalle Nazioni Unite.
È l’unico investimento libico ancora attivo in Liberia, ma anche quello che solleva i dubbi più gravi. Dal 2004 l’ONU ha versato oltre 50 milioni di dollari di affitto, ma quei soldi – secondo il rapporto – non risultano arrivati né allo stato libico né alla joint venture pubblica che aveva costruito l’immobile.
I canoni sarebbero stati invece incassati da una società privata, Pan African Real Estate, collegata a figure politiche di primo piano, tra cui Nathaniel Barnes, ex ministro liberiano delle Finanze.
Anche qui il sospetto è che un asset pubblico sia stato trasformato in fonte di rendita privata, senza trasparenza sui beneficiari reali.
Una sentenza senza appello
The Sentry ha contattato tutti i principali protagonisti senza ricevere alcuna risposta. La conclusione del rapporto è netta: la LIA rimane «inadatta al compito» di custode della ricchezza sovrana libica.
La raccomandazione alle Nazioni Unite è altrettanto chiara: non allentare le sanzioni finché non saranno garantiti standard rigorosi di trasparenza e governance. Senza verifiche indipendenti e senza tagliare fuori chi sfrutta questi fondi per interesse personale o politico, i miliardi della Libia continueranno a favorire pochi privilegiati, mentre il conto resterà sulle spalle dei libici.