Da Nigrizia di ottobre 2011: scenari post-Gheddafi, intervista con il prof. Karim Mezran
Gli assetti del paese sono tutti in divenire. Una stabilità non arriverà in pochi mesi. Ma c’è un passaggio inaggirabile: urge una classe politica. Deve emergere un nuovo gruppo dirigente, in grado di evitare il rischio “somalizzazione” e di tenere la barra dritta verso un approdo democratico.

Dopo oltre sette mesi di conflitto, il panorama libico è tutt’altro che stabilizzato. Anche perché il raìs continua a risultare introvabile, i suoi uomini continuano a opporre resistenza, la rivolta non ha un carattere unitario, il consiglio di transizione è riconosciuto a macchia di leopardo. Perché, se diamo un’occhiata agli assetti geopolitici, Cina, Russia e Germania non hanno certo applaudito l’intervento dell’Occidente, perché…

 

Dunque, un presente e un futuro sfuggenti, con troppe variabili aperte. Eppure, non vogliamo rinunciare a comprendere quali traiettorie stanno disegnando i protagonisti sul terreno e dove queste traiettorie condurranno la nazione. Per questo, ci siamo confrontati con Karim Mezran, direttore del Centro studi americani di Roma e docente di Storia del Medio Oriente presso la Johns Hopkins University di Bologna. Mezran è autore, con Silvia Colombo e Saskia van Genugten, de L’Africa Mediterranea: Storia e Futuro (Donzelli, 2011), de I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo (Utet, 2010) e de L’Arcipelago Islam (Laterza 2007), con Massimo Campanini. Il professor Mezran è italo-libico e profondo conoscitore del paese della sponda sud del Mediterraneo.

 

Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) ha annunciato (il 2 settembre) che conta di formare un’assemblea costituente entro otto mesi e di tenere elezioni presidenziali nel giro di venti mesi. È credibile? E soprattutto, il Cnt è davvero rappresentativo dei ribelli di Tripolitania, Cirenaica e dei berberi delle montagne occidentali Nafusa?

Il Cnt non è ancora sufficientemente rappresentativo. Per ora è limitato alla Cirenaica e ad alcune città dell’interno. Nomi di personalità provenienti da altre regioni sono stati fatti, ma ancora non vi è nulla di certo. Credo, però, che oggi sia più urgente mettere d’accordo le varie anime per formare un governo. Perché, un conto è formare un Cnt che al suo interno ha anche cento membri rappresentativi di tutta la Libia, un altro è formare un governo di 12-15 membri che debba fare la politica, gestire il denaro…

Per quanto riguarda i tempi, è pretestuoso dare indicazioni. Qualunque data non ha senso. Anche perché nessuno ha spiegato come si vuole fare l’assemblea costituente, come si vuole arrivare al voto, chi riorganizza la gestione del territorio, chi farà il nuovo censimento… Si parla di date per rassicurare gli europei, facendo loro vedere che l’orizzonte in cui il paese si muove è questo, che si ha l’intenzione di creare una realtà democratica.

 

L’Unione africana (Ua) non ha fretta di riconoscere il Cnt. Quanto contano in questo le relazioni che il Colonnello ha intessuto con vari paesi dell’Africa subsahariana negli anni scorsi (ricordiamo Zimbabwe e Sudafrica) e il fatto che la Libia sostiene (o ha sostenuto sotto Gheddafi), con il 15%, le spese di mantenimento dell’Ua? Oppure ci sono altre ragioni, come quella di non credere nella rappresentatività del Cnt e quella di temere un frazionamento della Libia in più stati?

L’Unione africana è – assieme all’Italia – la grande perdente di questa guerra di Libia. Gran parte degli stati africani avevano in Gheddafi un amico, un sostenitore, un finanziatore. E, infatti, oggi l’esistenza stessa dell’Ua è a rischio. L’Ua si limita a mandare al Cnt questo messaggio: continuate a mantenere verso l’Ua lo stesso atteggiamento che aveva Gheddafi; noi siamo disponibili a riconoscervi ufficialmente. Poi è vero che singoli stati hanno riconosciuto il Cnt. Quindi siamo su un doppio binario.

 

Italia perdente. Perché?

L’Italia era il partner economico principale. Dopo questa fase, se le dice bene, sarà il quarto-quinto, dopo Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Fino allo scoppio della guerra, l’Italia, grazie alle relazioni intessute con Gheddafi dai vari governi, aveva in mano gran parte delle commesse libiche. Cosa che non succederà più.

 

Come si può leggere la scelta dell’Algeria di accogliere, il 29 agosto, alcuni componenti della famiglia Gheddafi (moglie e tre figli), contrapponendosi quindi al Cnt, che, peraltro, non riconosce?

I militari algerini sono sempre stati molto vicini a Gheddafi, che li ha sostenuti ampiamente durante la guerra civile contro l’estremismo islamista negli anni ’90. Quindi, quando sei mesi fa è cominciata la rivolta, hanno sostenuto a loro volta il raìs, convinti che dietro i ribelli ci fosse un ampio fronte islamista. Inoltre, l’Algeria può essere la prossima vittima di queste rivolte e il presidente Boutéflika non sa che cosa aspettarsi dalla Libia di domani. Che, a mio parere, non sarà amica dell’Algeria.

 

Alla testa del Consiglio militare di Tripoli c’è Abdel Hakim Belhaj (1.000 uomini armati sotto di lui hanno conquistato la capitale in agosto), un 45enne con un passato non lontano dal jihad armato e di rapporti con al-Qaida. Uno che ha conosciuto le carceri libiche dal 2004 al 2010 (lo aveva consegnato a Gheddafi la Cia). Uno che è, per antonomasia, un anti-occidentale. Che ruolo potrà avere nella nuova Libia?

Siamo di fronte a un personaggio molto pragmatico. Non lo conosco di persona, ma parenti e amici libici me ne parlano tutti piuttosto bene. Ha avuto il passato che ha avuto, ma non è tra i peggiori. È, comunque, un combattente e ha al suo fianco anche personaggi non islamisti. Credo che l’islamismo possa essere considerato da due punti di vista: guardarlo sempre con ostilità, considerando come il demonio chiunque si rifaccia a quella ideologia; oppure valutarne l’evoluzione politica e i comportamenti giorno dopo giorno. Escludere a priori gli islamisti è, a mio avviso, un grave errore. Vanno cooptati nel gioco democratico.

 

L’impressione è che la società libica sia stata per oltre 40 anni cloroformizzata dal regime. È così, oppure dovremo aspettarci una società civile in grado di esprimere leader politici, anche pescando nell’islam moderato o nei clan (quelli principali sono una trentina e, secondo alcuni osservatori, non hanno mai smesso di contare)?

Sono convinto che la Libia, sotto sotto, negli ultimi dieci anni, abbia conosciuto una grande apertura. Molti libici hanno viaggiato e studiato all’estero. Oggi c’è forse un eccesso di entusiasmo, che potrebbe portare alla nascita di decine di partiti. Ritengo, perciò, che ci sia bisogno di una fase di formazione alla democrazia.

Un problema diverso è quello della cultura politica dei libici. Non c’è una cultura politica abituata al dibattito, alla critica, al dialogo costruttivo. Questo è il problema di tutte le società arabe, che può rallentare l’avvio di un processo democratico e far emergere spinte autoritarie.

 

Sui possibili nuovi capi di governo, paiono emergere solo tecnocrati creati da Gheddafi. Vediamoli. Mustafa Abdel Jalil, già ministro della giustizia del Colonnello, oggi leader del Cnt, è un moderato che piace perfino a Human Rights Watch. Mahmoud Jibril, della Cirenaica, considerato un ambizioso, ex tecnocrate del regime, ha buoni rapporti con l’Occidente. Abdel Hafiz Ghoga, avvocato di Bengasi, uno dei leader del Cnt. Ali Tarhouni, professore di economia negli Usa, dove è capo dell’opposizione in esilio, oggi fa il ministro delle finanze nel Cnt, bada all’industria petrolifera ed è molto vicino all’Occidente. Sokri Ghanem, già ministro del petrolio, è rimasto con Gheddafi i primi quattro mesi della rivolta, poi è fuggito all’estero. Abdel Salam Jalloud, già numero due del regime, fuggito in Italia in agosto, era caduto in disgrazia nel 1993 e confinato agli arresti domiciliari. Che cosa possiamo prefigurare?

Mustafa Abdel Jalil è un po’ il papà di questa situazione. È un personaggio rispettato. Non è carismatico, ma molti lo vedono come la figura istituzionale che può garantire la transizione, senza gestire il potere per sé. Le altre figure sono tutte di passaggio. Jibril potrà partecipare al governo, ma non sarà una figura dominante. Stessa cosa per Tarhouni. La vera élite che governerà la Libia non è ancora emersa. Quando emergerà, si porrà fine a questa stranezza tutta libica per cui a comandare la guerra non sono i militari ma dei politici senza grande esperienza alle spalle e provenienti dal vecchio regime.

 

È corretto dire che si profila una transizione assai lunga sul piano politico e che l’Occidente (in particolare Parigi e Londra), che è intervenuto dopo la risoluzione Onu 1973 del 19 marzo, oggi è interessato a stabilire legami e a influenzare le varie componenti dei ribelli anche in prospettiva-petrolio? Insomma, la variabile petrolio quanto pesa negli assetti della Libia di domani?

Sono convinto che, più del petrolio, oggi sia importante vedere come verranno gestiti i fondi libici scongelati. Anche perché le concessioni petrolifere sono già assegnate ed è difficile toccarle. Nuove concessioni verranno probabilmente date, un domani, ai paesi europei che più hanno aiutato la rivolta. Ma anche questo è uno sviluppo ancora tutto da scrivere.

 

L’ipotesi di uno stato federale con Tripolitania e Cirenaica è praticabile?

Ipotesi bocciata. Perché la Libia negli anni di Gheddafi ha perso un’identità nazionale. Ritengo suicida pensare di recuperare un’identità nazionale attraverso il decentramento. Bisogna dar vita a uno stato unitario che sappia ricreare l’idea di stato che è venuta meno. O i libici si sentono libici, o non si va da nessuna parte. E poi il petrolio, come lo federalizzi? È il problema che si pose nel 1951: il paese nacque federale, ma poi capitolò di fronte all’ingestibilità di un petrolio “federale”.

 

Esistono fattori interni ed esterni (Cina, Russia e Germania non hanno partecipato all’intervento armato contro Gheddafi, ma hanno riconosciuto il Cnt) che possono portare a una “somalizzazione” della Libia?

È possibile, perché manca una figura carismatica in grado di coagulare tutti i gruppi e tutte le fazioni. E perché ci sono delle tendenze centrifughe. Se viene fatto un governo che scontenta quelli di Misurata, o se un gruppo di Bengasi non ha avuto il proprio ministro, o se gli islamisti vengono messi ai margini in seguito alle pressioni europee, può succedere che si metta mano alle armi. E non dobbiamo dimenticare che ancora non è stato catturato Gheddafi, con tutto il suo potere dirompente in grado di indebolire questa transizione. Quindi, i dati che possono portare a una somalizzazione ci sono tutti.

 

 

Box: Dagli al nero (anche se libico)

«Si uccidono i neri, li si sgozza, li si accusa di essere dei mercenari. Trovate normale che un paese, con un terzo della popolazione nera, confonda neri e mercenari? ». Sono parole di Jean Ping, presidente della Commissione dell’Unione africana, che ben sintetizzano l’indignazione di molti di fronte alle sevizie che stanno subendo le popolazioni nere in Libia.

Il coro di condanne giunge anche dalle organizzazioni della diaspora africana nera d’Europa. Tra queste, il Consiglio delle associazioni nere della Francia ha chiesto che si aprano inchieste e sollecitato un incontro con il presidente Sarkozy, visto che Parigi offre il maggior sostegno politico e militare (tramite la Nato) ai combattenti (per lo più arabi) del Consiglio nazionale di transizione (Cnt). La Rete della diaspora africana nera d’Italia (Redani), invece, ha chiesto alla comunità internazionale di adoperarsi «al più presto per fermare questo massacro», giudicato «crimine di guerra, razzista, contro l’umanità». Occorre rilevare come, sin dall’inizio del conflitto, la violenza contro le persone di pelle scura fosse presentata dai media come una questione di vendetta dei ribelli del Cnt nei confronti dei “mercenari neri” di Gheddafi. Questa versione dei fatti ha occultato la natura xenofoba delle atrocità commesse nelle zone conquistate dal Cnt. Infatti, secondo notizie diffuse dalle ong e alcuni media europei, le violenze sono commesse contro i neri in modo indiscriminato, siano essi “mercenari”, immigrati dell’Africa subsahariana, o addirittura libici. Amnesty International racconta, ad esempio, come una sua delegazione, in visita all’ospedale centrale di Tripoli, abbia visto, nell’arco di un’ora, un libico nero picchiato dai ribelli e un altro «buttato giù dal suo letto e portato in un luogo sconosciuto». Le Monde, precisando che non tutti i migranti africani (neri) rimasti in Libia sono in pericolo di vita, nell’articolo Le calvaire des africains noirs en Libye del 3 settembre, ha riportato la tragica situazione di 800 immigrati dalle regioni subsahariane che, per sfuggire alle sevizie e agli arresti arbitrari, si sono rifugiati in un campo al porto di Sayad, 25 km a ovest di Tripoli. Originari del vicino Ciad o del Corno d’Africa, questi migranti, la cui vita non era facile nemmeno sotto Gheddafi, erano giunti (circa un milione, secondo varie fonti, il numero complessivo) in Libia per motivi di lavoro o per cercare di raggiungere le coste europee.

La rivolta continua, ma sarà difficile creare una nuova Libia stabile, se non si argina il clima di xenofobia contro quel 35% della popolazione libica (toubou e tuareg) che è nero. (Fortuna Ekutsu Mambulu)

 


 



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