Da Nigrizia di aprile 2011: intervista con lo storico Angelo Del Boca
La comunità internazionale è intervenuta con la forza. C’è il mandato Onu in difesa dei civili. Ma ciò che muove i cacciabombardieri sono gli appetiti petroliferi. Incognite per il dopo: non c’è pronta un’alternativa al rais.

Forte della risoluzione 1973 dell’Onu, approvata giovedì 17 marzo, la coalizione di Francia, Gran Bretagna, Usa, Canada e Italia ha attaccato il Colonnello. I primi a colpire, il 19 marzo, sono stati i caccia di Sarkozy, che ha assunto un ruolo di punta nell’azione. La nofly zone, che ha avuto il consenso della Lega araba (che ha, però, subito criticato i raid aerei della coalizione, perché sarebbero andati oltre il loro obiettivo), proibisce tutti i voli nello spazio aereo libico per proteggere i civili e «autorizza tutte le misure necessarie al raggiungimento dell’obiettivo». Defilata la Germania. Perplesse Cina e Russia. In disparte l’Unione africana.

 

Dunque, l’Occidente, fino a ieri in affari con la Libia, ha tentennato più di un mese. Alla fine, però, ha voltato le spalle al rais, prefigurando nuovi equilibri (e nuovi affari) nell’area. Nel frattempo, Gheddafi ha reagito, ma è stato fermato prima che riprendesse Bengasi, città della Cirenaica, anima della rivolta e sede, dal 27 febbraio, del Consiglio nazionale di transizione, l’esecutivo della rivolta che si è proclamato rappresentante legittimo del popolo libico, diretto dall’ex ministro della giustizia, Moustapha Abdeljalil.

 

«È una guerra che non si sa come può andare a finire. Anche perché, guardando al dopo-Gheddafi, nessuno è in grado di dare risposte». Così Angelo Del Boca, storico e giornalista torinese che ha contribuito, con pochi altri, a smascherare la tragedia del colonialismo italiano in Africa e conosce bene la Libia e il Colonnello. Tra i suoi scritti, Gheddafi, una sfida dal deserto (Laterza 1998), una biografia densa e articolata, frutto di un lavoro minuzioso, anche se gli archivi ufficiali (libici, italiani, americani) non sono accessibili. Per portarla a termine ha anche incontrato Gheddafi. Con l’aiuto di Del Boca, che abbiamo sentito prima dell’attacco della coalizione, cerchiamo di capire che cosa accade e potrà accadere in Libia.

 

 

Professor Del Boca, è davvero fuori gioco il Colonnello?

Quando è iniziata la rivolta, sembrava che Muammar Gheddafi avesse poche ore di vita, perché all’improvviso si era rivoltata tutta la Cirenaica e, in quattro giorni di combattimenti, è riuscita a conquistare il campo. Sembrava che anche a Tripoli succedesse qualcosa del genere. Ma poi la rivolta si è spenta e il rais ha avuto tutto il tempo per mettere a punto una controffensiva, recuperando parte della Sirtica, pozzi petroliferi e città vicine a Tripoli, spingendosi sempre più vicino a Bengasi.

Gheddafi in queste settimane si è notevolmente rafforzato, perché ha potuto far arrivare uomini e mezzi dal sud del paese, ma anche dal Ciad, dal Mali e da altri paesi amici, che oggi restituiscono quello che lui ha dato loro. È una situazione di stallo. Certo, non può recuperare facilmente Bengasi e il resto della Cirenaica, perché lì la rivolta ha radici antiche.

 

Forse, per comprendere ciò che sta accadendo in Libia, bisogna chiedersi quanto è radicato Gheddafi nel suo paese.

In 42 anni di dittatura – perché di dittatura si tratta – è riuscito a gestire abbastanza bene i 130 clan libici e costruire la propria nazione in base alla “terza teoria universale”, incentrata sulla democrazia popolare diretta, contenuta nel suo Libro Verde. Però, il libro, pubblicato nel 1975, in Libia non ha funzionato. Gheddafi stesso, nel corso di un’intervista che mi aveva concesso, alla mia domanda se il libro avesse avuto successo nel paese, mi risposte di no senza esitazione. Questo è il suo radicamento. Trovo difficile che possa rimanere in sella. Anche perché con le sue dichiarazioni di queste settimane si è giocato ogni rapporto con l’Europa.

 

Non pochi commentatori hanno sostenuto che i clan – quelli principali sono una trentina – sono la sola istituzione sopravissuta dopo 4 decenni di regime: gli warfalla e i magariha in Tripolitania, gli zuwaya in Cirenaica. La partita libica, e quindi l’alternativa a Gheddafi, si gioca a questo livello, o si tratta di una realtà marginale?

È una realtà tutt’altro che marginale. Secondo il pensiero di Gheddafi, spiegato appunto nel Libro Verde, i “comitati popolari” avrebbero dovuto sostituire i clan. Ma ciò non è avvenuto. Un esempio. Durante uno dei miei viaggi, ho avuto la fortuna di pranzare con il capo di uno di questi clan, composto da circa 15mila persone e stanziato vicino a Tripoli. Mi ha detto: «Gheddafi pretende di aver creato i comitati popolari, di aver costituito una struttura statale, ma, in realtà, non è così. Tutto sta continuando come prima. Per capirci, i membri del mio clan non fanno un viaggio all’estero, non comprano una casa e non si sposano senza prima chiedermi il permesso». Questo signore era stato ministro ai tempi di re Idris, cioè prima di Gheddafi.

 

Ai primi di marzo, il rais ha detto che il potere è nelle mani del popolo e che il suo ruolo è «solo simbolico». Ha chiamato in causa la Jamahiriya, governo delle masse, rispetto alla quale lui si chiama fuori, anzi sopra, in quanto guardiano della rivoluzione. Come funziona questo passaggio?

Gheddafi dice: «Io non credo né al comunismo né al capitalismo. Ecco perché ho creato la “terza teoria universale”». Un tipo di democrazia che non passa attraverso il parlamento e gli altri strumenti della democrazia occidentale. In realtà, il potere è nelle sue mani. Non c’è nulla che possa essere fatto – neppure dai suoi figli, cui ha affidato settori del paese – senza il suo consenso e volere. Quindi, questa storia del potere al popolo è una bufala.

 

In un articolo per Nigrizia (aprile 1998), lei scriveva che il nome del Colonnello è stato fatto coincidere con terrorismo, repressione interna, destabilizzazione, mentre ha anche restituito dignità e fierezza alle genti di Libia. E terminava così: «Gheddafi deve convincersi di percorrere fino in fondo la strada della moderazione, imboccata dopo il 1986». Dunque, cos’è accaduto? In questi anni è lui che non ha seguito questa via o sono stati i libici a non seguirlo?

Dopo il 1986, cioè dopo i bombardamenti degli Stati Uniti su Tripoli e Bengasi, di certo qualcosa è cambiato nella condotta di Gheddafi. Con gradualità. Ha smesso di far uccidere i suoi avversari rifugiati all’estero. Nel 1988, però, ha fatto saltare l’aereo della PanAm, con 270 persone a bordo, nei cieli di Scozia.

In realtà, Gheddafi agisce d’impulso, senza una precisa metodologia. Quindi, quando gli fa comodo, usa il terrore; quando, invece, vuol dimostrare di essere un personaggio normale, prende altri atteggiamenti. Negli ultimi tempi, diciamo dal 2000 in poi, il suo comportamento è stato abbastanza normale: ha rinunciato a fabbricare ordigni nucleari; ha abbandonato il sogno di costruire una grande nazione che comprendesse tutta l’area dove si parla arabo; ha rivolto maggiore attenzione all’Africa. A questo riguardo, ha lavorato per creare una maggiore coesione tra paesi africani, puntando sulla creazione di una politica estera africana comune e su un esercito comune.

 

A differenza degli eserciti tunisino ed egiziano, che hanno preso le distanze dai presidenti Ben Ali e Mubarak, l’esercito libico sembra rispondere a Gheddafi. Che cosa può comportare ciò?

L’esercito libico è formato, sulla carta, da 50mila soldati. Ma in queste settimane non è molto attivo. Credo che Gheddafi ne usi solo una parte. Mentre sono molto attivi i “gruppi speciali”, alcuni comandati da Khamis, uno dei figli di Gheddafi: sono quelli che più si stanno opponendo agli insorti e che, iniziando la battaglia da Sirte, sono arrivati fino a Bengasi. Anche perché gli insorti dispongono solo di armi leggere, di qualche cannoncino antiaereo e di pochissimi carri armati. Gheddafi, invece, possiede circa 400 aerei da guerra, anche se non tutti in grado di volare.

 

Perché il rais insiste sul pericolo al-Qaida? Non è un po’ inconsistente la minaccia di un terrorismo globale che s’impadronisce della Libia e poi dell’intera area?

La minaccia al-Qaida un certo fondamento ce l’ha. È vero che il rais la agita come uno spauracchio. Però va detto che in Cirenaica al-Qaida è stata presente più di una volta. Non dimentichiamo che nel 1996, e anche qualche anno dopo, ci sono stati combattimenti durissimi nella zona della Montagna Verde dove erano attivi emissari dell’islamismo estremo, tanto da obbligare Gheddafi a mobilitare l’esercito. Nel 1996 si parlò di 1.200 morti. Sono convinto che, in questa fase in cui il confine con l’Egitto è praticamente aperto a tutti, molti emissari di al-Qaida siano entrati e comincino ad agitare le acque.

Gli insorti hanno goduto di un appoggio estero per le armi? E da parte di chi?

Su questo argomento le fonti sono molto incerte. Sicuramente, dall’Egitto hanno avuto aiuti: non dico dall’esercito egiziano, ma da quell’area. Di recente, proprio nella zona della Sirte, sono state usate armi pesanti che gli insorti prima non avevano e che, secondo me, sono arrivate da fuori. Sono inoltre convinto che dalla frontiera con l’Egitto siano entrati istruttori stranieri.

 

Quale scenario geopolitico si può prefigurare per il Nord Africa nel breve periodo?

Molto dipende da che cosa accadrà in Egitto. Oggi in questo paese il potere è in mano all’esercito, che è il più importante di tutta l’Africa e del Medio Oriente: 500mila uomini, con armamenti poderosi. Del resto, sappiamo che è l’avamposto degli Stati Uniti nella zona e sono gli Usa ad aver contribuito a creare questo baluardo. Se i generali egiziani restituiranno davvero il potere ai civili, se davvero ci saranno le elezioni… Si tratta di vedere come evolvono le cose. Se tutto va bene, questo paese, di 80 milioni di abitanti, si rimetterà in marcia, con riflessi positivi per l’intera area. In Tunisia, di governi post-Ben Ali ne hanno già avuti tre e non hanno dato gran prova di sé. Però i tunisini passi indietro non ne vogliono fare e, quindi, stanno sorvegliando da vicino le evoluzioni di quest’ultimo governo. In Marocco, il re Mohammed VI ha annunciato riforme radicali, perché anche lui teme rivolte. Pure in Algeria, paese ricco di petrolio come la Libia, le ricchezze petrolifere non sono state distribuite equamente e, dunque, non si possono escludere contraccolpi.

 

Perché nessuno ha previsto il cambiamento in Libia e negli altri paesi del Nord Africa? Se l’è chiesto?

I paesi europei si sono lasciati sorprendere da questi avvenimenti, perché il loro interesse non era sapere se al di là del mare c’erano democrazie o dittature. L’Italia ha siglato nel 2008 un trattato di amicizia e di cooperazione con la Libia: nel testo del trattato non c’è un rigo in cui si accenni al mancato rispetto dei diritti umani. L’interesse italiano, come quello degli altri paesi, era rivolto prevalentemente alle risorse energetiche. Tutto il resto è stato messo da parte.





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