In Libia il petrolio non alimenta solo l’economia. Anche milizie, potere e traffici illeciti.
È il quadro che emerge da una bozza del rapporto finale del Panel of Experts delle Nazioni Unite sulla Libia – atteso per il 9 aprile – che circola già da fine marzo.
Il documento, che conta 288 pagine, fotografa una realtà in cui i confini tra potere politico, strutture militari e reti criminali sono sistematicamente dissolti.
La famiglia Haftar e la compagnia Arkenu
Il punto più rilevante del rapporto riguarda Arkenu, descritta come la prima compagnia petrolifera privata libica. Secondo il documento, sarebbe indirettamente controllata da Saddam Haftar, figlio di Khalifa Haftar e vice-comandante dell’Esercito Nazionale Libico.
Il controllo avverrebbe attraverso due figure chiave: Rafat al-Abbar, ex viceministro del petrolio, e Belqacem Shengeer, già membro del consiglio di amministrazione della National Oil Corporation (NOC).
Denaro sottratto ai canali istituzionali
Tra maggio e dicembre 2024, Arkenu avrebbe esportato circa 7,6 milioni di barili di petrolio, per un valore stimato di 600 milioni di dollari. Parte dei ricavi sarebbe stata deviata dalla Banca centrale libica (BCL).
Su un arco temporale più lungo – tra ottobre 2024 e febbraio 2026 – i fondi sottratti ai canali istituzionali ammonterebbero a oltre 3 miliardi di dollari, trasferiti su conti esteri. Il contratto tra Arkenu e la NOC, secondo il rapporto, non sarebbe conforme alla normativa libica: tasse non pagate, termini contrattuali disattesi.
Il controllo sulla NOC e la struttura decisionale ombra
Il rapporto dedica ampio spazio all’infiltrazione sistematica della National Oil Corporation. Gruppi armati riconducibili a Saddam Haftar e a Ibrahim Dbeibah – consigliere per la sicurezza nazionale e nipote del premier di Tripoli Abdul Hamid Dbeibah – avrebbero sviluppato nel tempo una capacità crescente di condizionarne le scelte a ogni livello decisionale.
La struttura parallela
Al-Abbar, in particolare, avrebbe costruito una struttura parallela all’interno dell’ente. Sfruttando il legame con Saddam Haftar, avrebbe esercitato pressioni interne e orientato i flussi finanziari.
Il bilancio della NOC sarebbe stato usato come copertura per incanalare risorse verso reti legate a gruppi armati, compromettendone l’indipendenza gestionale.
L’ex governatore della BCL
Il rapporto cita anche Farhat Bengdara, ex governatore della Banca centrale libica. Sarebbe accusato di aver facilitato il trasferimento di 300 milioni di dollari nel 2019 a sostegno dell’offensiva di Haftar su Tripoli. Avrebbe poi indirizzato contratti petroliferi verso entità legate sia agli Haftar sia agli ambienti vicini a Dbeibah, esercitando pressioni sulle sussidiarie della Noc per aprire conti nella sua banca privata.
Il contrabbando di carburante e le reti portuali
Dalla bozza sembra emergere un sistema organizzato di contrabbando di carburante lungo i porti della Libia orientale. Il porto di Bengasi è identificato come punto di partenza principale.
Infrastrutture dedicate al traffico illecito sono state costruite anche a Ras Lanuf, mentre Tobruk emerge come hub strategico per le esportazioni illegali.
A coordinare questo sistema, secondo la bozza, sarebbe una rete criminale guidata da Moein Sharif Al-Deen, che gestirebbe l’intera filiera del contrabbando, garantendo al tempo stesso la copertura legale alle operazioni.
Le violazioni dell’embargo sulle armi
Il rapporto segnala anche una serie di violazioni dell’embargo internazionale. Tra i casi citati figura l’Italia, accusata di un presunto addestramento militare fornito a cadetti di Tripoli nel dicembre 2024, potenzialmente in contrasto con le risoluzioni ONU. Analoghe violazioni sono attribuite a Bielorussia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.
Sul fronte regionale, la milizia Subul al-Salam – affiliata alle forze di Khalifa Haftar – avrebbe facilitato forniture di armi alle Forze di supporto rapido sudanesi, inserendo la Libia orientale in una rete di traffici che attraversa i confini saheliani.
Le proteste di Zawiyya
Le anticipazioni della bozza hanno avuto conseguenze immediate. Il 13 marzo 2026, centinaia di persone sono scese in piazza a Zawiyya contro quella che i manifestanti hanno definito la gestione corrotta della ricchezza pubblica.
Nel mirino figuravano Saddam Haftar, il premier Abdul Hamid Dbeibah, il consigliere Ibrahim Dbeibah e il ministro Walid al-Lafi. I manifestanti hanno chiesto indagini e azioni giudiziarie, esprimendo in particolare il rifiuto del coinvolgimento di Arkenu nel settore petrolifero nazionale.
Collaborazioni, non contrapposizioni
La bozza del rapporto sembra restituire l’immagine di un paese in cui le risorse energetiche sono diventate terreno di competizione tra reti parallele.
Non uno scontro tra due blocchi contrapposti, est contro ovest. Piuttosto un sistema di interessi incrociati in cui attori di entrambi gli schieramenti collaborano, si sovrappongono e si contendono il controllo delle leve economiche del paese.