Tajani in Libia per l'affare MSC e l'addestramento anti migranti
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Roma scommette ancora su Tripoli
Libia: Tajani a Misurata per l’affare MSC e l’addestramento anti-migranti
Il ministro degli Esteri presente alla firma dell'accordo strategico sul terminal portuale da 2,7 miliardi di dollari e per rafforzare la cooperazione contro i migranti. Roma consolida il doppio binario economico-militare, ma il premier Dbeibah - sostenuto dall'Italia - è sempre più fragile: manifestazioni, intervento al cuore e scontri tra milizie minano la sua tenuta
23 Gennaio 2026
Articolo di Redazione
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(Credit: Gazzetta diplomatica)

È passato un po’ in sordina sui grandi media italiani il viaggio del ministro degli esteri Antonio Tajani a Misurata, il 18 gennaio.

Eppure quel viaggio ha svelato due notizie: l’Italia è pronta ad addestrare la polizia libica per contrastare l’immigrazione clandestina con altre forme di cooperazione militare. E che gli affari con Tripoli si gonfiano sempre di più. La vera ragione della visita del vicepremier a Misurata è stata sostenere uno dei più grandi investimenti infrastrutturali nel paese, che vede protagonista l’italiana MSC.

Durante l’incontro con il primo ministro del Governo di unità nazionale libico (GUN) Abdulhamid Dbeibah, Tajani ha partecipato alla cerimonia di firma di una partnership strategica da 2,7 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’ampliamento del terminal portuale della Zona Franca di Misurata.

Al progetto partecipano oltre all’MSC della famiglia Aponte (la più grande compagnia di navigazione al mondo), il fondo qatariota Maha Capital Partners e l’operatore portuale svizzero Terminal Investment Limited.

Un’operazione da 4 milioni di container

Il progetto prevede di quadruplicare la capacità del terminal esistente, portando la movimentazione fino a 4 milioni di container all’anno. Le ricadute economiche stimate dai diretti interessati sarebbero di 500 milioni di dollari di entrate operative annue e la creazione di 8.400 posti di lavoro diretti, che diventerebbero 60mila considerando l’indotto logistico.

L’Italia consolida il suo ruolo di partner economico strategico della Libia, con un interscambio che nel 2024 ha toccato i 9,5 miliardi di euro, trainato da un export italiano cresciuto del 36%.

La copertura migratoria

Sul fronte migratorio, Tajani ha sottolineato la disponibilità italiana ad addestrare la polizia libica. I numeri giustificherebbero formalmente la preoccupazione: nel 2025 sono arrivati dalla Libia 58.408 migranti, con un aumento del 38% rispetto ai 42.279 del 2024. Questa cifra rappresenta l’88% del totale degli arrivi via mare in Italia. Tajani ha collegato l’impegno con il conflitto in Sudan e alla situazione nell’Africa subsahariana. «La stabilità politica è indispensabile per il lavoro delle aziende», ha aggiunto, tracciando un nesso esplicito tra sicurezza e investimenti.

Già altre le missioni italiane in Libia

Ma la disponibilità di addestrare la polizia libica è solo l’ennesimo messaggio diplomatico italiano che conferma l’attenzione al tema. Perché sono già diversi i programmi italiani di sostegno alle forze di polizia libica. Tra queste spicca la missione MIASIT (Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia), attiva dal 2018, con personale italiano a Tripoli e Misurata impegnato in formazione militare e supporto tecnico alle istituzioni libiche.

Nel 2025 sono stati 233 i militari autorizzati con 10 mezzi terrestri e un costo di poco meno di 23 milioni di euro.

Parallelamente, la Marina militare e la Guardia Costiera italiana hanno condotto corsi specifici di Search and Rescue e coordinamento operativo. Queste attività hanno suscitato polemiche in Italia legate alla fornitura di motovedette e attrezzature tecnologiche alle autorità libiche, strumenti nati dal contestatissimo memorandum Minniti del 2017, recentemente confermato, e accusato da più parti di aver contribuito al respingimento e al trattenimento di migranti in condizioni critiche.

Misurata, cuore politico e militare della Libia occidentale

La scelta di Misurata non è casuale. La città, situata a circa 200 chilometri a est di Tripoli, non è solo il cuore economico della Libia, ma rappresenta soprattutto un centro di potere strategico nella complessa geografia politica del paese.

Misurata è la città natale di Dbeibah, il premier del GUN che l’Italia sostiene. Ma è anche un importante centro militare: le milizie di Misurata hanno un ruolo determinante nella gestione della sicurezza dell’area occidentale della Libia e rappresentano una delle principali forze armate fedeli al governo di Tripoli.

Investire 2,7 miliardi di dollari nel porto di Misurata significa, dunque, sostenere non solo un progetto economico, ma anche rafforzare il peso politico e militare di Dbeibah e della sua città nella partita per il controllo della Libia.

Dbeibah in posizione fragile tra proteste e intervento chirurgico

Eppure, il premier si trova in una posizione sempre più precaria. Mentre subisce un intervento chirurgico al cuore a Misurata, le proteste contro il suo governo hanno rivelato la fragilità del suo consenso. A complicare ulteriormente il quadro, si registrano scontri tra milizie pro-Dbeibah, segnale della crescente instabilità anche tra le forze che dovrebbero sostenerlo.

Dal 6 gennaio sono stati lanciati appelli per un movimento popolare con manifestazioni a Tripoli, Misurata, Zawiyya, Sabratha, Zuwara, Zintan e altre città occidentali per rifiutare l’attuale ordine politico. Gli organizzatori affermano che il governo di Dbeibah dovrebbe essere ritenuto responsabile di ostacolare le soluzioni politiche e dovrebbe dimettersi.

Minacce anche all’Italia

Sono state minacciate misure drastiche, tra cui l’interruzione dei flussi di petrolio e gas verso l’Europa, in risposta al sostegno politico dell’Italia e dell’UE al GNU.

Il 20 gennaio sono emerse nuove richieste per una manifestazione pacifica e unitaria nella Libia occidentale. Attivisti e movimenti di base hanno esortato i cittadini a scendere in piazza per protestare contro le politiche perseguite dal governo Dbeibah.

Secondo gli organizzatori, le marce riflettono la crescente rabbia pubblica per il deterioramento delle condizioni di vita, l’aumento dei prezzi, il calo dei servizi e la persistente insicurezza. Gli attivisti accusano il governo di sperperare fondi pubblici e di stipulare accordi esterni controversi, tra cui accordi relativi alla tecnologia militare, in un momento in cui i cittadini si trovano ad affrontare una forte pressione economica.

Gli organizzatori hanno avvertito che il continuo disprezzo per le richieste pubbliche potrebbe portare a forme più forti di pressione popolare, tra cui richieste di interrompere la produzione di petrolio e gas finché non si raggiungerà un cambiamento politico significativo.

Nel mirino la NATO per l’intervento del 2011

Oltre alle rivendicazioni interne, il movimento di protesta ha assunto posizioni su questioni internazionali. I partecipanti chiedono alla comunità internazionale, in particolare ai paesi della NATO, di assumersi la responsabilità delle conseguenze dell’intervento del 2011 in Libia e di affrontare i danni a lungo termine che ne sono derivati.

Il movimento respinge inoltre qualsiasi coinvolgimento della Corte penale internazionale negli affari libici, insistendo sul fatto che la responsabilità legale dei cittadini libici deve rimanere esclusiva competenza dei tribunali nazionali.

Paradossalmente, gli appelli alla protesta hanno acquisito ulteriore slancio proprio grazie alle dichiarazioni di sostegno dei leader dei gruppi armati e delle brigate rivoluzionarie di Misurata.

Nella loro dichiarazione si chiedeva la rimozione dell’attuale governo, si respingeva l’ingerenza straniera, si opponevano ai piani di reinsediamento dei migranti irregolari in Libia e si metteva in guardia contro le pressioni esterne sul processo di unificazione dell’istituzione militare.

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