Via alle sanzioni sugli assets
Le forze ribelli hanno lanciato un ultimatum al colonnello Gheddafi, concedendogli 72 ore di tempo per lasciare il potere. Prosegue la controffensiva delle forze fedeli al rais, mentre la comunità internazionale valuta l’istituzione di una no-fly-zone. Da Bruxelles parte oggi il congelamento dei fondi sovrani.

“Se – Gheddafi – lascerà la Libia entro le prossime 72 ore e fermerà i bombardamenti, noi non lo perseguiremo per i suoi crimini”. A dichiararlo è stato Abdel Jalil Mustapha, capo del Consiglio Nazionale istituito a Benghazi, nell’est del paese, dalle forze ribelli che si oppongono al colonnello Muammar Gheddafi. Secondo quanto riportato dalla televisione panaraba Al Jazeera, il leader libico avrebbe inviato un rappresentante in Cirenaica, domenica, per trattare la propria uscita di scena condizionata. L’offerta, immediatamente rifiutata dai ribelli, prevedeva l’immunità per Gheddafi e la sua famiglia e il mantenimento dei beni personali. La televisione di stato libica ha negato ogni trattativa in corso.

Mentre Francia e Gran Bretagna depositano una risoluzione in Consiglio di sicurezza dell’Onu per l’istituzione di una no-fly-zone, le forze fedeli a Gheddafi hanno messo a segno, oggi, quattro bombardamenti su postazioni ribelli, nell’area del terminal di Ras Lanuf. Sul fronte occidentale colpi di artiglieria hanno, invece, raggiunto Zawiyah, 50 km ad ovest di Tripoli, mentre i carri armati hanno circondato la città.

Cresce, intanto, la pressione politica sul presidente statunitense Barack Obama perché intervenga militarmente nel paese. Agli esponenti repubblicani si sono aggiunti alcuni membri dello stesso partito democratico, come il senatore John Kerry. La Casa Bianca rimane tuttavia scettica sulla possibilità di attuare un piano per la no-fly-zone, in un territorio, quello libico, grande più di quattro volte l’Iraq. I ministri della difesa della Nato si riuniranno giovedì per decidere una strategia da attuare in Libia. Appare più realistica, secondo le stesse autorità americane, la possibilità di inviare forniture militari agli insorti, anche se risulta ancora difficile individuare gli interlocutori.

Grazie alle aperture riguardo ad un aumento della produzione di greggio da parte del Kuwait, il petrolio si riassesta su un valore al di sotto dei 115 dollari al barile (brent). Con la guerra civile libica, infatti, il mercato dell’energia ha dovuto fare a meno di circa un milione di barili di greggio al giorno.
Oggi, a Bruxelles, si è deciso, invece, sul congelamento degli assets libici all’interno delle grandi società europee, tra questi sono inclusi gran parte degli investimenti della Banca Centrale di Tripoli e di altri fondi sovrani come la Libyan Investment Authority (Lia).

La piena disponibilità dei fondi nelle mani di Gheddafi ha spinto i 27 paesi dell’Ue a considerare anche questi all’interno del pacchetto di sanzioni imposte al rais. Investimenti, che si aggirano tra i 30 ed i 40 miliardi di euro saranno bloccati in almeno cinque paesi Ue, tra cui, in prima linea, l’Italia. Con il 7,5% di quote azionarie, Lia e Central Bank of Libya sarebbero, insieme, il primo azionista di Unicredit, una delle più importanti banche d’Europa: da oggi non potranno più esprimere dirigenti all’interno degli organi societari, né alcun voto in assemblea. Bloccati anche gli assets della Lia in Finmeccanica (2,01%), Eni (1%), il gruppo tessile Olcese (31%), Retelit e le squadre di calcio Juventus (7,5%) e Triestina (33%). Rimane fuori dalle sanzioni, per quello che riguarda l’Italia, la Banca Ubae, detenuta con una maggioranza del 68% dalla Libyan Foreign Bank, controllata della Banca Centrale Libica.

Gli interessi dei fondi sovrani libici sono stati congelati anche in altre importanti società e banche europee, come le multinazionali del petrolio Bp, Royal Dutch Shell o Repsol; banche come la francese Bnp Paribas e importanti colossi delle telecomunicazioni come Vodafone e Alcatel.