Ebola / Parla il sopravvissuto
Mentre il virus ebola, che ha causato più di 11.300 vittime, è uscito dai radar dei media, Sierra Leone, Guinea e Liberia sono state dichiarate nuovamente “Ebola free”. L'epidemia ha messo in ginocchio i tre paesi dove adesso sorgono problemi economici e sociali. Nigrizia fa il bilancio della calamità assieme al medico di Emergency, Fabrizio Pulvirenti, il primo italiano ad aver contratto il virus.

Il mondo sembra essersene dimenticato. I riflettori dei media hanno rivolto la loro attenzione su altre tematiche che destano più allarme nell’opinione pubblica, come la crisi migratoria o la lotta al terrorismo. Tre paesi dell’Africa occidentale continuano però la loro guerra contro la più grave epidemia di ebola che sia mai stata registrata da quando questo virus è stato scoperto nel 1976 in R.D.Congo (l’allora Zaire). Guinea, Sierra Leone e Liberia, tre nazioni poverissime che dalla fine del 2013 sono sprofondate nel caos quando in Guinea si registrarono i primi casi e le prime vittime. Il virus ebola, che negli umani si manifesta con una febbre emorragica, ha un tasso di mortalità dal 50 al 70% e ha provocato 28.616 casi di contagio e 11.310 vittime – secondo l’ultimo report dell’OMS del 10 giugno scorso – il 99% dei quali in Africa occidentale. Sono numeri enormi, causati in parte dalle gravi carenze dei sistemi sanitari pubblici dei paesi colpiti e dalle loro deboli economie, ma soprattutto dal tardivo intervento delle istituzioni internazionali e in particolare dell’Oms.

Ancora “free”
Alla crisi sanitaria si è aggiunta una grave crisi socio-economica che ha messo in ginocchio le tre nazioni. La dura lotta contro questa calamità pur procedendo a piccoli passi ha dato dei risultati nell’indifferenza del mondo e forse oggi si intravede la fine del tunnel. Infatti, una settimana fa, il 9 giugno, la Liberia è stata dichiarata “Ebola free” dall’Oms essendo trascorsi 42 giorni dalla guarigione dell’ultimo caso registrato (equivalgono a due cicli d’incubazione del virus). Stessa cosa è avvenuta una settimana prima in Guinea, mentre la Sierra Leone è “Ebola free” dal 17 marzo. Grandi festeggiamenti dunque, ma la storia recente insegna che non bisogna illudersi. Infatti, questa è la quarta volta che la Liberia è dichiarata libera dal virus (la prima volta il 9 maggio 2015) e anche in Guinea c’erano già stati grandi festeggiamenti lo scorso gennaio, ma tra marzo e aprile sono scoppiati nuovi focolai d’infezione.

Nigrizia si è avvalsa della testimonianza e dell’opinione di chi questo dramma non lo ha solo visto con i propri occhi, ma lo ha anche vissuto sulla propria pelle nel vero senso del termine. L’unico italiano ad avere contratto il virus ebola. Il medico volontario di Emergency, Fabrizio Pulvirenti, che contrasse la malattia nel novembre del 2014 in Sierra Leone e, dopo il ricovero all’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma, è riuscito a guarire il 2 gennaio 2015.

Il medico volontario di Emergency, Fabrizio Pulvirenti

Previsioni impossibili
La prima cosa che va sottolineata è che Ebola è un virus «proprio dell’Africa» e dunque i focolai possono scoppiare periodicamente a distanza di qualche mese o di qualche anno. «Ho analizzato la cosa e posso dire che da parte dell’uomo c’è una grande responsabilità nel riproporsi di questi focolai. Ebola è un virus silvestre proprio dei pipistrelli della frutta e uno dei fattori che favorisce il contatto di questi animali con l’uomo è il disboscamento. La fauna selvatica vede ridotto il suo habitat ed entra a contatto con i centri abitati…. Il contagio periodico diviene cosi inevitabile. L’uomo ha una grossa repsonsabilità in tutto ciò», sostiene il dottor Pulvirenti che aggiunge «Non si può pronunciare la parola “fine” dell’epidemia, perché magari si è concluso il contagio interumano al momento, ma un domani ci potrebbe essere tra uomo e animale. Non si può prevenire né prevedere». Difatti la fauna è un fattore da tenere in considerazione, visto che secondo la rivista scientifica Mammal ci sarebbero oltre sessanta specie di animali segnalati come potenziali vettori secondari della malattia.
Quello su cui puntare, come sottolineato anche dall’Oms e dall’Onu, è la preparazione sanitaria e la prevenzione in vista di nuovi possibili casi. «Un conto è riconoscere, isolare e curare il primo caso di contagio, un altro è arrivare a giochi fatti quando l’epidemia si è già diffusa…com’è avvenuto nel 2014…» afferma sempre Pulvirenti.

Sanità precaria
Quando il virus ha colpito, ha trovato campo libero perché mezzi, personale e organizzazione dei sistemi sanitari erano già precari. Tutto è collassato in poco tempo, e così si è interrotta anche la cura di altre malattie endemiche come la malaria. «Si tratta di sistemi fragili che funzionano per lo più attraverso il privato. Ma il privato non può affrontare malattie complesse e dispendiose come l’ebola…. Perché per quelle non ci sono guadagni. Per curarle si va in perdita. Ci vuole una sanità pubblica solida per affrontarlo», sottolinea il dottore di Emergency. Solo l’intervento dell’Onu e delle Ong internazionali ha potuto salvare la situazione malgrado le critiche rivolte al sistema degli aiuti internazionali, accusato di essere intervenuto troppo tardi nel 2014. A questo proposito il 21 maggio scorso, al Summit umanitario mondiale di Istanbul, l’Oms e la Banca mondiale hanno deciso di creare un fondo di emergenza di 500 milioni di USD per i Paesi più poveri, da mobilitare in tempi rapidi in caso di epidemie di ebola o sars.

Fosse per le vittime del virus in Sierra Leone (Reuters)

Economie in ginocchio
Ma l’epidemia che ha colpito l’Africa occidentale ha anche provocato un disastro economico che avrà lunghi strascichi. Secondo le stime della Banca mondiale l’ammontare delle perdite in termini di Pil per i tre paesi colpiti è pari a 2,2 miliardi di dollari. Settori strategici come l’agricoltura e il minerario sono stati messi a dura prova. Export e import sono stati bloccati per paura del contagio. I trasporti, le attività produttive e il commercio si sono fermati a causa della quarantena imposta dalle autorità, causando l’aumento della disoccupazione. L’epidemia, poi, ha colpito proprio mentre la Cina ha rallentato la sua economia con una contrazione delle esportazioni di materie prime come ferro, oro, diamanti e alluminio. Nonostante ciò oggi si guarda avanti e si conta su una ripresa. L’Africa occidentale dovrebbe crescere del 7% nel 2016 secondo le ultime previsioni regionali, quindi i paesi vicini potrebbero fare da traino anche per queste acciaccate economie che rappresentano solo il 3% del Pil regionale. «Si tratta di paesi ricchissimi abitati da gente poverissima – dice Pulvirenti – resi tali dal sistema economico mondiale che li sfrutta…non sarà comunque facile risalire».

Effetti a lungo termine
A livello sociale la calamità ha generato voragini che ora sembra difficile colmare, che solo il tempo, molto tempo, potrà rimarginare.  Prima di tutto il dramma dei sopravvissuti, circa 17.322 secondo l’Oms, che dopo aver vinto miracolosamente la malattia, ora si trovano a lottare contro lo stigma, la perdita di beni e l’emarginazione sociale. La paura dettata dall’ignoranza è la causa principale di questo fenomeno, ma Pulvirenti indica anche un altro fattore contro il quale si è dovuto fare i conti durante l’epidemia: la cultura animista, «ovunque in Africa si seguono credenze e pratiche delle religioni animiste. Chiaro che il sopravvissuto ebola venga visto conseguentemente come qualcuno “colpito dal male” e divenga difficile reintegrarlo nel gruppo sociale, nella famiglia, o anche semplicemente trovargli un impiego», spiega il medico italiano, che aggiunge: «Si pensi ai tanti bambini sopravvissuti che non vengono riaccettati nei loro villaggi o quartieri d’origine e ora devono affrontare la vita da soli…». Secondo l’Unicef sarebbero 22 mila i bambini abbandonati a causa del virus nei tre paesi colpiti. «Sono tanti…non sono solo i sopravvissuti alla malattia, ma anche quelli che hanno perso entrambi i genitori e che nessuno vuole. O per via delle credenze culturali prima citate o per le spese troppo onerose del loro mantenimento…» dichiara a malincuore Pulvirenti.


Salute compromessa per sempre
A tutto questo va aggiunto che la malattia di per sé provoca in molti casi problemi di salute a lungo termine. Uno studio pubblicato lo scorso febbraio dallo US National Institutes of Health ha messo in luce come una larga parte dei soggetti esaminati abbia sviluppato debolezza, perdita di memoria e sintomi della depressione nei 6 mesi successivi alla guarigione. Altri pazienti hanno tentato il suicidio o sperimentato forti allucinazioni. Ciò farebbe pensare a danni neurologici. Inoltre secondo la rivista medica The Lancet nel 60% dei casi sono stati riscontrati gravi problemi alla vista che spesso hanno portato alla cecità. «In realtà quello che fa ebola è noto solo in parte –afferma in proposito il dottore italiano -. Io sono stato fortunato e non ho avuto nessun sintomo grave dopo la guarigione. Penso che ciò dipenda da tante variabili di cui non siamo a conoscenza. Siamo consapevoli che il virus può restare in vita nell’occhio e dare problemi, ma quali esattamente? Non sappiamo nemmeno per quanto tempo l’agente patogeno rimane nel sistema nervoso centrale. E perché sopravvive solo in determinati fluidi corporei e non in altri? Sono tutte domande a cui si deve ancora trovare risposta concreta». Deve destare molta preoccupazione, invece, anche secondo Pulvirenti, la possibilità che il virus possa essere trasmesso da ex-pazienti attraverso rapporti sessuali. Evidenze mostrano che il 38% degli uomini sia risultato positivo almeno una volta al test sul proprio sperma entro un anno dalla guarigione. «Capite che in paesi dove l’uso dei contraccettivi è bassissimo, la situazione debba essere attentamente monitorata» conclude.

Tanti sono accorsi a dare una mano durante la crisi. Oggi si pensa che tutto sia finito, si voltano le spalle guardando altrove, si va via e ci si dimentica, ma è questo ciò che resta dopo ebola ed è chiaro che guarire dal virus non basta. Giusto festeggiare per i progressi ottenuti, ma c’è ancora tanto da fare.

Nella foto in alto un giovane festeggia durante la Celebrazione ufficiale organizzata in Liberia dopo che il pese è stato dichiarato Ebola free nel maggio del 2015-

Sopra un video esplicativo su come si sviluppa la malattia del virus ebola. Prodotto dal Corriere della Sera nel 2014. 

 

Chi è Fabrizio Pulvirenti?

Il dottor Pulvirenti è il primo italiano ad avere contratto il virus ebola mentre prestava servizio medico volontario in un Centro medico gestito dall’organizzazione non governativa Emergency in Sierra Leone nel 2014 (Nel 2015, anche un infermiere italiano di Emergency, Stefano Marongiu, ha contratto la malattia ed è riuscito a superarla).
È nato a Catania nel 1964, ha conseguito una laurea in medicina e successivamente si è specializzato in malattie infettive e in gastroenterologia. Lavora presso l’ospedale Umberto I di Enna, in Sicilia. All’ attività professionale quotidiana ha affiancato quella da volontario, collaborando soprattutto con Emergency. Per l’organizzazione non governativa ha lavorato in Kurdistan, poi nell’ottobre del 2014 è partito per la Sierra Leone, uno dei paesi più interessati dalla recente epidemia di ebola, dove è stato contagiato.

In risposta a domande più personali sulla malattia rivoltegli da Nigrizia, Pulvirenti, ha spiegato: «dopo i primi giorni durante i quali cercavo di analizzare ogni sintomo in modo sistematico e scientifico c’è stato il momento in cui la luce della coscienza si è spenta, poi un buco di due settimane di cui non ricordo praticamente nulla». Il medico ha poi aggiunto che gli risulta «impossibile ricostruire il momento del contagio, perché anche se si seguono le procedure può avvenire in qualsiasi momento alla minima distrazione».