Potrebbe sembrare una sorta di omaggio alla prima donna afroamericana che vinse, nel 1993, il Nobel per la letteratura, questo libro edito postumo, che mette insieme una serie di scritti di Toni Morrison. Pubblicati da fine degli anni Ottanta ai giorni nostri. In realtà è un occhiale attraverso cui si può leggere l’oggi.

Le quasi 400 pagine sono tenute insieme da un sottile filo rosso che tutte le attraversa e che ha attraversato la vita della scrittrice, diventando il suo credo: la verità della parola, se si è in grado di rivendicarne la proprietà e il corretto utilizzo, libera. Se non si teme la potenza che riveste nel momento in cui smantella le apparenze, gli usi violenti e strumentali che spesso se ne fa, la parola restituisce libertà e diventa generatrice di altri contesti. Perché le parole costruiscono.

Il linguaggio è la misura delle nostre vite, secondo Morrison. Proprio per questo non è un atto neutro, è un atto portatore di conseguenze di cui spesso dimentichiamo il potere. È di certo il primo strumento di democrazia, ma è innanzitutto ciò che contraddistingue il nostro essere umani da tutte le altre forme di vita.

Non a caso le parole ci sopravvivono, ci rappresentano, diventano misura del tempo che stiamo vivendo. E quale tempo, più di quello odierno, ha necessità di ridare valore alle parole? Di cambiare quelle del potere che opprime gli immigrati, i neri, le donne, gli ultimi, i diversi, i contestatori? Di trovare la memoria e l’eredità di quelle capaci di restituire libertà?