Sud Sudan / Si complica la situazione nel paese
L’ex generale fedelissimo di Salva Kiir, rifugiatosi in Kenya, avrebbe ancora un forte seguito nell’esercito. Si teme che possa usare le sue milizie in un nuovo scontro armato nel paese.

A più di quattro anni dallo scoppio della guerra civile, il 15 dicembre del 2013, non si vede ancora una possibile soluzione alla crisi devastante in cui il Sud Sudan è precipitato. Qualche speranza era stata suscitata dall’accordo per la cessazione delle ostilità, firmato ad Addis Abeba poco prima dello scorso Natale da tutte, o quasi, le più importanti parti coinvolte nel conflitto, sia i movimenti armati che quelli politici. Ma la tregua non è di fatto neppure entrata in vigore, come le innumerevoli altre concordate durante i lunghi anni della guerra civile. Scontri, anche molto gravi, si sono avuti nelle ultime settimane un po’ in tutto il paese, seguiti da accuse reciproche di essere stati i primi a violare il cessate il fuoco. Nulla di nuovo, purtroppo: è lo scenario cui la crisi sudsudanese ci ha ormai, drammaticamente, abituato.

Ma intanto la situazione si sta ulteriormente complicando. Le ultime analisi non vertono più sulle possibili vie di uscita, ma su nuovi problemi che starebbero maturando nel paese. Si sta preparando una nuova ribellione in Sud Sudan?”, titola in prima pagina The East African (n. 1211, del 13 – 19 gennaio 2018). Sotto osservazione l’ex capo di stato maggiore dell’esercito, Paul Malong Awan, esiliato in Kenya lo scorso novembre (ufficialmente per questioni di salute) dopo essere stato rimosso in maggio perché sospettato di preparare un colpo di stato militare, e aver passato i mesi successivi agli arresti domiciliari a Juba.

Al generale Malong è stato riservato, nei fatti, un trattamento di favore non solo per il fortissimo sodalizio passato con il presidente Salva Kiir. I due, entrambi di etnia denka, provengono dalla stessa zona del Bahar el Gazal. Le loro vite private, i loro affari e le loro carriere sono stati sempre strettamente connessi, ma soprattutto dopo l’indipendenza del paese e in particolare dopo lo scoppio della guerra civile. Malong ha anche avuto un ruolo rilevante nel Jieng Council of Elders, il consiglio degli anziani denka che ha funzionato quasi da governo ombra durante tutte le fasi più calde del conflitto, sostenendo generalmente posizioni radicali. Infine il generale ha ancora un forte seguito nell’esercito, basato sulla milizia conosciuta come mathiang anyoor, da lui reclutata tra i giovani denka del Bahar el Gazal. Dopo essere intervenuti a Juba a sostegno del presidente Kiir nel primo periodo del conflitto, i miliziani sono stati dislocati presso le diverse unità dell’esercito, garantendo così al loro leader, allora capo di stato maggiore, una rete di sostegno diffusa in tutto il paese.

Durante il periodo trascorso agli arresti domiciliari, Malong avrebbe avuto ancora molti contatti con diversi dei suoi più fedeli sostenitori tra gli alti gradi dell’esercito che, dalla fine di ottobre, hanno cominciato a disertare portandosi al seguito molte centinaia di uomini. Uno di loro, il colonnello Chan Garang Lual, all’inizio di gennaio ha attaccato alcuni quartieri periferici di Juba, la capitale del paese, in un’azione poco più che dimostrativa che ha però gettato nel panico una parte della popolazione della città. Negli stessi giorni il presidente Kiir ha diffuso delle registrazioni in cui il generale Malong discute di un possibile attacco alle città di Aweil e di Wau con altri suoi alleati, recentemente ammutinatisi nel Bahar el Gazal.

Malong nega recisamente dichiarando che i nastri sono falsi e che non ha nessuna intenzione di capeggiare un’altra ribellione nel paese. Ma non si è lasciato scappare l’occasione per lanciare minacce esplicite e chiedere velate contropartite. Ora le autorità sudsudanesi chiedono che ritorni nel paese, come dimostrazione della sua buona fede. Non ci sono segnali che Malong abbia intenzione di farlo. Certo non potrà rimanere a lungo con le mani in mano. I mathiang anyoor, di cui è il capo riconosciuto, sono stati accusati da rapporti dell’Unione africana e dell’Onu di essere i maggiori colpevoli del massacro dei nuer a Juba, nei primi giorni del conflitto. Una parte rilevante dei suoi beni è congelata nelle banche americane, per le sanzioni cui è stato sottoposto, insieme ad altri, da Washington. Dovrà perciò darsi da fare per evitare una possibile inchiesta della Corte penale internazionale e di tenere il controllo almeno dei beni rimasti nel paese. L’unico modo è quello di tornare ad essere un attore centrale nell’evoluzione della situazione politica e militare del paese. I modi per raggiungere lo scopo sono diversi. Vedremo se l’ancora potente generale sceglierà quello della trattativa con il suo ex sodale Kiir o quella della rivolta armata, come molti nella regione temono.

Nella foto, il presidente Sala Kiir (a sinistra) e il generale Paul Malong Awan