La storia non fa sconti

In Kenya, gran parte dei propositi dell’indipendenza sono rimasti sulla carta. Democrazia e sviluppo sono ancora cantieri aperti.

È stato soprannominato il giubileo d’oro. Per celebrare i 50 anni dell’indipendenza dal colonialismo britannico: 1963-2013. Lo scorso dicembre ci sono state manifestazioni in tutte le quarantasette contee del Kenya. E il culmine di questi eventi si è avuto il 12 dicembre a Uhuru Gardens a Nairobi.

Il presidente, Uhuru Kenyatta, eletto nel marzo 2013, ha assistito – presenti 19 capi di stato africani e ospiti da tutto il mondo – a un simbolico ammainarsi della bandiera dell’Union Jack inglese e all’innalzarsi di quella kenyana: una replica di ciò che suo padre, Jomo Kenyatta, primo presidente del Kenya, fece nel 1963, stesso giorno e stesso luogo.

La festa dell’indipendenza ha unito il paese, come avvenne nel 2010 in occasione della promulgazione della nuova Costituzione all’Uhuru Park. Ciò non toglie che ci siano valutazioni piuttosto diverse e sulle modalità dell’indipendenza e sulla qualità di questi 50 anni.

Coloro che hanno fondato la nazione Kenya hanno dato la loro vita affinché le generazioni future potessero vivere in un paese libero. Il presidente Jomo Kenyatta era un forte sostenitore del fatto che la liberazione del paese fosse avvenuta attraverso la lotta contro il colonialismo, tanto che era solito contrapporsi a chi sosteneva che era stata la Gran Bretagna a concedere l’indipendenza. Nel suo libro, Facing Mount Kenya, Kenyatta afferma che la nazione ha combattuto per la libertà dal giogo del colonialismo e che il sangue africano ha innaffiato l’albero della liberazione.

Una volta al potere, Jomo Kenyatta dichiarò che il governo avrebbe liberato i kenyani da tre mali: ujinga (analfabetismo), ugonjwa (malattia) e umaskini (povertà). Egli pensava che queste tre calamità rappresentassero la più grande minaccia per il godimento di una vera indipendenza. E il kiswahili, la lingua nazionale parlata dalla maggioranza della popolazione, è stata utilizzata come strumento di mobilitazione per incentivare un’azione comune.

Ma il sogno del primo presidente non si è avverato. Se infatti oggi guardiamo allo stato della nazione, dobbiamo ammettere che non solo abbiamo miseramente fallito nel debellare le tre calamità ma, in aggiunta, soffriamo cronicamente di ufisadi (corruzione), ubaguzi (discriminazione), ukabila (divisioni etniche), uhalifu (criminalità), usalama ( insicurezza) e ugaidi (terrorismo). Il divario crescente tra ricchi e poveri è il risultato di questi problemi diventati endemici.

Cinquant’anni di storia del Kenya sono una litania di problemi e delusioni. Disuguaglianze, disprezzo del parere della maggioranza nei processi decisionali, l’impunità, il malgoverno, l’egoismo politico sostenuto da un parlamento tutt’altro che onesto, un esecutivo poco trasparente, una magistratura che deve ancora lottare per essere indipendente, una politica estera poco chiara, una cattiva gestione della migrazione rurale-urbana, un confuso rapporto stato-Chiesa. Queste sono alcune delle sfide che hanno tormentato il percorso del paese verso una democrazia compiuta e uno sviluppo sostenibile.