Il paese ancora non si trova

Cinque anni fa, il referendum ha stabilito la nascita del nuovo stato. Parto prematuro? Di certo sono stati anni di contrasti e di chiusure. Manca una leadership capace di creare coesione, stabilità e in grado di gestire l’inevitabile confronto politico e petrolifero con il Sudan.

Il 9 luglio 2011 è stato per i sudsudanesi un giorno memorabile. Era finalmente diventato realtà il sogno dell’indipendenza, coltivato durante i lunghissimi anni delle due guerre civili (1956-1972; 1983-2005) che li avevano impegnati contro il governo centrale di Khartoum. Su Juba, la capitale del nuovo paese, erano puntati gli occhi del mondo. A Juba, passata in pochi anni da villaggio a città in forte espansione, quel giorno arrivarono molti leader mondiali.

Sulle tribune erette davanti al mausoleo di John Garang, il leader carismatico che aveva guidato la guerra di liberazione, insieme a Salva Kiir che giurava come primo presidente del Sud Sudan, sedevano Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, tutti i presidenti o primi ministri dei paesi della regione, oltre ai rappresentanti degli Stati Uniti, dell’Unione europea e molti altri ancora. Ma soprattutto, in primo piano, proprio di fianco a Kiir, c’era il presidente sudanese, Omar El-Bashir, il nemico di sempre, che aveva rispettato, contro molte previsioni, la scelta della secessione.

Parecchi analisti politici avevano seri dubbi che il nuovo paese potesse trovare rapidamente una propria strada, soprattutto guardando alla leadership ancora troppo legata all’esperienza militare, per di più proveniente da un movimento di liberazione che non si era propriamente distinto per coesione, e valutando una nazione in cui le linee claniche e tribali hanno ancora un’enorme importanza.

Ma quel giorno il presidente Kiir, il vicepresidente Riek Machar e l’allora presidente del parlamento, James Wani Igga, rappresentanti dei tre gruppi etnici maggioritari e di tre regioni – i denka del Bahr al-Ghazal, i nuer del Nilo Superiore e i bari dell’Equatoria – si fecero fotografare sorridenti, con le mani destre unite in una stretta davvero simbolica.

Solo due anni e mezzo dopo, il 15 dicembre 2013, il Sud Sudan è precipitato nel caos di un conflitto devastante. I contrasti tra il presidente e il vicepresidente sulla gestione del potere, radicati nella diffidenza reciproca maturata durante la lotta di liberazione e nelle mire sulla gestione delle enormi risorse, si rivelano più forti degli interessi nazionali. In pochissimi giorni le speranze suscitate dall’indipendenza vanno in frantumi.

Ora il paese celebra il suo quinto anniversario in una situazione difficile e complessa. Gli accordi di pace, firmati nell’agosto 2015 sotto la pressione della comunità internazionale, sono stati a lungo disattesi. Il governo transitorio di unità nazionale, insediatosi solo alla fine di aprile 2016, con grave ritardo rispetto al previsto, funziona con molta fatica. Le condizioni dell’economia sono disastrose.

È vero che formalmente è tornata la pace. E questo è un enorme passo avanti rispetto al 9 luglio dello scorso anno. Ma molti altri passi si dovranno fare perché il 9 luglio dell’anno prossimo si possa celebrare un paese avviato a uscire dal tunnel di una crisi che ha minacciato la sua stessa esistenza.

Juba non basta

Certo, il Sud Sudan non era arrivato all’indipendenza in una condizione ottimale. Gli anni del regime di semi-autonomia, tra la firma degli accordi di pace nel 2005 e l’indipendenza nel 2011, non erano stati segnati da confronti proficui e da provvedimenti efficaci per la costruzione delle istituzioni necessarie allo sviluppo umano, democratico ed economico. In sospeso anche le relazioni future con il Sudan, dalle quali dipende la stabilità del nuovo stato.

La morte di Garang, in un incidente aereo (…)

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Il Sud Sudan, indipendente dal 9 luglio 2011, è il 54° stato del continente africano.

Repubblica presidenziale, ha una superficie di 619.745 km² e una popolazione (stimata) di 10,5 milioni di abitanti.

 

Come si arriva qui

2005 – Gennaio: viene firmato il Comprehensive Peace Agreement (Cpa – Accordo globale di pace); finisce la guerra civile tra il governo centrale e il sud del paese. L’accordo è tra le due forze dominanti: il National Congress Party (Ncp –Partito del congresso nazionale) al potere a Khartoum e il Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm) nel Sud. Luglio: muore in un incidente aereo John Garang, leader carismatico dell’Splm, presidente del Sud Sudan e vicepresidente dell’intero Sudan. Gli succede Salva Kiir, attuale presidente del Sud Sudan.

2010 – Elezioni politiche: boicottate dalle forze che si oppongono all’Ncp. Elezioni amministrative: contrasti nell’Splm per la scelta dei governatori dei 10 stati del sud.

2011 – gennaio: referendum: il 98,83% dei sudsudanesi sceglie la secessione. 9 luglio, il Sud Sudan diventa indipendente.

2013 – 23 luglio: crisi politica, il presidente dimissiona il vicepresidente Riek Machar, sospende il segretario del partito Pagan Amun e scioglie il governo. 15 dicembre: inizia la guerra civile che ha radici politiche, ma che assume subito connotazioni etniche. Si combatte nei tre stati petroliferi (Unità, Nilo Superiore e Jonglei). In campo due fazioni dell’Splm: Splm-Juba, fedele a Kiir, Splm-Io (in opposition), fedele a Machar. Il conflitto durerà poco meno di due anni.

2014 – estenuanti negoziati ad Addis Abeba (Etiopia), facilitati dall’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo); conflitto macchiato da enormi violazioni dei diritti umani sul campo di battaglia.

2015 – agosto: Kiir e Machar firmano l’accordo di pace.

Il conflitto intanto si estende agli stati di Equatoria e di Ovest Bahr al-Ghazal; il paese è insicuro e instabile.

2016 – aprile: Machar torna a Juba, assume la carica di primo vicepresidente; viene formato il governo transitorio di unità nazionale che dovrà portare il paese alle elezioni nell’arco 30 mesi.

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