Rwanda / Legittima difesa
È talmente convinto di stare dalla parte giusta (quella di Paul Kagame) che non esita a bollare Nigrizia di negazionismo e di revisionismo rispetto ai fatti del 1994. Così attacca il giornalista di Repubblica Pietro Veronese, ma sbaglia misura e bersaglio.

L’inviato ha voluto schiaffeggiare Nigrizia, scrivendo cose senza fondamento. Pietro Veronese, ex inviato speciale del quotidiano La Repubblica, scrive che, in relazione al genocidio in Rwanda del 1994, Nigrizia alimenta negazionismo e revisionismo.
L’inviato scolpisce il suo giudizio nella prefazione del libro Un milione di vite (Terre di mezzo, 2015), onesto diario di Gaddo Flego (Medici senza frontiere) che racconta quanto ha vissuto in Rwanda. Nel suo scritto, l’inviato attacca frontalmente anche missionari e clero rwandese, sostenendo che distorcono la realtà perché sono «pastori che si fanno portavoce dei risentiti sentimenti del proprio gregge, in massima parte hutu».
Negazionismo
? Non ci spiacerebbe che la penna di Repubblica indicasse un solo articolo in cui Nigrizia, nell’analizzare i fatti tra l’aprile e il giugno del 1994, minimizza o mette in dubbio l’uccisione di centinaia di migliaia di rwandesi da parte di genocidari perlopiù organizzati dal partito hutu al potere all’epoca (500mila è il numero delle vittime più accreditato: in maggioranza rwandesi dell’etnia tutsi, ma anche rwandesi di etnia hutu).
Se poi Nigrizia viene tacciata di revisionismo perché fa il suo mestiere – cioè ricostruisce fatti e circostanze del 1994 (ma anche degli anni precedenti e degli anni successivi), si occupa non occasionalmente del Rwanda e degli stati confinanti, prende nota di ciò che avviene sul terreno ogni giorno, fornisce una lettura delle dinamiche geopolitiche che hanno preso forma dal genocidio ad oggi e soprattutto si chiede se il regime di Paul Kagame sta davvero favorendo la riconciliazione nazionale – allora c’è qualcosa che non torna.

“Tutsiland”
Se abbiamo titolato “Tutsiland” il nostro dossier di aprile 2014, non è perché abbiamo smarrito “il senso del vero” (così titola, con grande modestia, la prefazione dell’inviato). Ma perché non ci convincono le rappresentazioni più in voga del regime di Kagame. «Gli analisti della stampa internazionale sono quasi tutti abbagliati dall’autobus rwandese che descrivono, lindo, silenzioso, pulito, educato, occidentale. Certo un tantino claustrofobico e poliziesco, ma in ogni caso la direzione è quella giusta e che nessuno disturbi il conducente», così sintetizzavamo in un editoriale del marzo 2014.
Il fatto è che il conducente è quel Paul Kagame – che l’inviato conosce bene – che ha letteralmente costruito il suo potere sulle montagne di morti di vent’anni fa. Questo capo militare, dotato di un feroce acume politico, aveva capito con largo anticipo che il genocidio poteva dare copiosi dividendi. E così, già nel 1994, aveva fatto passare un messaggio molto semplice e chiaro: tutti gli hutu sono carnefici e tutti i tutsi sono vittime, per sempre. Da lì, proibito smuoversi e da lì deve passare una riconciliazione a senso unico, gestita da un regime autoritario che non tollera né opposizione politica né libertà di stampa. Un regime che esercita un controllo maniacale sulla società che vuole prona, servile e depoliticizzata.

Silenzi
Ma non è solo Nigrizia ad affermarlo. All’inviato non dice nulla il nome Victoire Ingabire, in galera solo perché vuole fare politica? Se non lo ha fatto prima, non è mai troppo tardi seguire le cronache dei troppi uomini politici rwandesi che, per essersi distanziati dal regime, hanno dovuto fuggire all’estero dove però sono stati raggiunti e fatti fuori. Si prenda il disturbo di sfogliare i rapporti Onu che raccontano come non da oggi il regime di Kagame destabilizza (per trarne vantaggi economici e politici) il Nord e il Sud del Kivu (Rd Congo) foraggiando e armando guerriglie.
Crede proprio, l’inviato, che con un regime del genere Kagame, il Rwanda sia sulla buona strada? È proprio convinto che chi, come Nigrizia, ha denunciato i massacri compiuti dagli uomini di Kagame in Rd Congo nel 1997 sia in malafede? Ritiene sul serio che i tribunali comunitari gacaca – messi in piedi tra il 2002 e il 2012 per giudicare gli atti di genocidio – siano bastati a sciogliere controversie e odi, e a innescare un percorso simile quello della Commissione verità e riconciliazione in Sudafrica?
Nigrizia
non ha soluzioni prêt-à-porter per il Rwanda e non pretende di avere in mano una qualche verità. Sta però sul tema un giorno dopo l’altro, registra dichiarazioni e comportamenti, fornisce una lettura degli accadimenti. Valuta anche i silenzi, quelli della Conferenza episcopale rwandese e quelli, obbligati, della maggioranza dei cittadini rwandesi. Due silenzi di segno diverso.
Non ci spiacerebbe un parere dell’inviato sul parlamento rwandese (quello tanto celebrato per la maggioranza “rosa”!) che firma un altro settennato per Kagame (a partire dal 2017. Sicuro che gli oppositori di Kagame siano solo 10 su dieci milioni di rwandesi?). E altri due quinquenni a seguire? A che gioco giochiamo sulla pelle della democrazia rwandese?

Nella foto Paul Kagame, presidente del Rwanda.