Al-Kantara – luglio 2013

Le elezioni presidenziali in Iran sono state uno degli eventi geopolitici più attesi in questo inizio d’estate. Particolarmente attenti i governi occidentali le cui relazioni diplomatiche con l’Iran hanno raggiunto livelli critici, specie negli otto anni di governo di Ahmadinejad. Quest’ultimo aveva assunto un atteggiamento di sfida nei confronti di Washington e dei suoi alleati europei e arabi.

Nel Medio Oriente, lo scontro è andato inasprendosi a causa dell’occupazione dell’Iraq nel 2003, del conflitto militare tra Israele e Hezbollah in Libano nel 2006 e della guerra contro Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009. Il governo iraniano ha apertamente sostenuto Hamas e Hezbollah – considerati dalle popolazioni arabe dei movimenti di resistenza, mentre per gli Usa e i suoi alleati sono sempre stati ritenuti come gruppi terroristi. Un altro elemento che ha complicato ulteriormente i rapporti tra Washington e Teheran è stato il sostegno di Ahmadinejad all’attuale governo siriano.

In realtà la lunga campagna di discredito nei confronti del presidente uscente nasconde una questione ben più complessa: l’affermarsi del regime politico degli ayatollah – instauratosi in Iran dopo la caduta del fedelissimo alleato degli Usa, lo Shah Pahlavi, in seguito alla rivoluzione islamica del 1979 – era diventato un ostacolo per gli interessi degli occidentali nella regione.

Washington ha provato in tutti modi a riprendere il controllo dell’Iran, anche spingendo Saddam a fare la guerra agli iraniani. Quella feroce guerra contro l’Iran (1980-1988) non suscitò alcuna condanna da parte della “comunità internazionale”, come invece fu quando Saddam invase il Kuwait.

Ad oggi, tutti i tentativi per destabilizzare l’Iran sono falliti. L’ultimo in ordine cronologico più significativo risale al giugno del 2009 in seguito alla rielezione di Ahmadinejad. La “rivoluzione colorata” di viola eterodiretta dall’esterno non ebbe successo e da quella esperienza difficile lo stato iraniano ne è uscito più rafforzato, come hanno dimostrato le presidenziali del 14 giugno.

In molti speravano che la difficile situazione economica in cui versa l’Iran a causa delle sanzioni economiche e degli embarghi, imposti dagli Usa da oltre 30 anni, avrebbe scatenato il malcontento popolare e la diserzione delle urne. Ma è stata una speranza vana. Alle urne si è recato circa il 73% degli elettori e al primo turno si è imposto un nuovo presidente sostenuto dalla corrente opposta a quella a cui apparteneva Ahmadinejad, definita “conservatrice”. Sarà quindi Hassan Rohani, un “moderato” chiamato “lo sceicco della diplomazia” sostenuto dai “riformisti”, a guidare l’esecutivo per i prossimi quattro anni.

Quale sarà la politica interna di Rohani per risolvere i problemi di un’economia sofferente a causa di fattori interni di mala gestione e dagli embarghi? E quale sarà la sua politica estera riguardo al nucleare e ai rapporti con i governi occidentali e i loro fedeli alleati regimi islamici, a maggioranza sunnita?

Sul versante interno, è probabile che la sua politica economica sia meno assistenzialista – basata sulle sovvenzioni alla produzione e ai prezzi dei beni di consumo – e più liberale, orientata verso le privatizzazioni e l’incentivo degli investimenti privati. Ma bisogna però capire come potrà attuarla in un contesto d’embargo economico che anche gli investitori privati esteri sono rigorosamente tenuti a rispettare. Sul versante internazionale, le principali sfide sono il dossier del nucleare, l’embargo economico e il ruolo dell’Iran nello scacchiere mediorientale.

Nell’articolato sistema politico-istituzionale iraniano, il presidente delle repubblica non dispone di pieni poteri. Le sue decisioni devono essere approvate dal parlamento prima e poi dal guardiano della rivoluzione Ali Khamenei. E quindi la politica estera di Rohani in sostanza non sarà diversa da quella di Ahmadinejad. Subito dopo la sue elezione, Rohani ha ribadito il diritto dell’Iran di disporre del nucleare per scopi civili. È il metodo che sarà diverso: meno sfide e più dialogo.

Sapranno gli avversari dell’Iran cogliere questa opportunità per avviare il processo di riconciliazione in Medio Oriente? I primi segnali non sono incoraggianti. Qualcuno in Israele ha già battezzato Rohani “il moderato con la bomba”. E nel frattempo uno dei capi spirituali del movimento sunnita dei Fratelli Musulmani, lo sceicco al-Qaradawi, ha chiamato l’Iran “satana”; ciò suona come una fatwa che chiama al jihad contro gli sciiti: iraniani, iracheni, libanesi, bahraini e siriani ecc. In Siria questo jihad è già in atto ed è un avallo degli Usa e dell’Unione europea, i quali sono decisi più che mai a rimodellare il Medio Oriente a costo di scatenare tra i musulmani una specie di “guerra dei 30 anni” le cui conseguenze porrebbero travolgere anche l’Occidente!