Al-Kantara – Novembre 2019
Mostafa El Ayoubi

La Turchia ha invaso militarmente il 9 ottobre scorso il nord-est della Siria, ed è la terza volta da quando è iniziata la guerra in questo paese nel 2011. La prima offensiva, chiamata lo scudo dell’Eufrate, avvenne nel 2016 e permise ai turchi di occupare la città di Jarabulus e i villaggi adiacenti.

La seconda, col nome di Ramoscello d’ulivo, fu lanciata nel 2018 e consentì all’esercito turco – insieme a milizie islamiste “siriane” – di occupare Efrin. L’ultima è stata battezzata Baris Pinari Harekati, ovvero Sorgente di pace. Lo scopo, secondo Ankara, è la “lotta al terrorismo”, che per essa significa soprattutto combattere le milizie curde che controllano il nord-est della Siria, da loro chiamato Rojava. In realtà il governo turco ha, lungo la crisi siriana, sponsorizzato il vero terrorismo, quello di Jabhat al Nusra e Isis (entrambi derivati di al Qaeda).

Per la Turchia quest’ultima operazione ha un obiettivo in più, molto controverso dal punto di vista del diritto internazionale: creare una “zona di sicurezza” di 32 chilometri circa di profondità e oltre 480 km di lunghezza per allontanare i curdi dal suo confine con la Siria. E ciò senza il consenso dell’Onu. È un progetto che Erdogan ha cercato di realizzare lungo tutti questi anni di guerra in Siria, ma ha sempre ricevuto un “ni” dagli Usa e dai suoi alleati, e un’opposizione da parte della Russia e dell’l’Iran.

Ciò che alla fine ha reso possibile l’avvio di questo piano è l’imprevedibile strategia politica del presidente americano. Trump, che fino ad un mese fa sosteneva i curdi (i nemici giurati di Ankara), ha deciso all’improvviso di ritirare gran parte dei suoi soldati dalla Siria, dando di fatto l’autorizzazione ai turchi ad avviare l’operazione Sorgente di Pace. Di pacifico, questa invasione militare non ha nulla. Dietro questa aggressione si “celano” principalmente due motivi.

Il primo: impedire ai curdi indipendentisti siriani di creare un loro Stato lungo il confine turco-siriano. Dal punto di vista del governo turco ciò è visto come una minaccia alla propria sicurezza nazionale. E così la pensa anche l’opposizione. Il Partito repubblicano del popolo (Chp), principale oppositore del partito della Giustizia e dello sviluppo (Akp) e considerato laico e progressista, ha appoggiato l’offensiva militare; anche se sulla questione siriana il Chp, a differenza del governo attuale, è molto favorevole ad un dialogo con Damasco e contro la guerra in Siria.  

Il secondo motivo dietro l’aggressione: diffondere oltre i confini turchi l’ideologia religiosa del partito di Erdogan, ovvero l’islamismo radicale ispirato ai Fratelli musulmani (Fm). La Turchia è scesa in campo siriano sin dall’inizio della crisi, a sostegno delle milizie islamiste legate ai Fm. La principale era l’Esercito libero siriano, che Ankara ha di recente rinominato Esercito nazionale siriano, il quale oggi è entrato dalla Turchia, dove ha le sue basi, per combattere, secondo la sua logica settaria, contro i miscredenti: curdi “marxisti” e al Assad “alawita” (sciita).

Quando scoppiò la crisi siriana, Erdogan pensò che Damasco sarebbe caduta nel giro di poco tempo in mano ai Fm e che ciò gli avrebbe consentito di estendere il suo credo islamista sulla Siria. Ma le cose andarono diversamente. E ora Ankara cerca di occupare il nord della Siria per piazzare le milizie jihadiste dei Fm al fine di creare una enclave sunnita religiosamente legata ad Erdogan. Nei territori già occupati durante le due precedenti operazioni militari la Turchia sta costruendo degli atenei legati all’Università turca Gaziantep, tra cui una facoltà di scienze islamiche ad Azaz, vicino ad Efrin.

L’intento dei turchi è quello di modificare l’equilibrio demografico, culturale e soprattutto religioso. Ma sarà difficile che ciò avvenga, ora che Damasco e i curdi hanno iniziato a dialogare tra di loro in chiave anti-turca. Resta da vedere se i curdi abbiano finalmente capito che per gli Usa la Turchia è molto più funzionale ai loro interessi geostrategici.

Trump tradisce i curdi

Con l’operazione sorgente di pace, la Turchia è di fatto riuscita ad impedire ai curdi di istituzionalizzare il loro controllo del nord-est con la creazione di un’entità distaccata dallo Stato siriano. I miliziani curdi sono stati costretti a cedere il controllo delle città chiave del cosiddetto Rojava: Ras al Ain e Tal al Abyad sono ora in mano ai turchi e alle milizie islamiste; A Manbij, Kobani (Ain al Arab) e Qamishli sono entrate le forze governative siriane e i soldati russi. I curdi si sono ritirati verso l’interno ad una profondità di 32 km. Il loro ripiegamento ha consentito all’esercito regolare siriano di avanzare verso il confine con la Turchia con l’ausilio dei russi.

Mosca è riuscita a mediare per un avvicinamento tra Damasco e le milizie curde. È stata una scelta obbligata per questi ultimi, dopo che gli Usa li hanno abbandonati. “È la soluzione meno peggiore”: così l’ha definita Mazloum Abdi, il leader curdo delle Forze democratiche siriane, che fino ad un mese fa erano in pessimi rapporti con Damasco. 

Ora i curdi si trovano in una situazione critica. Essersi alleati con gli Usa è considerato dalla maggioranza dei siriani come un alto tradimento. Gli americani sono stati protagonisti nella guerra contro la Siria con il sostegno dei jihadisti, con l’occupazione militare e con le devastanti sanzioni economiche che tutt’oggi soffocano il popolo siriano.

Nel Rojava i curdi non sono la maggioranza della popolazione. E vi sono altre minoranze che vivono in questa area territoriale che divergono con i curdi e lamentano forme di discriminazione perpetrate dalle milizie del Ypg (Unità di protezione popolare) nei loro confronti. Mons.

Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico emerito di Hassaké-Nisibi (nord-est della Siria) ha affermato, un mese fa, di aver incontrato lo scorso marzo dei leader del Partito dell’unione democratica (Pyd) curdo: “Li ho invitati a desistere dai loro piani. Loro credono di aver diritto ad una regione autonoma così come vi è un Kurdistan iracheno. Ma la popolazione curda in quelle aree della Siria è appena del 10%. Inoltre, si tratta di persone giunte come richiedenti asilo dopo il 1925, che hanno nazionalità turca o irachena. Non hanno alcun diritto”.

Secondo il prelato: “È stata una mossa stupida quella curda, era chiaro che nessuno li avrebbe aiutati” (agenzia Sir, 10 ottobre 2019). Si potrebbe obiettare che l’ala politica del Ypg comprende anche arabi (e non solo). È vero. Tuttavia, si tratta di tribù sunnite che gli americani e i sauditi sono riusciti a “comprare”.
La mediazione russa potrebbe garantire ai curdi, una volta finita la guerra, una via d’uscita dall’impasse geopolitica in cui si sono impaludati. Damasco sarà costretta ad avere reale considerazione politica nei confronti della minoranza curda in termini di diritti.

Cosa che quest’ultima avrebbe potuto ottenere con grande onore se avesse combattuto a fianco all’esercito siriano per difendere il Paese contro una violente aggressione pianificata dall’esterno. Ad ogni modo, i curdi hanno combattuto con grande successo contro Daesh e lo Stato siriano ne dovrà tenere conto, a prescindere dagli errori da loro commessi alleandosi con Washington.
La Turchia ha sconfitto i curdi siriani, con il benestare degli Usa. Ma non ha vinto contro la Siria. Non è riuscita a far cadere il governo di Damasco e il progetto Isis, che Ankara ha sponsorizzato, è fallito. E infine l’intervento, ultimo, dei russi ha ridimensionato le ambizioni di Erdogan di creare una enclave jihadista nel nord-est della Siria gestita dai fratelli musulmani.

L’accordo di Sochi tra Putin e Erdogan, stipulato il 22 ottobre scorso, ha ridotto la “zona di sicurezza” rivendicata da quest’ultimo a 10 km per 120 km. L’intesa ha soprattutto consentito all’esercito regolare siriano di giungere fino al confine turco, cosa che fino ad un mese fa era impossibile.

Tuttavia il quadro generale della crisi resta molto incerto. L’incognita principale è l’indecifrabile politica di Trump, incerta e variabile. A volte il capo della Casa Bianca annuncia di ritirare i soldati dalla Siria, a volte annuncia che non se ne andrà. Arriva persino a dichiarare che rimarrà in Siria per difendere non i curdi ma i pozzi di petrolio siriani. “I like oil”, ha dichiarato di recente. Tutto ciò in barba al diritto internazionale, che considera la presenza dei soldati americani nelle zone ricche di petrolio della provincia di Deir el-Zour (e non solo) una palese occupazione militare della Siria, un Paese sovrano, membro delle Nazioni unite.

Sorgente di pace
Contro l’operazione turca in Siria, il ministro degli esteri Luigi di Maio ha dichiarato, il 14 ottobre, di voler bloccare, con apposito decreto, l’export di armi italiane alla Turchia. E ha esortato i paesi dell’Unione Europea a fare altrettanto.