Ambiente e conflitti
Bracconaggio e conflitti stanno distruggendo la fauna sudsudanese. A pagare di più sono gli enormi pachidermi a causa del redditizio traffico d'avorio, diretto specialmente verso il mercato cinese. Dallo scoppio del conflitto è scomparso il 30% degli esemplari. Una strage.

L’organizzazione ambientalista Wildlife Conservation Society (Wcs), nella sua ultima newsletter dice che ci sono state enormi perdite nei branchi di animali selvatici in Sud Sudan dallo scoppio del conflitto, nello scorso dicembre. In una conferenza stampa tenutasi a Nairobi alla metà di novembre, Paul Elkan, funzionario della Wildlife Conservation Society, ha affermato che sia l’esercito governativo che quello dell’opposizione hanno fatto strage di antilopi e giraffe, per sfamarsi, e di elefanti per alimentare l’estremamente redditizio traffico illegale di avorio. La Wcs osserva che il Sud Sudan era interessato da una migrazione stagionale paragonabile a quella osservabile nel Masai Mara, dunque il turismo avrebbe potuto essere un settore portante nello sviluppo economico del paese, ma questa possibilità è stata praticamente annullata dallo sterminio della fauna selvatica degli ultimi mesi.
Gli elefanti, in particolare, sarebbero molto vicini all’estinzione in Sud Sudan. Negli anni settanta gli elefanti nel paese erano circa 70.000. Un monitoraggio compiuto nel 2007, appena dopo la fine della guerra civile con il Nord, ha rilevato dai 2.000 ai 5.000 sopravvissuti. Era in quel momento iniziato un lavoro di protezione con collari dotati di Gps, allo scopo di individuare possibili problemi di bracconaggio. Con lo scoppio del conflitto, nel dicembre dell’anno scorso, il monitoraggio protettivo non ha potuto continuare. Ora, dopo un’ultima rilevazione tramite Gps, si è visto che il 30% degli animali, cioè più di mille capi, non ha potuto essere ritrovato, molto probabilmente perché ucciso dai bracconieri.
A dimostrazione del rampante traffico illegale di avorio, negli ultimi 10 mesi nel paese ci sono stati 8 sequestri, per un totale di 65 camion stipati di zanne.
Il traffico di avorio, illegale dal 1989, è una piaga anche in Kenya, Uganda, Tanzania e in genere nei paesi dell’Est Africa, ma è certamente facilitato dalla instabilità e dall’impossibilità di controllo nelle zone di conflitto, dove anzi diventa un’attività estremamente redditizia per le bande armate e gli eserciti che controllano il territorio.
Secondo l’International Fund for Animal Welfare, la Cina è il maggior mercato per l’avorio; ne assorbe circa il 70% di quello trafficato. A Pechino l’avorio, che non a caso viene definito anche come oro bianco, può costare fino a 2400 dollari al chilo. La Tanzania sarebbe il paese più colpito dal bracconaggio; negli ultimi 5 anni sarebbero stati uccisi il 50% degli elefanti del paese. All’inizio di novembre un gruppo ambientalista inglese, l’Environmental Investigation Agency, ha denunciato che al traffico illegale si sarebbero prestati anche diplomatici cinesi, durante una visita del presidente della Cina in Tanzania, nel marzo del 2013, alcune zanne sarebbero state stivate sull’aereo presidenziale, approfittando del bagaglio diplomatico. Le autorità cinesi ovviamente negano.
Il traffico illegale di avorio è esploso in Cina a partire dal 2008, quando a Pechino fu permesso di acquistarne 62 tonnellate, nel contesto della Convezione sul commercio internazionale delle specie minacciate. L’acquisto venne presentato come un modo per tener vivo un settore importante dell’artigianato tradizionale del paese. Ora si vedono le conseguenze di quel provvedimento. Infatti non è facile distinguere sul mercato l’avorio legale da quello illegale, nonostante ci siano misure di controllo del commercio.
Gli esperti stimano che, solo nel 2013, siano stati uccisi 36.000 elefanti africani, uno ogni 15 minuti; all’attuale tasso di morti, gli elefanti potrebbero estinguersi in un massimo di 10 anni.