Lo sguardo dell’antropologo

Complici anche alcune letture etnografiche, i dogon sono stati confinati in una dimensione ancestrale e mistica, in un universo isolato e fuori dal tempo. Una merce che si vende bene sul mercato delle emozioni turistiche. È invece un popolo che vive di relazioni, di commerci, di scarsità, che conosce il dolore dell’emigrare. Un popolo che sta nella storia.

I dogon del Mali sono forse uno dei popoli più afflitti dagli antropologi. Dagli anni ’30 dello scorso secolo, quando il pioniere Marcel Griaule iniziò a studiare questa affascinante società del Mali, generazioni di ricercatori si succedono nei villaggi della falaise di Bandiagara, producendo quasi duemila scritti su questo popolo. Cosmogonia, divinazione, mitologia sono state le chiavi di lettura più utilizzate, per non dire abusate, per questa cultura.

La comparsa nel 1948 di Dio d’acqua di Marcel Griaule, oltre ad affascinare molti intellettuali dell’epoca, ha inconsapevolmente avuto una forte ricaduta sul piano turistico, contribuendo in modo determinante alla creazione di una certa immagine dei dogon. È venuto così a formarsi un triangolo dogon-Griaule-turisti che ha dato vita a un complesso gioco di specchi, che talvolta assume toni metaforici rispetto alla storia stessa dell’incontro tra due culture.

Sono passati quasi settant’anni dalla comparsa di Dio d’acqua, ma ancora oggi permane una certa “griaulizzazione” dei dogon. Visitatori e appassionati, guardando attraverso la lente di quelle letture etnografiche, continuano a vedere in quei villaggi aggrappati alla falaise un mondo fatto di simboli cosmici, di misteriose astronomie, di gente che trascorre il tempo a riordinare l’universo secondo mappe ancestrali armoniche e virtuose. Griaule ha ritratto una popolazione di filosofi e mistici, che sembrano non compiere alcun gesto senza fare riferimento alla complessa cosmologia che domina il loro mondo.

Ad accrescere il mito dei dogon hanno poi contribuito anche gli operatori di viaggio e i turisti al ritorno dai loro viaggi nella regione. Se ne parla così tanto che i dogon hanno finito per avere una dimensione virtuale più nota di quella reale. Ad attrarre il turista è proprio questa immagine di popolo mistico, ricco di segreti e di pratiche esoteriche. Un’immagine che si traduce in offerta di stupore. I dogon, in particolare quelli che operano con i turisti, da parte loro sembrano avere capito che questi cercano in loro solo questo aspetto e, naturalmente, lo mettono il più possibile in evidenza.

Il verbo di Griaule si è insinuato presso il pubblico viaggiante, grazie all’azione assai efficace di operatori turistici e dell’editoria specializzata. Scorrendo alcuni cataloghi di viaggio, ci si accorge come l’immagine che emerge è quella di un popolo misterioso, che vive in una dimensione esoterica e il linguaggio utilizzato è quanto mai evocativo.

L’accento viene posto con enfasi sul fatto che si tratta di un’etnia intatta e isolata, che ha conservato immutabili le sue tradizioni ancestrali. Se i dogon sono isolati allora la maggior parte delle popolazioni africane risulterebbe isolata. L’idea dell’isolamento è relativa e presuppone l’esistenza di un centro dal quale essere lontani. Ma lontani da dove? E da cosa? Forse dall’aeroporto di Bamako, luogo di arrivo dei turisti. Solo adottando una prospettiva egocentrica la regione dogon risulta lontana da noi, ma in realtà è incastonata in mezzo ad altre regioni, abitate da gruppi diversi, con i quali i dogon intrattengono da tempi lontani scambi regolari.

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