Rapporto Greenpeace
Opachi criteri di assegnazione delle licenze di pesca, deboli attività di sorveglianza, mancanza di coordinamento e di gestione a livello nazionale e regionale, e legislazioni disarmoniche contro chi viola gli accordi. Le risorse ittiche nei mari che bagnano il continente appaiono sempre più depredate dalla pesca illegale operata da paesi stranieri. Un’attività che talvolta si estende anche ad ogni sorta di traffici illeciti e che penalizza la pesca artigianale e le risorse economiche di molti paesi.

Il sovra-sfruttamento dei mari africani mette in crisi la sicurezza alimentare di molte comunità. A dirlo è l’ultimo report di Greenpeace “Hope in West Africa ship tour, 2017” che analizza il fenomeno della pesca illegale, non regolamentata e non segnalata, in Africa occidentale. La nave “Hope” di Greenpeace è tornata in porto all’inizio di maggio dopo tre mesi di navigazione al largo delle coste dell’Africa occidentale. La nave ha monitorato le attività di pesca di sei paesi costieri: Capo Verde, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau, Guinea Conakry e Sierra Leone. Il report sottolinea la mancanza di coordinamento e di gestione della pesca sia a livello nazionale che a livello regionale. Gli accordi speciali e le joint ventures firmate tra Stati e compagnie private non sono trasparenti e le attività di sorveglianza sono estremamente deboli. Non tutti i paesi, infatti, hanno le stesse regole d’accesso alla risorsa ittica e spesso i criteri di assegnazione delle licenze sono opachi. Secondo Greenpeace, inoltre, non esiste armonia sulle misure da adottare contro coloro che violano gli accordi di pesca.

Durante il periodo di monitoraggio “Hope” ha controllato 37 pescherecci industriali, 13 dei quali violavano le leggi sulla pesca. Si trattava di navi battenti bandiera cinese, in 7 casi, italiana, coreana, delle Comore e senegalese. Reti illegali, pesca di specie escluse dai contratti di licenza e lo sconfinamento in altre acque territoriali sono alcune delle infrazioni registrate durante le analisi di Greenpeace. La maglia nera è andata a Guinea Bissau e Sierra Leone per il maggior numero di pescherecci illegali. La pesca monitorata, non solo viola le regole sulle modalità di recupero della materia prima, ma anche sulla quantità di pescato. Il sovra-sfruttamento della risorsa ittica, nell’analisi di Greenpeace, impatta anche i paesi confinanti e soprattutto le comunità che dipendono dalla pesca.

Secondo uno studio congiunto di alcuni ministeri e centri di ricerca africani, pubblicato su “Frontiers in Marine Science” nel mese di marzo, l’impatto della pesca illegale costerebbe circa 2 miliardi di dollari all’anno ai paesi dell’Africa occidentale. A pagarne le spese più di altri sarebbero i paesi usciti dall’epidemia di ebola come Guinea e Sierra Leone. Lo studio sostiene che quasi il 40% del pesce catturato nelle acque dell’Atlantico sarebbe frutto di modalità illegali. La pesca industriale illecita, inoltre, avrebbe causato la perdita di 300 mila posti di lavoro tra i pescatori artigianali. Secondo la ricerca, tra il 2010 e il 2015 la quantità di pescato illecito si aggirava intorno alle 700 mila tonnellate all’anno e i paesi più sfruttati erano Mauritania e Senegal.

La situazione non è migliore sulle coste africane dell’Est dove, secondo il centro di monitoraggio “Stop Illegal Fishing” sostenuto, tra gli altri, dalla Fao e dall’Unione Africana, la sola Somalia perde circa 300 milioni di dollari all’anno a causa della pesca illegale. La situazione lungo le coste dell’Oceano Indiano viene monitorata da “Stop Illegal Fishing” attraverso la Task Force “FISH-i Africa” che comprende le isole Comore, Kenya, Madagascar, Mauritius, Mozambico, Seychelles, Somalia e Tanzania. Nel report 2016 dal titolo “FISH-i Africa. Issues, investigations, impacts” vengono indicati i paesi di provenienza delle navi da pesca che operano nell’Oceano Indiano: Francia, Cina, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Indonesia, Spagna, Sri Lanka, Iran e Tailandia. Per i paesi della costa orientale africana la pesca ha un peso importate nell’economia complessiva, in particolare per: Kenya, Seychelles, Tanzania e Mauritius. Negli otto paesi che rientrano nel programma di monitoraggio di FISH-i, la pesca è un settore rilevante anche per l’impiego di manodopera, soprattutto in Tanzania, Mozambico e Madagascar.

La pesca illecita porta con sé altre attività illegali, monitorate da FISH-i: falsificazione di documenti, evasione fiscale, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro, trasporto di armi e droga, pirateria e crimini ambientali. Nel report “Illegal Fishing? Evidences and Analysis” FISH-i, oltre a riportare casi di pesca illecita, si concentra anche sui crimini correlati, favoriti dalla scarsità di controlli. Nel rapporto vengono indicati tre casi di sospetto traffico illecito di persone, di armi e di droga. Tra i casi riportati nello studio ci sono quello di un peschereccio iraniano che trasportava droga al largo delle Seychelles e quello di un peschereccio senza bandiera carico di armi, al largo del Corno d’Africa.

In molti paesi africani il pesce rappresenta la principale fonte di proteine e di profitto per una buona parte della popolazione. Secondo la FAO i pescatori artigianali africani sono circa 7 milioni e rappresentano il 90% degli impiegati nel settore.

Nel mese di febbraio di quest’anno il Parlamento Europeo ha votato nuove regole per abbattere la pesca illegale delle navi europee nei mari internazionali. La licenza di pesca in acque straniere verrà concessa solo ai pescherecci, che non sono stati oggetto di una sanzione nei 12 mesi precedenti. Le nuove norme, inoltre, prevedono la realizzazione di un registro elettronico per identificare chiaramente le navi da pesca autorizzate e la loro provenienza.

Nel 2016 è entrato in vigore ufficialmente l’accordo internazionale per prevenire, impedire e eliminare la pesca illegale, che secondo i dati della Fao conta più di 26 milioni di tonnellate all’anno, il 15% del pescato globale. Queste pratiche non mettono a rischio solo l’economia delle comunità di pescatori ma anche la biodiversità marina e la sicurezza alimentare.

Anche detto “ocean grabbing” il sovra-sfruttamento dei mari minaccia lo stile di vita, l’identità culturale e l’accesso alla risorsa delle comunità che vivono di pesca artigianale.