ECONOMIA IN BIANCO & NERO – giugno 2011
Riccardo Barlaam

L’economia africana corre ancora. Secondo uno studio di Ernst & Young, il prodotto interno lordo del continente nero raddoppierà in meno di dieci anni. Dai 1.600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 2.600 del 2020. Se confermato da dati reali, si tratta di un risultato sorprendente, che testimonia la vitalità e la dinamicità con cui crescono le economie di molti paesi africani.

Secondo lo studio, una grossa mano arriverà dagli investimenti esteri, che dovrebbero raggiungere i 150 miliardi di dollari già nel 2015, grazie al migliorato clima economico-politico: riduzione della corruzione, maggiore stabilità politica, pratiche di buon governo imposte da Fmi e Onu in cambio di aiuti e prestiti, rafforzamento della democrazia in tanti paesi. In Africa c’è ancora molto, molto da fare. I comparti privilegiati dagli investimenti esteri saranno le telecomunicazioni, le infrastrutture, l’edilizia, le banche e l’industria mineraria.

Di pari passo, con la crescita del pil, aumenteranno anche il reddito e, quindi, la capacità di spesa degli africani: i consumi dovrebbero crescere in media del 62% da qui al 2020, sempre secondo lo studio di Ernst & Young.

Il Sudafrica si conferma il campione delle opportunità africane di investimento. In questa fase di dinamismo, i principali paesi emergenti – Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric, acronimo a cui va aggiunta la S, se si tiene conto anche del Sudafrica – hanno capito che il continente, con 1 miliardo di abitanti, è quello che offre le maggiori opportunità al mondo occidentale, che è alle prese con una crisi finanziaria e debiti sovrani senza precedenti.

Dal 4 al 6 maggio, a Cape Town (Sudafrica) i rappresentanti di questi cinque paesi emergenti – presenti sei capi di stato, tra cui il sudafricano Jacob Zuma e il tanzaniano Jakaya Kikwete, gli amministratori delegati di Barclays, Anglo Platinum, Nestlé e altri – si sono ritrovati a un convegno organizzato dal World Economic Forum proprio sul tema del nuovo ruolo dell’Africa nello scacchiere mondiale (“Shaping Africa’s Role in the New Reality”). È stato detto che gli scambi commerciali tra Cina e Africa sono cresciuti dieci volte, dal 2000 al 2008, fino agli attuali 107 miliardi di dollari. Un dato che salirà a 530 miliardi di dollari da qui al 2015, secondo le stime del Wef, considerando anche Brasile, Russia e India, oltre alla Cina, che rimane, in ogni caso, il maggior attore nell’import-export con il continente nero.

La crescita economica non riguarda solo il Sudafrica, che ha organizzato con successo i mondiali di calcio del 2010 e che da solo ormai produce oltre un terzo del pil africano. Di recente, l’Onu ha diffuso un rapporto che definisce «impressionante» la crescita economica dello Zambia, primo esportatore al mondo di rame, dove è stato avviato un programma di modernizzazione finanziaria e di lotta alla corruzione, che ha determinato una ripresa degli investimenti esteri nei settori minerario, manifatturiero e agricolo. Secondo il report, lo scorso anno il pil è cresciuto del 7,6%, un livello destinato a confermarsi nel 2011 e superiore alla già considerevole media del biennio precedente (+6% circa). Lo Zambia è uno dei pochi paesi africani autosufficienti dal punto di vista alimentare ed esporta parte della produzione agricola. Segnali positivi anche dall’inflazione, qui stabilmente sotto la soglia della doppia cifra nell’ultimo triennio. Ha giocato un ruolo determinante l’accordo con la solita Cina nel settore dell’estrazione del rame, che prevede la creazione di una zona economica a statuto speciale nell’area di Chambishi. Oltre all’aumento dei prezzi delle materie prime.