Missione Pistelli a Khartoum
Bianca Saini

Ieri mattina si è finalmente, e felicemente, conclusa la vicenda di Meriam Ibrahim, la donna sudanese condannata a morte per apostasia e che aveva subito altre forme di pressioni e minacce, di chiaro stampo persecutorio, anche dopo che la sua condanna era stata cancellata, in appello, dal tribunale competente.

A sorpresa, la via d’uscita a una vicenda che ormai imbarazzava non poco il governo sudanese e gli Stati Uniti – che avevano dato rifugio a Meriam e alla sua famiglia nell’ambasciata americana in Sudan (il marito è di origine sud sudanese ma con cittadinanza americana) – è stata negoziata dal viceministro degli esteri italiano, Lapo Pistelli, che aveva visitato Khartoum, e Meriam all’ambasciata americana, un paio di settimane fa.

Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, che l’ha accolta all’aeroporto di Ciampino, accompagnato dalla moglie e dal ministro degli esteri Mogherini, ha fatto sapere che anche così l’Italia gioca il suo ruolo europeo.

Bene, l’Italia ricomincia dunque ad avere una politica estera anche in una zona, il Corno d’Africa, che aveva visto il nostro paese sempre presente e attivo e da cui era completamente, o quasi, sparito da anni. La soluzione della spinosa vicenda di Meriam, infatti, arriva appena dopo la visita del viceministro degli esteri ad Asmara, con l’obiettivo dichiarato di riaprire le porte dell’Eritrea, il paese più isolato dell’Africa, e forse del mondo, insieme alla Corea del Nord, e accompagnare il suo riavvicinamento alla comunità internazionale, cui aveva voltato le spalle per il mancato supporto nella soluzione delle questioni di confine con l’Etiopia. E per raggiungere quest’obbiettivo, ha dichiarato Pistelli in un’intervista ad Avvenire, non si può guardare troppo per il sottile, in particolare riferendosi a un pesante provvedimento dell’Onu, un’inchiesta su gravissime violazione dei diritti umani. Violazioni che provocano, tra l’altro, un flusso continuo di profughi che si riversano alla fine sulle nostre spiagge, quando non finiscono tragicamente in fondo al Mediterraneo.

Anche il Sudan, con cui evidentemente il nostro governo ha un dialogo costruttivo, ha una situazione interna a dir poco preoccupante, con tre fronti di conflitto interno durissimo aperti in Darfur, Sud Kordofan e Nilo Azzurrro, pesanti violazioni giornaliere dei diritti umani e di cittadinanza, repressione plateale dell’opposizione politica e della libertà di stampa e di opinione.

Mentre ci si rallegra per la ripresa dell’iniziativa politica e diplomatica italiana in uno scacchiere tormentato e difficile come il Corno d’Africa, non si può non chiedersi, e chiedere, quale ruolo il nostro governo voglia avere. Non basta togliere le castagne dal fuoco al governo di Khartoum, dando una svolta positiva alla vicenda di Meriam. Non basta riprendere i rapporti con un governo internazionalmente squalificato per facilitargli il rientro nel consesso internazionale (e vedremo presto se questo obiettivo è condiviso da Asmara; potrebbe non esserlo affatto). Pensiamo che, se il governo italiano riprende l’iniziativa in quella zona, deve contribuire in modo evidente alla sua stabilizzazione, che non può non passare che dall’attenzione ai movimenti interni che sostengono processi di inclusione politica e sociale, che lavorano quotidianamente per difendere spazi di dibattito, e di vita si potrebbe dire, sempre più stretti e pericolosi. Finora, i governi di quella zona hanno invece utilizzato i contatti esterni quasi esclusivamente per rafforzare la presa autoritaria interna. Ci spiacerebbe che il nostro governo si prestasse al gioco.