Zimbabwe / Morto Morgan Tsvangirai
Il leader dell’opposizione zimbabwana Morgan Tsvangirai è morto ieri sera all’età di 65 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro. Dopo anni di battaglie politiche lascia il suo partito nell’incertezza, in vista del primo voto dopo la caduta del regime dell’eterno rivale Robert Mugabe. Rivalità e divisioni interne al partito per la successione sono già iniziate.

Con la morte di Morgan Tsvangirai in una clinica di Johannesburg, in Sudafrica, a causa del cancro al colon con cui lottava dal 2016, lo Zimbabwe ha perso un uomo che si è sempre distinto per il suo coraggio. È stata l’unica figura politica zimbabwana che sia riuscita ad imporsi come serio rivale dell’ex presidente Robert Mugabe, deposto tre mesi fa da un “golpe bianco” militare dopo 37 anni al potere.
Un personaggio che ha condotto le sue campagne per uno Zimbabwe più trasparente e democratico fino alla sua morte e che ora lascia un grande vuoto nel panorama politico di un paese che si appresta ad andare alle elezioni. Arrestato in più occasioni, picchiato e accusato di tradimento, Tsvangirai è riuscito a diventare primo ministro nel 2008, grazie ad un accordo di condivisione del potere con Mugabe, rimanendo in carica fino al 2013, ma senza mai raggiungere il suo vero obiettivo: diventare presidente. È stato derubato di questo suo sogno prima dal suo nemico politico e poi dalla malattia.
Dopo aver perso alle elezioni del 2002, in un voto ritenuto trasparente solo dall’allora Organizzazione dell’Unità Africana (OUA, oggi Unione Africana), alle successive, nel 2008, aveva ottenuto la maggioranza dei voti al primo turno, ma non abbastanza per essere eletto. Prima del ballottaggio, le forze di sicurezza di Mugabe iniziarono una campagna di violenza contro i supporters dell’opposizione e Tsvangirai fu costretto a ritirarsi. Mugabe fu eletto presidente, ma venne costretto dalla comunità internazionale a spartire il potere, pagando così violenze e probabili brogli.
Questa condivisione permise all’astuto Mugabe di “controllare” l’ascesa del suo rivale e sfruttarne il grande carisma e l’ascendente sul popolo. Infatti la cosa non giovò alla carriera politica di Tsvangirai, che nelle elezioni del 2013 perse con un largo margine.
Tsvangirai fu tra i primi ad accusare Mugabe e lo Zanu-PF delle violenze del Gukurahundi avvenute negli anni 80 ad opera della famosa quinta brigata nel Matabeleland e si oppose anche alle riforme agrarie del 2000 che portarono all’esproprio delle terre ai proprietari bianchi. Per questo fu accusato dallo Zanu-PF di essere un “pupazzo” manovrato dall’occidente.
Vita dura
Perfino i suoi più acerrimi nemici e detrattori gli riconoscevano coraggio e determinazione. Già nel 1997 quando era segretario generale del Zimbabwe Congress of Trade Unions (ZCTU) sopravvisse a un tentativo di omicidio, quando degli assalitori tentarono di gettarlo dal 10° piano di un palazzo. Aveva fatto l’errore di organizzare proteste contro un aumento delle tasse a vantaggio delle pensioni per i veterani dell’indipendenza.
Poi dal 1999, quando aiutò a fondare il Movement for Democratic Change (MDC) che denunciava il degrado sociale causato da corruzione e malgoverno sotto lo Zanu-PF di Mugabe e organizzava proteste, la vita si face più dura. Tsvangirai fu arrestato per tradimento e incitamento alla violenza quattro volte nel 2000, nel 2003, nel 2007 (durante la quale venne pesantemente torturato) e nel 2008, ma fu sempre scagionato.
Poi arrivò la morte della moglie, Susan Mhundwa, in un incidente stradale nel 2009 e la scoperta della malattia nel 2016 che lo costrinse a recarsi frequentemente nel vicino Sudafrica per ricevere le cure.
Rischio opposizione divisa
Già prima dell’annuncio della sua morte ieri sera, all’interno dell’MDC erano iniziate a nascere delle fratture, legate principalmente alla sua successione. La base del partito sembra sempre più confusa e divisa in varie fazioni. Nelson Chamisa, uno dei vice nel partito, sostiene che Tsvangirai aveva designato lui come presidente ad interim quando era nel pieno delle sue facoltà, ma ci sono anche Elias Mudzuri e Thokozani Khupe che cercano di imporsi. Mudzuri è volato a Johannesburg per cercare di assicurarsi l’appoggio di una parte della famiglia ed è stato uno dei pochi ad entrare nella stanza d’ospedale del leader morente. La signora Khupe, dal canto suo, ritiene di essere la sola a poter rivendicare il ruolo, perché eletta durante una conferenza del partito.
In tutto ciò resta aperta la questione della grande Alleanza con altri sette partiti d’opposizione che Tsvanigari aveva iniziato a creare nel 2017 per battere lo Zanu-PF. È difficile ora capire chi si schiererà con chi e se il progetto sia ancora in ballo. Cosa faranno figure di rilievo come Joice Mujuru e l’ex ministro delle Finanze Tendai Biti, con i loro schieramenti?
Di sicuro la perdita di Tsvangirai rappresenta un forte handicap per l’opposizione e una manna dal cielo per il presidente di transizione Emmerson Mnangagwa, in vista del voto che dovrebbe svolgersi prima di luglio e che ha assicurato “sarà libero e regolare”. Anche se ci sono forti dubbi sulla svolta democratica dello Zanu-PF questo voto è comunque una grande occasione per lo Zimbabwe.