Elezioni in Nigeria
Domani si vota nel paese più popoloso e con l’economia più grande dell’Africa. Molti i problemi da risolvere sia sociali che economici. Il principale però resta quello dei terroristi Boko haram. Clima teso. A contendersi i voti il presidente uscente Goodluck Jonathan e Muhammadu Buhari. La credenza religiosa potrebbe essere determinante.

Il colosso africano, la Nigeria, domani andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente tra i 14 aspiranti, tra cui, per la prima volta, una donna, Oluremi Sonaiya. Il clima non è certo dei migliori. Chiuse le frontiere fino al termine delle operazioni di voto, Boko Haram che è tutt’altro che sconfitta, e i due principali contendenti alla poltrona presidenziale che firmano un accordo di pace. Tutto sembra essere surreale.

Nell’accordo di “pace preventivo” firmato ieri, i due “avversari”, il presidente uscente Goodluck Jonathan del partito democratico del Popolo, e Muhammadu Buhari del parito All Progressives Congress, già capo della giunta militare dal 1983 al 1985, hanno promesso solennemente di promuovere un clima di pace durante il voto e non fomentare tensioni religiose o etniche fra gli elettori. Promesse solenni giustificate dalle appartenenze religiose e territoriali dei due contendenti.
Buhari, infatti, è musulmano e originario del nord del paese, mentre Jonathan è nato e cresciuto  politicamente nel sud petrolifero e per lo più cristiano. Nella firma dell’accordo di pace preventivo pesa il precedente del 2011. Quando fu annunciata la vittoria di Jonathan su Buhari, anche allora candidato, si scatenarono disordini di natura politica, sociale ed etnica. In pochi giorni nel nord della Nigeria ci sono stati quasi mille morti.

Paese con enormi problemi
La resa dei conti è dunque giunta alla svolta. Ma la domanda più pressante è questa: riuscirà il nuovo presidente, qualunque esso sia, a far cambiare rotta al paese? Difficile dirlo anche perché gli insuccessi, o meglio, la volontà di mantenere lo status quo che ha sempre caratterizzato la politica delle classi dirigenti nigeriane, non fanno ben sperare.
I temi da risolvere sono tanti ed enormi: redistribuzione della ricchezza, la questione della terra che è stata spesso alla base delle lotte interetniche e interreligiose, i diritti umani, una democrazia realmente funzionante, la  lotta alla corruzione, che è il vero motore dello stato e infine la sconfitta di Boko haram.

Questione Boko haram
Quest’ultimo tema ha caratterizzato buona parte della campagna elettorale. Ma non solo. Le elezioni, inizialmente previste per il 14 febbraio, sono state spostate proprio a domani perché le autorità preposte a garantire il corretto svolgimento del voto non erano in grado, all’epoca, di garantire la sicurezza della popolazione. E, poi, pomposamente, il presidente ha annunciato che Boko haram sarebbe stato sconfitto proprio entro la data delle elezioni, il 28 marzo. Niente di più falso (Nonostante le notizie dell’ultima ora sulla riconquista della roccaforte degli Jihadisti n.d.r). Di recente, infatti, intervistato dalla Bbc, Jonathan ha dovuto ammettere che le sue truppe «non impiegheranno più di un mese» per riconquistare il territorio controllato da mesi dai terroristi islamici di Boko haram. «Si stanno indebolendo sempre più ogni giorno che passa», anche se il presidente uscente ha dovuto riconoscere che le forze di sicurezza sono state lente nel rispondere all’avanzata dei cosiddetti “talebani d’Africa” nel nord-est del paese.

Nemico terribile
I miliziani islamici, dietro le loro recenti sconfitte, lasciano sempre una scia di morte e disperazione. Secondo fonti locali riportate dall’agenzia Reuters, i miliziani islamisti avrebbero rapito tra 400 e 500 donne e bambini, nella città di Damasak, nel nord della Nigeria. E prima di lasciare il centro abitato nelle mani delle forze di sicurezza del governo centrale, hanno ucciso più di 50 persone. Ma non solo, l’ultimo orrore in ordine di tempo si è verificato nel villaggio di Bama dove l’esercito ha scoperto i corpi di giovani donne massacrate dagli islamisti e gettate nei pozzi «per preservarne la purezza da mani infedeli».
All’appello, inoltre, mancano ancora le 219 ragazze rapite l’aprile dell’anno scorso a Chibok  in un raid dei jihadisti, un’azione che inizialmente fu messa a tacere proprio dal presidente e che diede il via a una sollevazione internazionale (si ricordi #BringBackOurGirls) che, tuttavia, si è spenta nell’indifferenza totale. È passato un anno da quel rapimento. Delle ragazze non si sa nulla.

Cambiamento o Continuità?
Domani, intanto i nigeriani (gli aventi diritto al voto sono 68 milioni) dovranno decidere chi guiderà il paese nei prossimi anni. Non esistono sondaggi credibili. Anche se per il giornalista e blogger nigeriano, Tolu Ogunlesi, sentito dalla Misna, il «rinvio del voto ha alterato il gioco. Bisogna capire fino a che punto». Il giornalista, opinionista di Al Jazeera, il Guardian e del Financial Times, ha l’impressione che nelle ultime settimane «si siano rimescolate le carte e che i sostenitori di Buhari non siano poi più tanto convinti di vincere».
Boko haram ha tolto voti a Jonathan, perché molti nigeriani ritengono che Buhari sia in grado più di altri, per la sua fama di uomo forte e nemico inflessibile della corruzione, di porre fine alla parola terrorismo nel  nord del paese. Ma è altrettanto vero che, alla fine, dentro le urne prevarrà l’appartenenza etnica e religiosa. Difficile pensare, per esempio, che nel Delta del Niger gli elettori non si faranno influenzare dall’affinità etnica con il presidente uscente. Poco conteranno, nella scelta del candidato, gli errori, le inefficienze e l’inerzia del presidente uscente. E in un paese normale a giocare a sfavore di Jonathan non c’è solo l’inerzia nei confronti di Boko haram e l’incapacità di garantire la sicurezza dei suoi cittadini, ma anche i risultati disastrosi dal punto di vista economico: «Per quattro  –  sottolinea il blogger Ogunlesi – dei cinque anni nei quali è stato presidente (Jonathan ndr.) i prezzi del petrolio sono stati alti, ma il suo governo non è riuscito a mettere da parte quasi nulla. Nel Delta del Niger si continua a rubare il greggio mentre i sussidi per il carburante si mangiano un pezzo del Pil. Nonostante le circostanze fossero favorevoli, in economia non ha fatto bene”. In un paese normale tutto ciò avrebbe un solo esisto: la sconfitta per provare ad ottenere un qualche cambiamento. Ma in Nigeria, forse, non andrà così.

Nella foto in alto il Presidente nigeriano Goodluck Jonathan (a sinistra) assieme al principale avversario in queste elezioni il Muhammadu Buhari (a destra). (Fonte: Bbc.com). Sopra una cartina che indica la distribuzione della popolazione di religione musulmana nel paese. Un dato che potrebbe fare la differenza in queste elezioni.