Sudafrica
A partire da gennaio, lingua e cultura della Cina trovano spazio nelle scuole pubbliche sudafricane. La decisione delle ministero dell’istruzione trova l’opposizione del sindacato degli insegnanti, che parla di nuovo colonialismo. Pechino è il primo partner commerciale di Pretoria.

Gli allievi delle scuole pubbliche sudafricane potranno imparare il cinese.

Lo ha annunciato una circolare del ministero dell’istruzione, precisando che dall’inizio del prossimo anno scolastico (gennaio 2016) il cinese mandarino (lingua ufficiale in Cina) sarà una materia opzionale per gli studenti dai 9 ai 15 anni e che nel 2017 l’insegnamento verrà esteso anche all’ultimo biennio della scuola superiore. Il governo di Pechino invierà in Sudafrica un centinaio d’insegnanti mentre altrettanti sudafricani andranno in Cina per specializzarsi nella lingua di Mao Tse Tung.

Dell’iniziativa è più che soddisfatta Angie Motshekga, ministro dell’istruzione primaria, convinta che l’apprendimento del mandarino sia una grande opportunità: la Cina è il più importante partner commerciale di Pretoria e impararne lingua e cultura rappresenta un vantaggio per i giovani.

Di tutt’altro avviso è invece il sindacato degli insegnanti Sadtu (South African Democratic Teachers’Union). Il segretario generale Mugwena Maluleke ha definito l’introduzione del cinese nelle classi una nuova forma di colonialismo: «Ci opporremo in tutti i modi, è prioritario l’insegnamento di lingue come lo zulu o lo xhosa (le più parlate in Sudafrica). Se la Cina vuole mandare dei professori, sarebbe meglio che siano esperti nel campo della matematica o delle scienze».

Il mandarino non sarà la sola lingua straniera che dal 2016 potrà essere inserita nei piani studi dei ragazzi sudafricani: le opzioni sono più di una decina e comprendono greco, tedesco, francese, italiano, portoghese, spagnolo e anche latino, tamil, urdu. È però l’unico idioma che è stato oggetto di circolari ministeriali. E questo ha messo in allerta il Sadtu che accusa il dipartimento del ministero di essersi piegato alle ingerenze cinesi. Può esistere un nesso, ipotizza Maluleke, fra la distribuzione di tablet made in China nelle scuole della provincia di Gauteng e l’attenzione preferenziale attribuita alla lingua cinese dai funzionari del ministero.

Respinge le critiche Lyu Jiangao, direttore del Confucius Institute all’università di Johannesburg: «Non sono d’accordo. Il Sudafrica e la Cina fanno entrambi parte dei paesi Brics (economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e la comprensione reciproca va incoraggiata». Compito dei Confucius Institutes – ne sono presenti 42 in tutto il continente africano – è la promozione della lingua e degli scambi culturali.

«Il Confucius Institute dell’Università di Johannesburg offre corsi a 150 universitari e membri dello staff, accompagnerò personalmente un gruppo di studenti d’ingegneria in Cina. Alcuni di loro sono interessati a trovare un lavoro nella Repubblica popolare cinese dopo la laurea», aggiunge Lyu, professore alla Nanjing Tech University, inviato in Sudafrica da Hanban, agenzia del ministero dell’istruzione cinese che dalla sua fondazione, nel 2004, sovrintende i 400 Confucius Institutes del mondo.