Alla vigilia dell’inaugurazione dell’impianto il presidente Tandja ha incontrato i leader dei ribelli
Inaugurato l’impianto di Imouraren: dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all’anno. Un progetto così importante da spingere il governo nigerino ad accordarsi con la ribellione tuareg. La francese Areva continuerà a sfruttare le miniere in barba al rispetto dell’ambiente e ai diritti dei lavoratori.

Sarà la miniera di uranio più importante dell’Africa, la seconda nel mondo; in base alle previsioni, a partire dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all’anno per i prossimi 35 anni: si tratta del giacimento di Imouraren, nel nord Niger, a 200 chilometri dalla città di Agadez.

Lunedì 4 maggio sono stati inaugurati i lavori per la costruzione dell’impianto estrattivo; a posare la prima pietra, in presenza del ministro della cooperazione francese e del presidente della francese Areva Anne Lauvergeon, è stato lo stesso presidente nigerino Mamadou Tandja.

Il progetto, che costerà da 1,2 a 1,5 miliardi di euro, nasce sulla base di un accordo firmato tra Areva e il governo del Niger il 5 gennaio scorso, che riconosce al gruppo francese il diritto di sfruttare il giacimento. L’accordo prevede che Areva detenga il 66,65% della società creata in vista dello sfruttamento del giacimento, il restante 33,35% è invece di proprietà dello stato del Niger. Areva assicura che grazie alla miniera verranno creati fino a 5mila posti di lavoro, tra diretti e indiretti.

Ad impedire che i lavori cominciassero prima sono stati la concorrenza della Cina e del Canada nell’assegnazione degli appalti per lo sfruttamento delle miniere di uranio, e soprattutto gli scontri armati tra l’esercito nigerino e la ribellione tuareg, che chiede di poter godere dei proventi dell’uranio, di cui la regione è ricca. Il nord del paese, abitato in prevalenza da popolazioni tuareg, è l’area più arretrata del Niger. La lotta armata, proseguita per anni, con fasi alterne di contrasti più o meno cruenti, sembra però finalmente risolta: negli ultimi 2 mesi l’atteggiamento del presidente Tandja nei confronti dei ribelli è cambiato radicalmente, tanto da prospettare ora un’amnistia per chi depone le armi.

Il governo nigerino è passato dal considerare i ribelli tuareg (due i principali movimenti: il Movimento dei nigerini per la giustizia -Mnj- e il Fronte patriottico del Niger -Fpn- ) “banditi e trafficanti di droga”, ad aprire un tavolo con loro per il dialogo.

Un cambiamento repentino, influenzato sicuramente dalle necessità politiche e dalle prospettive economiche. Per sostenere l’imponente progetto di Imouraren si è scomodato perfino il presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel suo recente tour africano ha fatto tappa il 27 marzo proprio a Niamey (capitale del Niger), che incontrando le autorità nigerine ha chiesto di accelerare i tempi per risolvere i contrasti con i ribelli.

Ad inizio aprile un incontro a Tripoli tra delegati del governo nigerino e rappresentanti dei gruppi ribelli aveva già posto le basi per un cessate e il fuoco. Domenica 3 maggio Tandja ha dato alla prospettiva di pace una dimensione più concreta, incontrando per la prima volta dopo 2 anni i leader tuareg ad Agadez, nel nord del paese, chiedendo loro di deporre le armi in cambio di un provvedimento di amnistia. Al momento, però, nessun documento ufficiale sancisce la fine degli scontri.

Imouraren: un impatto devastante

L’apertura del cantiere ha subito suscitato polemiche e proteste, sia da parte della società civile francese (che segue con attenzione gli interessi di Areva in Africa), che da parte delle associazioni per i diritti umani in Niger e quelle per la tutela dell’ambiente. Le attività di estrazione dell’uranio stanno contaminando le già scarse risorse idriche, perché i giacimenti a cielo aperto non rispettano le norme di sicurezza. A farne le spese non sono solo i minatori, costretti a respirare le polveri velenose di radon, gas radioattivo emanato dalle rocce del sottosuolo portate alla luce, ma tutte le popolazioni che vivono vicino alle miniere.

Un collettivo di ong francesi ha denunciato che Imouraren sarà l’ennesimo “scandalo nello sfruttamento dell’uranio nigerino”. L’attività estrattiva, secondo le associazioni francesi, “non contribuisce né allo sviluppo del paese né al miglioramento del tenore di vita dei nigerini” e avrà “conseguenze sanitarie e sociali disastrose per la popolazione locale e per l’ambiente”. In base ad uno studio realizzato dall’associazione francese Criirad ad Arlit, altro giacimento sfruttato da Areva in Niger, le falde acquifere vicino all’impianto sono altamente contaminate. Masse enormi di rifiuti radioattivi, residuo dello sfruttamento minerario, vengono lasciate all’aperto, e vengono riutilizzate e riciclate dalla popolazione, inconsapevole dei rischi. Un precedente di Areva che le ong temono si ripresenti a Imouraren.

Polemica anche la società civile nigerina, favorevole allo sfruttamento dell’uranio, ma che chiede a governo e Areva il pieno rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Anche tra le realtà sociali nigerine, per esempio l’organizzazione Rotab, è forte il timore di uno sfruttamento sconsiderato e della mancanza di controllo nei confronti di Areva, non solo per la tutela ambientale, ma anche per il trasporto di materiali radioattivi e la protezione del personale impiegato.

Le promesse di Areva

Grazie a 2 convenzioni rispettivamente del 1968 e del 1974, il colosso nucleare francese Areva lavora in Niger da oltre 40 anni, anche attraverso le sue filiali locali, Cominak e Somair.

Gli importanti giacimenti hanno arricchito una ristretta élite nigerina, e ingrassato le casse della società francese, lasciando alle popolazioni locali solo le briciole. Una situazione insostenibile, diventata la principale causa della ribellione dei tuareg. Nonostante la ricchezza, la regione è infatti rimasta la più povera e arretrata del paese. La contaminazione dei terreni rende inoltre l’agricoltura impossibile e danneggia anche l’allevamento, praticato dalle tribù nomadi. Le miniere inoltre consumano ogni anno 8 milioni di m3 di acqua, esigenza che pesa sulle già scarse risorse idriche.

Negli anni scorsi Areva è stata accusata di sostenere i ribelli: il contrasto militare le permetteva di gestire meglio i suoi affari, e di eludere così il controllo sulle misure di sicurezza all’interno dei suoi impianti. Ma il colosso francese è anche accusato di aver spinto il governo di Niamey ad espropriare terreni di proprietà delle tribù locali. Secondo le associazioni per i diritti dei tuareg, le compagnie nucleari occidentali, soprattutto Areva, dovrebbero versare almeno 200 milioni di euro come rimborso alle popolazioni nigerine. Un dato confermato anche dalle fonti delle agenzie delle Nazioni Unite.

Per cercare di ripulirsi la coscienza e di rendere la propria immagine più presentabile, in occasione dell’accordo su Imouraren,  Areva ha accettato le richieste del governo di Niamey di alzare del 50% il prezzo dell’uranio proveniente dalle miniere a cielo aperto di Arlit e di Akokan. Ha inoltre promesso di investire 6 milioni di euro nei prossimi 5 anni in attività di sostegno alle popolazioni locali, nei settori della sanità, dell’educazione, dell’accesso all’acqua. Tra queste iniziative un osservatorio sanitario e sociale, che controllerà anche le attività di Areva in Gabon, concordato dall’azienda francese con l’ong Sherpa. Ma le promesse non si sono fermate qui: ha assicurato che i lavoratori nigerini avranno un trattamento salariale in base agli standard francesi.

La società civile nigerina e le associazioni per la tutela dei diritti umani, dei lavoratori e dell’ambiente restano però scettiche. Difficile dar loro torto.

 

Per affrondire, cerca con il motore in alto:

Nuovo accordo Cina-Niger   12/06/2008

Tuareg contro le multinazionali dell’uranio    14/11/2007