Secondo l’Oms l’Africa, e soprattutto i paesi a risorse limitate come l’Rd Congo, si troveranno a dover far fronte a una pandemia silenziosa e occulta, se i suoi leader non daranno priorità al test per il Covid-19.

In Africa i casi di contagio da coronavirus hanno superato 1,2 milioni, con un bilancio di 28.289 decessi e 931.018 guarigioni. Lo riferisce il Centro africano per il controllo e la prevenzione (Cdc). I 5 paesi che presentano la maggioranza dei casi: Sudafrica (613.017), Egitto (97.619), Nigeria (52.800), Ghana (43.717) e Marocco (54.528). Per i decessi le prime 5 nazioni sono Sudafrica (13.308), Egitto (5.298), Algeria (1.456), Nigeria (1.007) e Marocco (1.007).  

Numero dei test effettuati su un milione di abitanti

La media di tamponi realizzati è di 420 per 100mila ma con grandi differenze in un continente di 1,3 miliardi di abitanti. In un momento in cui il numero di nuovi casi di infezione da coronavirus ha oltrepassato i 18 milioni, l’Africa ancora conta su una piccola frazione di infezioni con oltre 1 milione di casi confermati e oltre 25mila morti.

Eppure, i dati ufficiali quasi certamente non raccontano la vera storia: il test tramite tampone nei paesi africani è approssimativo nel migliore dei casi e qualche volta inesistente. Globalmente, sono stati realizzati attraverso il continente 4.200 test per 1 milione di abitanti, in accordo con un’analisi realizzata dal Centro africano per il controllo delle malattie e la prevenzione (Africa Cdc), creato dall’Unione africana nel 2017. Dato che va comparato con una media di 7.650 in Asia e 74.255 in Europa.

Il Sudafrica, che conta su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, aveva realizzato più di 2 milioni di test. Fino a oggi ha contato più di 500mila casi, oltre il 40% dei casi in Africa.

In Africa Occidentale, il Ghana resta senza rivali nel numero dei tamponi: 450mila test, di cui i positivi sono oltre 40mila. Mentre tre nazioni nordafricane, che stanno combattendo contro  militanti islamisti, hanno realizzato 35mila test in tutto. In Africa occidentale alcune nazioni hanno le capacità di laboratorio per processare 300 test giornalieri ma al momento hanno il personale per praticarne solo 100-200.

La Nigeria, nazione africana maggiormente popolata, aveva le capacità di laboratorio per processare 10mila test giornalieri, ma tecnici non sufficienti e problemi logistici hanno reso difficoltoso processare più di 2.500 test al giorno. Ciononostante la Nigeria, con quasi 50mila casi, rimane la terza nazione del continente per numero di casi di Covid-19, dopo Sudafrica ed Egitto.

Sulle 54 nazioni del continente, solo Sudafrica, Marocco, Gibuti e Ghana sono stati capaci di realizzare i test in modo massivo.

La Tanzania non aveva pubblicato dati nazionali fino a l’8 maggio, quando vennero in un sol colpo registrati 509 casi e 21 morti. Dato poi rimasto invariato fino ad oggi. Nessun altro caso né decesso segnalato da quella data! La negligenza della Tanzania nel voler condividere l’informazione concernenti i suoi dati epidemiologici ha frustrato i paesi vicini, fra cui la Rd Congo che teme che ciò che sembra guadagnato grazie a lunghi dolorosi mesi di lockdown sul proprio territorio, possa essere compromesso se i tanzaniani attraverseranno i confini “porosi”.

Nella Rd Congo il diffondersi del virus sembra oltrepassare la capacità di realizzare i test. Fortunatamente, il numero di casi gravi è stato bassissimo e tutti o quasi registrati nella capitale, ma se dovessero aumentare, il fragile sistema sanitario congolese ne uscirebbe asfissiato. Il numero dei casi in Repubblica democratica del Congo arriva oggi a quasi 10mila, con oltre 200 morti, ma con meno di 700 casi segnalati solo nelle ultime due settimane, con una media quindi di circa 50 casi giornalieri.

Quindi, in apparenza, la curva è entrata in fase di discesa e ciò ha indotto il governo a dichiarare la fine del lockdown (decretato dal 18 di marzo scorso con la drastica chiusura di scuole, chiese, Università e delle frontiere) per il 3 agosto, con ripresa degli insegnamenti nelle scuole (per ovvi motivi possibili solo in presenza), nelle Università dal 10 agosto e dei voli internazionali dal 15 agosto.

Ai viaggiatori da Europa, Asia, Americhe viene richiesto di presentare il risultato di un test datato almeno 72 ore prima. Ma la quarantena, prevista fino al 14 agosto, sembra appartenere al passato. Anche per viaggiatori da paesi ad alto rischio!

Ma se si guardano i dettagli, sorge il dubbio sulla veridicità dei dati: si oscilla ripetutamente da 0 a oltre 200 casi giornalieri, specialmente nel lungo periodo in cui il solo centro di realizzazione dei tamponi era l’Inrb di Kinshasa, che doveva dividersi fra i campioni virologici delle contemporanee epidemie di morbillo in tutto il territorio nazionale e di Ebola nella provincia dell’Equatore.

Sono stati necessari tre mesi al ministero della Salute per cominciare a realizzare tamponi anche fuori Kinshasa. Infatti, nei primi tre mesi l’epidemia sembrava limitarsi alla capitale ma il 3 giugno scorso è stato segnalato il primo caso di Covid-19 a Kenge: una bambina di 12 anni, sintomatica ma senza segni di gravità, rimasta in famiglia e confermata positiva anche dopo la guarigione clinica.

Ma quasi ovunque all’interno del paese i problemi logistici come l’assenza di strade fanno sì che servano almeno 15 giorni per avere i risultati e che un test negativo non escluda la presenza del virus nel paziente testato. Pesa infatti sull’affidabilità del campionamento la carenza di materiale per prelevare i test e la sfida del trasporto di campioni su distanze enormi senza una catena del freddo e senza veicoli (all’interno del paese ci si affida solo a moto cinesi).

Percentuale dei test positivi sul totale effettuati da Nazioni Unite, Centro Africano per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione (Africa CDC)

Dunque è difficile per l’Oms dare istruzioni sul comportamento del governo in rapporto alla riapertura quando si dispone dell’accesso solo a una parte dei dati: “Non possiamo aiutare una nazione contro i suoi propri desideri”. In alcune nazioni, si stanno organizzando seminari senza nemmeno invitare l’Oms che si suppone essere il principale consulente tecnico. Ciononostante non si rivela quali nazioni falsificano i dati, sapendo che necessita preservare delle buone relazioni di lavoro con i governi.

Perché dati parziali e quindi non rappresentativi di una realtà epidemiologica? Per la mancanza di materiale di protezione, equipaggiamento, personale e finanze che hanno portato la Rd Congo e molti paesi africani poveri a dover limitare il numero dei test.

Steve Ahuka, membro del comitato nazionale Congolese di risposta al Covid-19, e in genere il personale medico che opera alla periferia del sistema sanitario, denuncia la carenza di laboratori e personale, e l’assenza di strade e di mezzi.

Ovviamente, più vengono realizzati i test, più casi sono confermati positivi; ma a un’analisi dettagliata si scopre che in almeno 30 nazioni il numero di risultati positivi sta aumentando più rapidamente rispetto al numero di test realizzati. Nella sola giornata di ieri in Sudafrica sono stati registrati oltre 2.600 casi positivi!

Il che suggerisce che il virus si sta diffondendo più rapidamente di quello che viene monitorato. La percentuale crescente di positivi sul totale dei test effettuati – che in alcuni paesi, come il Sudan, supera il 40% – esprime una realtà inquietante: in Africa non vengono registrati troppi casi di infezione da coronavirus, semplicemente perché il numero di test realizzati è insignificante.

Condividere l’informazione è vitale per far fronte alla pandemia in Africa, sia per pianificare una risposta, sia per mobilizzare i finanziamenti, ma i nostri governanti sono riluttanti a riconoscere la crescente epidemia e ad esporre il loro vacillante sistema sanitario alla valutazione internazionale.

Altre nazioni, e soprattutto la Rd Congo, semplicemente non possono processare in modo significativo i campioni per realizzare i test sierologici perché sono oppressi dalla povertà e dai conflitti. E con i conflitti, le epidemie, soprattutto l’Ebola, che grava sul solo vero laboratorio di analisi virologica, l’Inrb di Kinshasa, che già stenta a monitorare i dati di Ebola e hiv.

Anche in momenti non di emergenza, la raccolta dati in Rd Congo è problematica e la qualità non è affidabile a livello nazionale, di fronte a una popolazione perennemente sotto stress e che adesso, con l’emergenza, rischia il collasso di un sistema sanitario fragile, soprattutto sotto il profilo assistenziale.

Dai primi casi di coronavirus, in marzo, il paese ha confermato quasi 10mila casi, soprattutto a Kinshasa. Ma le autorità sanitarie all’interno del paese dichiarano una carenza di test e una diffusa stigmatizzazione a riguardo, per cui il vero numero di nuove infezioni starebbe ben al di sopra dei dati ufficiali.

La Rd Congo è una nazione di 85 milioni di abitanti che sta già combattendo contro l’Ebola ma anche contro altre malattie epidemiche come il morbillo o endemiche come la malaria, la tubercolosi, l’hiv. La cura delle grandi endemie coperte dal Fondo Mondiale è stata sconvolta dal lockdown, che ha impedito un vero follow-up dei malati sotto trattamento.

Mentre l’attenzione mondiale si concentra nella lotta contro il coronavirus, la Rd Congo sta lottando per anche arrestare il diffondersi incontrollato del morbillo e di una nuova epidemia di Ebola. L’effetto cumulativo delle tre epidemie che gravano sull’assistenza sanitaria e sui laboratori di diagnosi virologica, sta scuotendo le masse. Le comunità hanno bisogno di sostegno internazionale per affrontare queste multiple sfide allo stesso tempo.

Il virus Ebola sta diffondendosi nel nordovest del paese attraverso contatto diretto con liquidi corporei di una persona infettata. Una nuova epidemia a Mbandaka, capoluogo della provincia di Equateur, annunciata a fine maggio, figura come l’undicesima nella Rd Congo da quando il virus venne scoperto nel 1976.

La Nazione sta anche combattendo contro una epidemia di morbillo che ha ucciso più di 6mila persone, quasi tutti bambini malnutriti, non vaccinati perché a causa del lockdown le campagne di vaccinazione, sia di routine che di massa, necessarie a mantenere l’immunità di gregge contro il morbillo, si sono arrestate. E il morbillo, che già aveva colpito duramente nel 2019, è riesploso nel 2020.

Il governo è stato in realtà molto tempestivo nel sospendere i voli internazionali, chiudere le frontiere, le scuole, le chiese e le università in tutto il paese e nell’imporre il lockdown a una larga parte della capitale Kinshasa quando il virus scosse il paese nella metà di marzo registrando i primi casi di importazione, ancor prima di avere confermato la trasmissione locale.

Felix Tshisekedi, che da gennaio 2019 è diventato inaspettatamente presidente dopo la proclamazione di risultati elettorali visibilmente manipolati, ha dichiarato il lockdown dal 18 marzo. Il governo aveva promulgato un piano strategico di risposta alla pandemia di Covid-19 che, dichiarando il lockdown per Kinshasa, prometteva anche a tutto il personale sanitario che sta lottando contro il coronavirus un aumento dei salari (per i pochi agenti sanitari privilegiati che già ne usufruiscono e con un salario medio inferiore a 40$ al mese) e un bonus per tutti gli altri.

Ma, come vedremo, la promessa del bonus non è mai stata mantenuta e il personale sanitario in Rd Congo continua a non essere pagato. Anche quando esposto al Covid o al più letale Ebola.

La mafia sui fondi per la lotta contro il Covid-19

Lo scorso 8 luglio i membri del ministero della salute sono stati accusati sui social di aver ricevuto tangenti sui contratti con il governo per la risposta strategica contro il coronavirus mentre il personale del settore salute continua a non venir pagato da mesi. La denuncia è emersa mercoledì 8 luglio in una lettera confidenziale del deputato Albert M’peti Biyombo indirizzata al primo ministro ma che è stata diffusa largamente sui social.

Biyombo richiama nella lettera una sua precedente petizione per un audit finanziario della risposta strategica, questo dopo che il ministro della Salute Eteni Longondo aveva firmato per un esborso importante di fondi – per ambulanze, letti e altri equipaggiamenti sanitari – senza però ottenere l’approvazione della camera dei deputati, quindi violando palesemente le regole di buon governo.

“Sono messo regolarmente sotto pressione per firmare documenti finanziari non conformi” denuncia Biyombo, portando ad esempio il pagamento di bonus destinati al trattamento contro il coronavirus che sarebbero stati sborsati a favore di un ospedale non designato per la cura gratuita del Covid-19 da parte del governo.

La lettera accusava dei membri non nominati – e quindi tuttora non identificati – del gabinetto, di collusione con una rete “mafiosa” all’interno il ministero della Salute, per impossessarsi dei fondi di aiuto alla lotta contro il coronavirus messi a disposizione dal governo e dai suoi partner, mentre gli ospedali pubblici mancano di tutto, dai farmaci agli equipaggiamenti di base.

Queste denunce probabilmente peggioreranno ulteriormente i rapporti della classe dirigente – super pagata – con coloro che lottano contro l’epidemia di coronavirus in Rd Congo.

Il personale sanitario non ha finora ricevuto che informazioni contraddittorie riguardo alla maniera in cui il governo avrebbe utilizzato i fondi destinati alla risposta strategica e a dove sarebbero finiti.

Constatata la promessa tradita, lo scorso luglio il personale sanitario nella capitale Kinshasa ha iniziato uno sciopero parziale per protesta per il mancato pagamento di bonus e di salari per mesi. Gli infermieri della capitale hanno interrotto il lavoro riducendolo a un servizio minimo. In una lettera al primo ministro, un’associazione di personale sanitario domandava quattro mesi di bonus, i salari aumentati e il supporto del governo alle famiglie dei loro colleghi deceduti a causa del Covid-19.

Questo sciopero parziale, iniziato il venerdì 3 luglio, sta proseguendo non solo nella capitale Kinshasa, dove sono stati registrati la grande maggioranza dei quasi 10mila casi del Congo, ma anche nelle due vicine province del Bas Congo e del Kwango, dove si trovano Kenge e Kimbau.

“Malgrado il personale sia in sciopero, assicuriamo i servizi minimi” dichiara il portavoce dei scioperanti. Essi denunciano che, mentre ci sono squadre di dottori e infermieri che stanno operando in ospedali e nella ricerca di contatti sul territorio per il follow up dei casi positivi,  i politici intascano i soldi dei compensi provenienti dall’Oms. “Questa rete mafiosa gode dell’appoggio politico di chi dovrebbe invece utilizzare i fondi a beneficio delle strutture a cui erano destinati”.

Il ministro della Salute Longondo non ha dato alcuna risposta a chi chiede spiegazioni. Si è limitato a dichiarare a una radio locale che il pagamento del bonus per il personale sanitario, promesso da marzo, è stato posticipato perché le liste degli aventi diritto sarebbero state gonfiate.

In marzo, il ministro della Salute predecessore di Longondo, Omente Ilunga, venne condannato a cinque anni di lavori forzati per aver fatto sparire più di 400mila dollari destinati alla risposta strategica per il virus Ebola. Queste denunce sono ancora più gravi in un paese dove migliaia di rifugiati avrebbero dovuto beneficiare di fondi internazionali per garantire acqua pulita e sapone, oltre che cibo per prevenire la malnutrizione, particolarmente fra i bambini.

Il 15 agosto è stata la volta del personale sanitario che a Mbandaka lotta contro l’Ebola, di scioperare per il mancato pagamento di salari e di indennità. Lo sciopero è durato tre giorni. Con pochi risultati.

Gli aiuti internazionali dovevano anche essere usati per approvvigionare al personale sanitario con equipaggiamenti di protezione individuale per proteggere i malati e loro stessi. I medici e gli infermieri sono morti perché costretti a lavorare senza un equipaggiamento adeguato.

Il numero di casi confermati in Congo è dapprima raddoppiato fra aprile e maggio arrivando a oltre 7mila, poi la curva dei nuovi casi giornalieri è entrata in fase di stallo. Gravando oltremodo su un sistema di assistenza mal equipaggiato, dove alcuni ospedali hanno cominciato a rimandare indietro i malati.

In questo contesto gravemente discriminatorio, altre gravi patologie endemiche come aids, tubercolosi, malaria – che grazie agli apporti finanziari del Fondo mondiale (che però transitano attraverso Ong confessionali come Cordaid e Sanru e non attraverso il governo) avevano evidenziato un migliore controllo e soprattutto avevano visto praticabile l’accesso universale alle cure – hanno ricominciato ad uccidere i più poveri. Le sedute di vaccinazione dei bambini di meno di 5 anni e di lotta contro la malnutrizione hanno subito un arresto durante l’intero periodo del lockdown. Privati della scuola, i bambini sono stati inoltre assorbiti dal lavoro minorile.

In più, il personale sanitario che si batte per arrestare la diffusione del virus nella capitale sta trovando una crescente ostilità da parte di alcune comunità, che includono sequestri ed attacchi. Dopo decadi di malgoverno manifesto, l’élite politica viene vista quasi ovunque come corrotta e inaffidabile. Fino a negare, in alcuni casi, l’esistenza stessa di una emergenza coronavirus.

I murales contro il Covid-19: come gli artisti congolesi combattono lo scetticismo della gente scrivendo sui muri

Nel centro di Kinshasa, molti murales  recentemente dipinti utilizzano figure della tradizione munite di maschere sanitarie o nell’atto di lavarsi le mani. E’ parte di una iniziativa dell’Accademia di Belle Arti per contrastare la pandemia del coronavirus nel paese. Questo mentre molta gente rimane poco cosciente o persino scettica sui rischi legati all’infezione soprattutto nella capitale, dove in molti dubitano perfino dell’esistenza stessa della malattia. Proprio a Kinshasa, città di oltre 12 milioni di abitanti, si contano la maggioranza di casi registrati.

Per aiutare a superare la sfiducia nelle autorità 10 artisti hanno dipinto il muro che circonda l’Accademia di Belle Arti con 12 murales illustrando l’urgenza per la gente di agire contro il virus. Alcuni riprendono temi religiosi, mentre altri sono grosse macchie di colori brillanti per attirare l’attenzione della gente. In una sezione, la gente saluta con i gomiti mentre sullo sfondo il virus resta chiuso dietro le sbarre di una cella di prigione.

Una scultrice della nostra diocesi ha contribuito alla campagna contro lo scetticismo crescente sulla realtà del virus, scolpendo sei statue di legno che riprendono icone simboliche della culture precoloniale, raffigurate mentre si lavano le mani e compiono altri atti protettivi contro la malattia. Il nkisi-nkondi (feticcio medicinale), statuetta utilizzata per la guarigione il cui spirito risanatore ha bisogno per essere attivato di stringerlo in mano conficcando le unghie nel legno, viene raffigurato mentre sta porgendo alla gente una maschera. Questo è il principale messaggio delle sculture: la protezione.

Eppure, mentre la pandemia si diffonde, Yekima, un popolare poeta congolese, il 27 giugno scorso ha messo in guardia il governo in un video musicale intitolato “Mpiak’corona”: “pentola vuota che cuoce” sui fornelli della gente che il lockdown sta lasciando ancora più povera e priva di mezzi di sostentamento.

A Kinshasa si vive vendendo per strada acqua ghiacciata, cibo e carne cotta alla brace, ma tutto si è arrestato per prevenire il contagio da Covid-19. “Il silenzio uccide, e adesso è troppo” canta Yekima: “Mentre i nostri governanti sono solleciti a ripeterci di essere attenti, perché fuori casa c’è una malattia di nome Covid”, canta nel suo stile “afro-slam”, un cocktail di poesia slam e ritmi moderni africani, “nelle case finora tutto ciò che troviamo è una ciotola vuota, una pentola vuota che cuoce, una tavola da pranzo vuota”.

Nei paesi impoveriti come la Rd Congo, dove si vive alla giornata e di economia informale, la gente deve scegliere fra la necessità di restare a casa, e morire di fame con i propri bambini, o uscire a cercare lavoro giornaliero e cibo, mettendosi a rischio di contagio.

In questo contesto sono soprattutto le donne che sono troppo spesso in prima linea sia nella ricerca del solo pasto giornaliero per tutta la famiglia, sia nell’impegno con i malati. Quindi ad alto rischio di ammalarsi e così trovarsi accusate di star diffondendo il virus. Le donne rischiano di venir etichettate di essere le nuove “untrici” del coronavirus. 

Nella Rd Congo il sistema sanitario era già stato messo a terra da decenni di conflitti e di negligenza, soprattutto nel settore della salute materno-infantile, in cui la prevenzione è molto più importante della cura. La prevenzione concerne non solo le complicazioni della gravidanza e del parto, come le emorragie e le infezioni puerperali, ma anche infezioni sessualmente trasmesse, aids incluso, complicazioni di aborti spontanei o provocati, gravidanze non desiderate e morti neonatali. La nuova pressione assistenziale provocata dalla pandemia ha aggiunto un carico ulteriore su un sistema sanitario già traballante e incapace di assicurare i servizi di base, specialmente per bambini e donne.

All’est del paese si sta anche consumando un genocidio che sta utilizzando la violenza sessuale come arma di guerra. Malnutrizione e infezione hiv costituiscono altrettanti fattori di mortalità legati al virus che rischiano di esplodere nei campi di rifugiati, dove la gente vive ammassata senza accesso ad acqua e servizi igienici; lasciando inoltre le donne scoperte nei bisogni della salute riproduttiva.

Alla fine di tutte queste vicende e di fronte ai tanti limiti, sembra quasi inspiegabile il dato che la curva epidemiologica del Covid-19 abbia presentato una brusca tendenza al ribasso: insufficiente numero di test? Propaganda del governo per far credere alla gente che la strategia di lotta al virus, nonostante le promesse mancate, è stata efficace? Ma su 100 test, 29 sono positivi!