Campagna contro il Ttip
Il Trattato di Partenariato Transatlantico (Ttip) è a un passo dalla sua approvazione finale. Solo una forte pressione dal basso potrà far capire ai nostri governanti ed europarlamentari che le persone non lo vogliono. La raccolta firme per l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) è l'unico mezzo per fermare la ratifica dell'accordo.

Una rete di più di 500 organizzazioni europee gestisce l’Iniziativa autonoma dei Cittadini Europei contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip). Un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea (Ue) e gli Stati Uniti d’America.

La campagna crede che questo trattato commerciale e d’investimento vada fermato, perché rappresenta una minaccia alla democrazia, alle leggi, all’ambiente, alla salute, ai servizi pubblici, così come ai diritti dei consumatori e dei lavoratori europei. L’unico strumento legale disponibile per fermare un trattativa, che l’Ue e gli Stati Uniti sembravano voler portare aventi i segreto, è l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), che può essere usata per esigere dalla Commissione Europea il suo coinvolgimento in alcuni temi e il cambiamento delle leggi. Servono 500mila firme. Una campagna Ice di successo, inoltre, impone un’udienza al Parlamento Europeo.

Per la campagna il mese di ottobre sarà cruciale, e per questo ha quindi esortato tutti coloro che vogliono aderire a informarsi sull’argomento, firmare la petizione, partecipare alla mobilitazione internazionale di ottobre 2015 che si terrà dal 10 al 16 ottobre in tutta Europa e negli Stati Uniti, e diffondere il messaggio. Per approfondire si possono comunque consultare i seguenti siti web: StopTtip Italia e StopTtip.org.

Tra le tante associazioni italiane che hanno aderito alla campagna sono presenti anche: Sbilanciamoci, Terra Nuova, Re:Common, Legambiente e Libera.

Ma cos’è il Ttip?
Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico con l’intento dichiarato di abbattere dazi e barriere non tariffarie tra Europa e Stati Uniti per la gran parte dei settori economici, rendendo il commercio più fluido tra le due sponde dell’oceano.

Un trattato molto delicato, negoziato in segreto tra commissione Ue e governo Usa fino alla fine del 2014 quando la società civile ha richiesto sempre più trasparenza, che vuole costruire un mercato unico tra Europa e Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità attualmente determinate dai nostri governi e sistemi democratici, verranno fortemente condizionate da organismi tecnici sovranazionali a partire dalle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

Il Trattato infatti prevede l’introduzione di organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti: Investor-State Dispute Settlement (Isds, Risoluzione delle controversie tra investitore e stato) consentirebbe alle imprese europee o Usa di chiedere compensazioni economiche agli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Un meccanismo rischioso che, se accompagnato da una definizione degli standard meno stringente, potrebbe mettere in discussione diritti acquisiti nonostante le rassicurazioni delle istituzioni europee, secondo le quali gli stessi non verranno abbassati. Un esempio riguarda gli standard agroalimentari, considerato che nei testi negoziali europei viene ribadito il ruolo centrale del Codex Alimentarius, l’organismo che fissa gli standard di qualità alimentare, dai residui di pesticida nei piatti all’uso di Ogm. Spesso i criteri usati dal Codex per la qualità degli alimenti sono più permissivi di quelli europei, e ogni variazione più restrittiva potrebbe essere considerata “distorsiva del mercato” e per questo sanzionata. La mancanza poi nei documenti ufficiali di ogni riferimento esplicito al “Principio di precauzione” è un ulteriore elemento di preoccupazione.

Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della commissione Ue e del ministero Usa competente valuterebbero l’impatto commerciale di regolamentazione nazionale, federale o comunitaria. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra Usa e Ue da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che andrebbe bloccata il prima possibile.