Giufà – Ottobre 2016
Gad Lerner

Non riuscendo ad appassionarmi più di tanto alla tenzone referendaria, questo mese vorrei proporvi di guardare insieme a me la fotografia scattata da un sindacalista dell’Usb la notte fra il 14 e il 15 settembre scorso a Piacenza, sul luogo in cui poche ore prima aveva perduto la vita, investito da un camion, un operaio chiamato Abd Elsalam Ahmed Eldanf.

Forse ricorderete l’episodio, anche se i giornali e le televisioni lo hanno trascurato relegandolo tra le notizie minori, e comunque incerte. Un fortuito incidente, o invece il tentativo di forzare un presidio di lavoratori in lotta?

Resta il fatto che Abd Elsalam Ahmed Eldanf era un cittadino egiziano immigrato in Italia dopo aver fatto l’insegnante nel suo paese. Da dodici anni, per mantenere i suoi cinque figli, si era impiegato come operaio magazziniere nell’azienda di logistica GLS. Quella notte era in corso una trattativa sindacale a seguito del mancato rispetto di un accordo che prevedeva tredici assunzioni di precari, e i loro colleghi avevano deciso di attenderne l’esito presidiando i cancelli dell’azienda.

Come è noto, il settore della logistica è in forte crescita nella nuova economia. Si distingue per l’impiego abituale di cooperative, vere o fasulle, che utilizzano lavoratori sottopagati in mansioni molto faticose e con orari flessibili. In grande maggioranza si tratta di immigrati.

La fotografia sulla quale vi invito a soffermarvi mostra un momento di raccoglimento dei colleghi della vittima. Si sono tolti le scarpe; hanno disteso gli striscioni sindacali utilizzandoli come tappeti di preghiera; e così, allineati in direzione della Mecca, attuano la prosternazione rituale, detta sujud. Pregano all’alba, secondo il precetto islamico, in memoria del loro compagno morto.

È la prima volta che mi trovo a confrontarmi con una tale immagine, segno del cambiamento dei tempi. La lotta di classe che assume inedite connotazioni religiose. Certo in Italia avevamo visto tanti lavoratori farsi il segno della croce in dei momenti particolarmente drammatici delle loro mobilitazioni. Stavolta emerge una dimensione nuova, frutto di una composizione sociale profondamente mutata.

L’immagine suscita commozione e rispetto, ma al tempo stesso sollecita degli interrogativi.

Questi lavoratori costretti a vivere condizioni di particolare sfruttamento e emarginazione, ritrovano coesione nella loro matrice originaria di immigrati, isolata e spesso pericolosamente separata dai colleghi italiani che (non sempre) godono di maggiori tutele. Ne potrebbe scaturire, anche in seguito alla debolezza delle organizzazioni sindacali, un percorso identitario di natura religiosa tale da incentivare la formazione di compartimenti stagni all’interno del mondo del lavoro.

Ignorati dai mass media, calpestati nei loro diritti, separati dai compagni italiani, rischiano di vivere la contrapposizione religiosa come un approdo di contrapposizione.

Ci inchiniamo anche noi nel compianto del lavoratore ucciso mentre difendeva i diritti collettivi, e rispettiamo la loro fede religiosa. Ma, standogli accanto, vorremmo scongiurare la deriva di nuove lacerazioni.

 

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